Sei in: Home / Testi / A Davos cresce la paura del nazionalismo energetico

A Davos cresce la paura del nazionalismo energetico

Ultima modifica: giovedì 20 aprile 2006

I timori di una recrudescenza del nazionalismo dei piccoli spingerà il 36esimo Forum mondiale dell'Economia a chiedere una crescita economica meno conflittuale e durevole. Preoccupati dal protagonismo russo e dalle rivendicazioni boliviane sul gas, senza contare quelle di Chavez sul petrolio, quest’anno i congressisti sembrano volere tornare agli affari e mettere la testa sotto la sabbia quando si parla di politica

La prova di forza russa sul gas e la promessa di ri-nazionalizzare il gas boliviano fatta da Evo Morales: la guerra dell’energia scompagina gli equilibri dell’economia globale. Gli economisti e gli studiosi di geopolitica che interverranno al 36simo forum mondiale dell’economia di Davos pensano che queste due sfide avranno ripercussioni sulla politica e sull’economia del futuro.

“La resistenza alla globalizzazione ha fatto un salto in avanti – ha detto Joseph Nye, professore di relazioni internazionali ad Harvard – Ci sono dei leader populisti nelle nazioni in via di sviluppo che sono stati rafforzati dall’aumento del prezzo del petrolio, ma c’è anche un’ondata nazionalistica di ritorno nelle nazioni ricche. Le due tendenze finiranno per rafforzarsi e per rallentare la globalizzazione”.

Le resistenze al processo di globalizzazione che Nye attribuisce al nazionalismo di ritorno sembrano rispondere a logiche geopolitiche ben precise. Sin dagli anni Settanta, infatti, l’Opec ha gestito la politica dell’energia seguendo questi parametri. Negli anni Ottanta, il protagonismo del Giappone sulla scena economica globale spinse numerose aziende statunitensi a chiedere al governo di adottare misure protezionistiche.

Quello che oggi risulta inedito è il protagonismo di potenze energetiche regionali che usano l’arma energetica per ottenere benefici politici che altrimenti non potrebbero garantirsi. La globalizzazione viene intesa univocamente a diverse latitudini del globo: un processo di accentramento delle risorse che, per essere arrestata, deve incontrare una resistenza regionale fondata sul ricatto energetico.

Il prezzo del petrolio a 70 dollari preoccupa Kenneth Rogoff, ex capo-economista del Fondo Monetario Internazionale, oggi professore ad Harvard: “A questo prezzo, il petrolio è diventato uno strumento di politica estera. Se invece fosse fissato a venti dollari – ha continuato Rogoff – vedrete che Putin o Chavez abbasseranno la cresta. I loro paesi non hanno un’economia, ma con le risorse energetiche di cui dispongono possono fare quello che gli pare”.

La crisi della governance economica si riflette anche sulle sanzioni da comminare a quei paesi, come l’Iran, che hanno annunciato alla comunità internazionale di perseguire piano di sviluppo dell’energia atomica senza sottostare ai controlli dell’Aiea, l’agenzia Onu dell’energia atomica. Il protagonismo di Teheran è stato incentivato anche dalla Cina che ha appena firmato un contratto molto conveniente di forniture energetiche, a dispetto delle annunciate sanzioni all’Iran.

“Il prezzo del petrolio e la crescita di nuovi attori sulla scena globale – ha detto Klaus Schwab, il fondatore del Forum mondiale dell’Economia – ha spinto le maggiori potenze energetiche l’una contro l’altra”.

Ma se le superpotenze energetiche si scambiano accuse per proteggere le proprie posizioni geopolitiche, i piccoli giocatori stanno pian piano trovando una strategia che potrebbe metterle con le spalle al muro.

Anche Pascal Lamy, il direttore dell’Organizzazione mondiale del commercio,punta l’indice contro il nazionalismo delle potenze del G8. “In quasi tutti gli angoli del mondo – ha detto – si sentono gli echi di questo nazionalismo. Non bisogna ascoltarli e cercare di concludere i negoziati di Doha entro il 2007”.