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I fuochi "delle figlie e dei figli della République"Ultima modifica: martedì 10 gennaio 2006 Insorti, ribelli, rivoltosi, sovversivi, teppisti, canaglie e via degradando negli epiteti utilizzati dagli uomini di governo nei confronti dei "banlieusards". I riots francesi pongono interrogativi ineludibili per l'Europa che rischia di implodere dal centro delle periferie delle proprie metropoli, sia dai margini geografici del continente come i Balcani Giuseppe Allegri
«Vivevamo allora in un tempo strano quale di solito tiene dietro alle rivoluzioni o al crollo dei grandi regimi» (1853) «Il nostro tempo sarà ricordato nei testi di storia del futuro come un tempo di esperimenti e d’incertezza […]. 1. Dopo la morte di due adolescenti e la sollevazione delle banlieues: «Benvenuti nei tre mesi di eccezione» (2)L’ondata di incendi, devastazioni, scontri, sollevazioni che ha attraversato le periferie di Parigi e di altre città francesi tra la fine di ottobre e la metà di novembre continua ad interrogarci direttamente, anche ora che la fiammata sembra essere spenta, o meglio, forse solo sopita e rientrata in una normalità che in ogni caso registra quasi ogni notte forme di incendi e devastazioni che non conquistano mai le pagine dei giornali, ma vengono archiviate come ordinario disagio delle periferie. Tutto è iniziato il 27 ottobre a Clichy-sous-Bois, banlieue del nord-est parigino, con la terribile morte di due adolescenti di 15 e 17 anni, Bouna Traoré e Zyad Benna, rimasti fulminati dentro una cabina dell’elettricità dove si erano rifugiati perché inseguiti da un gruppo di poliziotti, a margine di una partitella di calcio giocata su di un campo abbandonato del quartiere dove vivevano. Già mentre intervengono pompieri e soccorsi gli amici dei ragazzi danno fuoco ad una quindicina di macchine e si scontrano con le forze dell’ordine. A cominciare dalla notte successiva nel quartiere di Chêne-Pointu si svolge una vera e propria guerriglia di piazza tra circa 500 ragazzi e 2-300 poliziotti, con decine di feriti tra giovani e forze dell’ordine, macchine e cassonetti dati alle fiamme, nonché trenta arresti. Per arginare questi primi sommovimenti il Ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy interviene al telegiornale di TF1 delle ore 20 del 30 ottobre affermando la necessaria «tolleranza zero» contro le violenze urbane e ricordando che ha disposto l’invio di 17 compagnie della CRS (poliziotti antisommossa) e sette squadre di gendarmi per tenere sotto controllo Clichy-sous-Bois. Ma è proprio in quel quartiere che, pochi minuti dopo queste dichiarazioni, si verificano violentissimi scontri intorno alla moschea di Bilal, con esplosioni di lacrimogeni e di cartucce flash-ball da parte della polizia e contestuale lancio di molotov, incendi di macchine e cassonetti da parte dei giovani del quartiere. Nel frattempo le famiglie delle vittime si rifiutano di incontrare Sarkozy e la notte successiva gli incidenti si propagano in tutto il dipartimento di Seine-Saint-Denis (Bobigny, Neully-sur-Marne, etc.), mentre lo stesso Ministro dell’Interno fa un blitz scortato nelle periferie, affermando di voler «sradicare la cancrena» costituita da quei giovani che incendiano e si scontrano con la polizia e nei cui confronti si rivolge con espressioni dispregiative come «feccia» (racaille) o «teppisti, canaglie» (voyous). E qui vale solo la pena ricordare che il termine francese voyous viene comunemente utilizzato per definire quegli Stati alleati del terrorismo internazionale che la dottrina di G. W. Bush ha definito canaglie (voyous, appunto), quasi a voler simboleggiare semanticamente la presenza di un nemico interno che in realtà è portatore di quel terrore globale dell’epoca post-11 settembre. All’indomani di queste incendiarie dichiarazioni di Sarkozy le sommosse si estendono a tutte le banlieues di Francia, giungendo a bruciare anche più di mille macchine a notte (il 5, 6 e 7 notte) e autobus, assaltando supermercati, scuole, commissariati, scontrandosi in pieno centro con le forze dell’ordine (Parigi stessa nella notte tra il 3 ed il 4 novembre, poi Lione). Perciò la risposta immediata e continuativa delle istituzioni francesi è stata quella di insistere sul sentiero della sola repressione, mentre l’opposizione parlamentare non ha saputo articolare alcun discorso pubblico, né proposte politiche alternative, limitandosi a criticare le scelte della maggioranza, ma non proponendone delle altre. Nel frattempo all’interno del Governo de Villepin si è creato un fronte di reazione moderata rispetto all’atteggiamento intransigente di Sarkozy, a partire dalle posizioni assunte da Azouz Begag (ministro per le pari opportunità) che nega la soluzione possa trovarsi nell’invio di maggiore polizia nelle banlieues, ma che trova consensi sia nel Primo Ministro (che ha ricevuto le famiglie delle vittime), che nel Presidente della Repubblica. Dopo circa dieci giorni di sommosse il Governo, su impulso del Primo ministro, ha deciso di utilizzare l’arma del coprifuoco contro gli incendiari che hanno messo a ferro e fuoco le banlieues: «coprifuoco, nascondi la miseria» così titolava Libération del 9 novembre. Il Governo ha adottato delle misure eccezionali, di interruzione del regolare funzionamento dei poteri pubblici, tramite un decreto ministeriale che riprende la legge n. 55/385 del 3 aprile 1955, che istituisce uno «stato d’urgenza», utilizzato finora solo nel contesto coloniale, come nel caso della guerra d’Algeria (appunto dal 1955 al 1961), quindi per la Nuova Caledonia (fine 1984 – inizio 1985). Per fare due esempi materiali: questa legge venne utilizzata nel quadro della concessione dei «poteri speciali» al Governo di Guy Mollet (SFIO) nel marzo del 1956 e quindi nel 1961, quando il Prefetto Papon introdusse nel dipartimento della Seine un coprifuoco selettivo nei confronti dei «francesi musulmani d’Algeria», misura che portò alla violentissima repressione, con centinaia di morti (mai realmente quantificati perché molti manifestanti furono letteralmente buttati nella Senna), della manifestazione parigina del FLN del 17 ottobre 1961, serata in cui la guerra d’Algeria, «quella guerra, stava prendendo forma in piena Parigi» (3) . In questa nuova applicazione di quella legislazione d’emergenza può nascondersi il rischio di prendere delle sommosse-evento per una guerra civile strisciante; ma soprattutto, nella memoria dei nonni e dei genitori dei banlieusards, che hanno vissuto sulla propria pelle o nei racconti gli effetti di quella legislazione negli anni ’50/’60, si riattiva un meccanismo doloroso di recupero di una memoria sovversiva e comunque repressa e messa a tacere dall’approccio (costituito anche da amnesie e amnistie) inclusivo e conciliante avuto dalla tradizione repubblicana francese nei decenni successivi. È come riannodare un filo rosso di esclusione-ribellione alle istituzioni francesi che lega i quindicenni banlieusards di oggi ai giovani militanti del FLN algerino degli anni ’50/’60. Lunedì 14 novembre lo stesso Consiglio dei ministri ha approvato un progetto di legge, che deve essere votato dal Parlamento, tramite il quale è possibile prorogare lo stato d’urgenza per altri tre mesi, a partire dal 21 novembre. Questo progetto di legge ha immediatamente ricevuto il voto favorevole dei 346 deputati (UMP e UDF) dell’Assemblea nazionale (contro 148 no PS e PCF e 4 astensioni) nel pomeriggio del 15 novembre. Quindi il successivo 16 novembre è stato adottato senza modifiche anche al Senato ed è divenuto la l. n. 2005-1425, del 18 novembre 2005 che proroga l’applicazione della l. n. 55-385 del 3 aprile 1955, proprio nei giorni in cui la violenza nelle banlieues sembra rifluire e rientrare nelle statistiche ordinarie del disagio da periferia. Nel frattempo la sera stessa in cui il Governo ha presentato il progetto di legge di proroga dello stato d’urgenza il Presidente Jacques Chirac ha ritenuto necessario intervenire alla televisione con un messaggio alla nazione, rivolgendosi in modo diretto ai «giovani dei quartieri difficili, che qualunque siano le loro origini, sono tutti le figlie ed i figli della Repubblica». Un discorso a metà tra il paternalismo repubblicano (il continuo richiamo a «les enfants» e alla condivisione dei valori della Repubblica) e un briciolo di sensibilità sociale, «giustizia, fraternità, generosità» contro «il razzismo, l’intolleranza, l’ingiuria, l’oltraggio». E come misura immediata «per meglio aiutare i giovani, specialmente i giovani in difficoltà» la previsione di «un servizio civile volontario» che riguarderà 50.000 giovani nel 2007. Una sorta di tentativo di arruolare ai valori repubblicani quei giovani che si sentono francesi non accettati dalle istituzioni repubblicane. In realtà è solo un primo passo per tentare di far recuperare a quelle stesse istituzioni il consenso ed il rispetto della disorientata opinione pubblica francese (ed europea), posta di fronte al desolante bilancio economico-sociale della presidenza Chirac. Mentre la stessa opposizione di sinistra sembra essere del tutto afona e si limita ad uno striminzito corteo in centro, tenutosi nel pomeriggio di mercoledì 16 novembre, accompagnato da poche, silenziose migliaia di cittadini francesi alle prese con una crisi sociale che non incontra risposte adeguate e con una classe politica che non riesce ad articolare alcuna proposta convincente. «Le nostre uniche manifestazioni… 2. I banlieusards e la crisi del modello sociale franceseÈ forse troppo presto per proporre un’analisi articolata di quello che è accaduto per venti notti nelle banlieues intorno a Parigi e nelle molte altre delle più grandi ed importanti città di Francia. Una rabbia distruttiva, probabilmente sempre presente, ma mai manifestatasi in queste dimensioni si è diffusa negli stessi luoghi dove questi francesi assimilati di terza generazione sopravvivono quotidianamente. Questo è il primo dato, apparentemente innegabile: di fronte all’insicurezza, alla disoccupazione cronica, alla precarietà e all’esclusione sociale e culturale, ma anche e soprattutto al controllo poliziesco militarizzato dei loro spazi, i giovani banlieusards hanno risposto con la collera di chi non vede non solo un futuro, ma neanche un presente, degno di essere vissuto dinanzi alle proprie esistenze. E dalle prime inchieste sulle violenze urbane traspare una partecipazione minoritaria di soggetti già conosciuti alle forze dell’ordine o alla giustizia e invece di molti giovanissimi, 16-17enni incensurati e per lo più iscritti alla formazione professionale o all’apprendistato (4) . C’è come un misto di «cultura dell’urgenza», basata «sull’idea della fine immediata della vita», che miscela in modo esplosivo individualismo e comunitarismo, dando vita ad una «comune della fine del tempo», «pronta ad esplodere in qualsiasi momento» (5). La solitudine metropolitana delle città globali, innervata da una condizione di subalternità (post)coloniale che crea un «milieu di apprezzamento e riconoscimento reciproco» (6) e non ammette vie di fuga possibili se non con processi (auto)distruttivi e spesso agìti con modalità condivise. I giovani dei sobborghi delle metropoli francesi hanno emulato i ragazzi di Clichy-sous-Bois semplicemente perché quello è sembrato il modo più immediato, diretto e di reciproco riconoscimento attraverso il quale verbalizzare un sentimento di esclusione ghettizzante vissuto sulla propria pelle. Se volessimo dare una lettura in profondità di quello che è avvenuto si potrebbe azzardare che la condizione ibrida di abbandono, solitudine e sottomissione vissuta da questa generazione è percepita come una forma di schiavitù individuale e collettiva rispetto alla quale non si hanno altre possibilità di cambiamento che distruggere il contesto stesso in cui si dispiega questo meccanismo infernale. Le promesse di libertà, eguaglianza, partecipazione e condivisione di destini che il modello di assimilazione della Francia repubblicana ha da sempre proposto, non solo non sono state mantenute, ma si sono trasformate nella loro odiosa negazione. Alla legalità repubblicana e al modello sociale francese sembra succedere una società di controllo, il cui paradigma securitario si fonda sulla riduzione della questione sociale ad un problema di ordine pubblico, miscelando soluzioni tardo-liberiste a meccanismi repressivi quotidiani. È come se in una sola occasione fossero emersi i fallimenti di un sistema sociale che non si è adeguato ai mutamenti economici dell’epoca cd. post-fordista, insieme con l’incapacità di prevedere forme di dialogo sociale adeguate alla formazione dei nuovi cittadini. Per i giovani delle banlieues lo Stato provvidenza francese non è mai esistito: per loro non ci saranno mai tutele e garanzie minimamente comparabili a quelle ottenute dalle generazioni che li hanno preceduti, anche quella dei loro padri. E paradossalmente questi giovani che si sentono francesi, e vestono come qualsiasi loro coetaneo delle altre metropoli d’occidente, hanno quasi voluto dimostrare che l’unica possibilità di riscatto dalla condizione di cittadini invisibili, ma asserviti, è quella dell’esercizio di un contropotere solo drammaticamente distruttivo, neanche più resistenziale. Senza con ciò cedere a chiusure fondamentaliste e identitarie, al punto che sembra più appropriato parlare di una «rivolta anarchica», piuttosto che islamista (7) . In questo senso ha forse ragione chi sostiene che così i giovani banlieusards sono «entrati in politica», divenendo «attori di questo spazio pubblico cui si raccomanda di integrarsi, negandogli allo stesso tempo, la possibilità di accedervi» (8) . E allora possiamo chiamarli insorti, ribelli, rivoltosi, sovversivi, teppisti, canaglie e via degradando negli epiteti utilizzati dagli uomini di governo, ma ciò non toglie che il loro rumoroso irrompere nella scena pubblica globale (perché assai alto è stato l’impatto dei riots francesi fuori dall’Europa) pone interrogativi ineludibili per un Continente chiuso in uno stallo afasico come il nostro, tenendo conto che il tutto è precipitato in un contesto globale di radicale crisi del modello neo-liberista e fatto di paura, terrore e guerra; perciò questi sommovimenti parlano a tutti. Altrimenti non si comprenderebbe neanche come, in alcune città della Vecchia Europa (dal Belgio, alla Germania, alla Grecia), possano essere avvenuti episodi di emulazione e solidarietà da parte di altri giovani che hanno riconosciuto nei giovani francesi i propri vicini di casa o compagni di strada, abbandonati dalla chimera del «modello sociale europeo», ma sempre asserviti alle forme di controllo e «insicurezza» di un modello fondato sulla militarizzazione degli spazi e il deperimento delle garanzie. Ed in questo senso sembra muoversi la provocazione di Slavoj Zizek nei confronti degli esegeti del modello neo-liberista, quando riprende l’espressione con la quale Picasso rispose all’ufficiale tedesco che, vedendo Guernica, chiedeva se fosse opera sua: «No, l’avete fatto voi!»…«questo è il vero risultato della vostra politica» (9) . Anche per questo è forse possibile intravedere negli occhi dei banlieusards qualcosa che evoca le promesse disattese nei confronti dei loro avi: quei «giacobini neri» che avevano preso fin troppo sul serio l’abolizione della schiavitù, insieme con la diffusione della triade rivoluzionaria al di là dell’Atlantico. Quasi che essi possano essere oggi gli eredi di un processo di emancipazione bicentenario sempre promesso, che ha vissuto passi falsi e ripensamenti, sconfitte cocenti e vittorie solo parziali, ma che oggi si ripropone con tutta la sua bruciante voglia di rivendicare un presente fuori e spesso contro la pallida silhouette di istituzioni che considerano questi cittadini indegni di riconoscimento. Del resto proprio nei confronti della necessità di portare la «“questione nera” al cuore della Repubblica» (con i suoi trascorsi schiavisti e la sua permanente attualità) si interroga la «Federazione dei Neri di Francia», nata sabato 26 novembre dall’accordo tra 56 associazioni e collettivi che intendono «lottare per l’integrazione e per il riconoscimento del passato schiavista della Francia» (10) . Chissà se questo possa essere anche un primo movimento verso la percezione di un’altra Europa autenticamente post-coloniale. «Io? Io rappresento incertezza, insicurezza, sorpresa, disordine, assenza di legge, cattivo gusto, divertimento e ciò che di notte fa bum» 3. Le banlieues d’EuropaQueste sommosse parlano a noi: cittadini bianchi d’Europa, sicuramente più garantiti e inclusi di questi giovanissimi invisibili francesi di terza generazione. Ci parlano della, a tratti condivisa, precarietà delle condizioni di vita (lavorativa, di reddito, di diritti e garanzie, ma anche culturale, religiosa, degli affetti), che si mescola però ad una deliberata volontà di non riconoscimento, che la tradizione repubblicana francese d’inizio millennio elargisce a piene mani a questi figli non voluti della Repubblica, ma che è iscritta nei più generali processi di un contesto globale di guerra e terrore globale e di fallimento del neo-liberismo. Poi queste sommosse parlano anche alle bianche classi dirigenti d’Europa e contemporaneamente ai giovani figli dei migranti residenti in Italia e compagni di scuola dei nostri figli: saranno loro tra cinque-dieci anni a confrontarsi nel rapporto tra istituzioni e società. I primi con la responsabilità di non produrre segregazione, isolamento, ghettizzazione, mentre i secondi avranno l’età di Zyad e Bouna al momento della loro inaccettabile morte; e allora il principale auspicio è che essi possano essere messi nelle condizioni di condurre insieme una buona e dignitosa vita e di lottare per l’affermazione di quei diritti cui ogni generazione ha il compito di aspirare. Per le classi dirigenti europee non dovrebbe essere difficile percepire, dietro il fumo acre e la luce accecante degli incendi, le domande di rispetto, riconoscimento, dignità che questa giovanissima generazione di francesi europei pone, partendo da una condizione di invisibilità e agendo invece con modalità oltremodo visibili: probabilmente le uniche concesse loro dalla società dello spettacolo diffuso. I giovani rivoltosi di periferia sembrano dirci che l’Europa è nuda e sembrano anche rivendicare, forse in modo occulto e inconsapevole, una peculiarità della centenaria idea d’Europa oggi totalmente disattesa: il fatto che essa non sia più in grado di mantenere neanche un’allusione alle prassi solidariste dell’eguaglianza sociale e finisca con il disattendere il codice genetico della sua modernità, rifiutando di ripensare istituti garantistici e di servizi sociali nei confronti degli invisibili esclusi che abitano le proprie metropoli. E non sembra configurarsi all’orizzonte una classe politica europea in grado di assumere queste problematiche in un contesto continentale istituzionalizzato e federale, improntato al pluralismo, all’affermazione di criteri di giustizia sociale e di princìpî di libertà e, soprattutto, che si faccia carico di una dimensione globale autenticamente altra rispetto alle degenerazioni unilaterali del post-1989. Anche perché l’Europa rischia continuamente sia di implodere dal centro delle periferie delle proprie metropoli, sia dai margini geografici del continente: quelle «banlieues d’Europa» che sono rappresentate dai Balcani, regione che non può essere ignorata dagli europei ricchi, tanto quanto non possono essere ignorati i fuochi periferici francesi di questo mese (11) . È una scommessa che nell’attuale contesto (del vuoto europeo e delle banlieues in fiamme) appare già persa, a meno che non ci sia una generazione disponibile a declinare in modo inedito e nella differenza i princìpi di solidarietà, libertà, condivisione e le domande di rispetto e dignità che vengono poste in modo radicale dai sobborghi parigini, ma che occultamente aleggiano nelle vite precarie delle più o meno giovani cittadinanze che vivono e attraversano l’Europa. «Se gli appelli dei movimenti urbani non troveranno ascolto, se le nuove vie della politica rimarranno chiuse, se i nuovi movimenti sociali fondamentali […] non riusciranno a svilupparsi appieno, allora i movimenti urbani – ossia le utopie reattive che hanno tentato di illuminare la via che non potevano percorrere – ritornerrano, ma questa volta come fantasmi urbani ansiosi di distruggere le mura chiuse della città che li tiene prigionieri». Note1)Il 14 novembre in occasione del discorso televisivo alla nazione sugli eventi delle banlieues, il Presidente Jacques Chirac si è rivolto nei confronti dei giovani dei «quartieri difficili» affermando «qu’ils sont tous les filles et les fils de la République». Le note che seguono riprendono alcune delle cose anticipate in G. Allegri, Le banlieues dei giovani cittadini invisibili d’Europa, in www.federalismi.it, n. 21/2005, del 17 novembre 2005. 2)Così un articolo di Libération del 16 novembre 2005. 3)Secondo le parole di D. Daeninckx, A futura memoria, Interno Giallo Editore, 1991 [1984], romanzo che parte dalla ricostruzione di quella terribile giornata per scavare nel lato oscuro della storia repubblicana francese. 4)Rifletteva su questi dati puntuali rispetto alle inchieste di Bobigny, Créteil, Nantere un articolo di Le Monde del 26 novembre, p. 12. 5)Per riprendere le parole di M. Castells, Il potere delle identità, vol. II de L’Età dell’informazione. Economia, Società e cultura, EGEA, Università Bocconi Editore, Milano 2004, p. 72, quando parla delle «identità territoriali: la comunità locale». 6)Ivi. 7)Secondo la ricostruzione dello studioso M. Chebel, in Le Monde 2, numero 91, dal 12 al 18 novembre 2005, pp. 38-39. 8)Così F. Blum in un articolo apparso su Le Monde dell’11 novembre 2005. 9)S. Zizek, I liberi incendi francesi, pubblicato in italiano in Internazionale, n, 616-617, del 18/24 novembre 2005: «oggi, davanti a certe esplosioni come i saccheggi nelle periferie di Parigi, molti liberali chiedono ai pochi esponenti della sinistra che ancora vorrebbero una trasformazione sociale radicale: “Siete stati voi? È questo che volete?”. E noi dovremmo rispondere come Picasso: “No siete stati voli. Questo è il vero risultato della vostra politica!» 10)Espressioni riprese da Libération del 26-27 novembre 2005. 11)Sull’espressione Europe’s banlieue a proposito dei Balcani insiste The Economist, vol. 377, n. 8454, del 26 novembre – 2 dicembre 2005. |
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