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La vita sul pianeta petrolio

Ultima modifica: giovedì 20 aprile 2006

Roberto Ciccarelli

E’ un film a puntate, un’epopea che lega la dynasty di potenti dinastie di capitalisti all’ombra dei cactus texani e dei palazzi da mille e una notte di Ryhad, una grande caccia all’oro nero che spinge a riaprire i vecchi atlanti geografici e a tracciare ovunque nuovi confini, mentre un ragno minaccioso continua a tessere la sua tela fatta di oleodotti e raffinerie in Medioriente e nel Caucaso, nel golfo della Guinea come in Russia. E’ questa la storia del pianeta petrolio, la vita vista dal fondo di un barile che scorre provocando brividi intensi lungo le schiene di satrapi orientali, di manager in maniche di camicia ed interessi geologici, ed infine di teorici della rivoluzione geopolitica con la stessa capacità di visione che all’alba ha un pipistrello. Alla vigilia dell’ultima grande guerra per l’oro nero, quella in Iraq nel 2003, due giornalisti, Serge Enderlin e Serge Michel, insieme al fotografo Paolo Woods, decidevano di ripercorrere le rotte dei petrodollari in un reportage in sette tappe oggi pubblicato da Il Saggiatore (Pianeta petrolio. Sulle rotte dell’oro nero, euro 29, pp.348).

E’ un viaggio iniziatico nell’arcipelago degli idrocarburi, un lungo periplo che lega il centro alla periferia dell’Impero, una radiografia che passa al setaccio membrana per membrana il corpo sensibile degli interessi delle potenze dominanti. La sua prima tappa è Midland, sperduto borgo texano, un tempo frontiera oggi cuore nero pulsante dell’Impero. Tutto iniziò nelle sue pianure semiaride trasformate nello stridente zoo meccanico dei nodding donkeys, le trivelle a caccia di petrolio che dondolano come degli asini ai bordi delle strade, in una città di 95 mila abitanti che incarnano il sogno americano, quello di conquistare il cielo e, dopo, fare fortuna seguendo gli alti e bassi, i boom e i bust dell’economia del petrolio. Qui, «al centro di qualche parte» come recita lo slogan della sua municipalità, George Walker Bush crebbe e guidò la sua prima e sfortunata impresa, la Arbusto.

L’ignaro rampollo condusse una vita spericolata all’ombra del padre che in quegli anni diventava capo della Cia e poi vicepresidente degli Stati Uniti. E percorrendo quelle rotte desertiche sul suo pick-up ignorava, ma solo per qualche tempo, la decisione strategica del suo Paese di controllare le risorse petrolifere della regione mediorientale quando il petrolio stava diventando un fattore critico per l’economia statunitense. Nel 1980, infatti, negli Stati Uniti si estraeva meno del 20 per cento del petrolio mondiale e si doveva importare il 30 per cento del fabbisogno. I rapporti con Riyadh permisero allora di aumentare a prezzi stracciati l’importazione di petrolio saudita consentendo all’Arabia Saudita di controllare il mercato mondiale del prezzo del greggio. In Texas, il petrolio è il meno caro dei liquidi in vendita al dettaglio: 40 cent al litro, contro i 60 della Coca Cola e 1,18 dollari dell’acqua minerale.

Ma la convenienza per gli automobilisti americani si ferma alla pompa di benzina perché il petrolio è costosissimo per il bilancio federale che quasi non tassa la benzina e paga a caro prezzo le importazioni. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, infatti, l’indice dei prezzi dei beni di consumo crebbe del 10 per cento l’anno. Insomma, in quel borgo a più di mille chilometri da Houston si respirava già da tempo l’aria della grande politica ed è sempre lì che si manifestava lo spirito dei tempi: l’ambizione statunitense del controllo sulle fonti energetiche mondiali. Per evitare la crisi dovuta all’aumento della domanda mondiale prevista entro il 2020, nasceva con la prima guerra del Golfo un nuovo disegno geo-strategico che puntava a «congelare» le riserve irachene (120 milioni di barili) sul mercato mondiale, contenere il prezzo globale del greggio ridistribuendo le quote irachene tra i paesi del Golfo che avevano partecipato alla guerra, consegnare all’Arabia Saudita le chiavi dello scrigno dell’oro nero.

L’occupazione militare dell’Iraq, realizzata da quel giovane scavezzacollo diventato nel frattempo presidente degli Stati Uniti, fervente seguace di Cristo in versione evangelica e teorico della guerra infinita contro il terrorismo, risponde allo stesso progetto: difendere i serbatoi degli americani anche a costo di far pagare il prezzo globale del greggio al bilancio federale. Lo stanziamento del Congresso di 18,5 miliardi di dollari sta spingendo il contribuente americano a pagare la benzina degli automobilisti iracheni e turchi creando non lievi problemi alla tranquillità economica dei propri figli.

E a Midland nacque anche quella storia infinita che lega la famiglia Bush a quella di re Fahd, potente monarca dell’Arabia Saudita. Nacque in nome di una legge particolare, e tacita, quella che si respira nei consigli di amministrazione delle multinazionali, e nei gabinetti di governo. Non chiedere, non dire, non sapere. Questa è la legge di Bandar, l’ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti. Bandar bin Sultan è un signore elegante che porta una pesante montatura di acciaio sul naso, una barba ben curata, apparso in Fahrenheit 9/11 di Michael Moore e vanta una linea diretta con la Casa Bianca di George Bush. La sua legge si applica a gran parte del personale politico repubblicano che ha fatto capolino negli ultimi venti anni nella Stanza ovale. Quando i funzionari governativi vanno in pensione sembra infatti che lui ami prendersene cura con sollecitudine perché «i sauditi non abbandonano gli amici al termine del mandato». La sua linea diretta passa per una società, il gruppo Carlyle, nella quale sono stati investiti 13,9 miliardi di dollari sauditi e dove alcune personalità di Stato di fede repubblicana amano andare a svernare dopo gli impegni istituzionali: dall’ex Segretario di Stato James Baker a Levitt ex capo della Sec, la Consob italiana. Ma la Carlyle è anche il club degli dèi in cui la dinastia di re Fahd ha incontrato quella texana dei Bush, una delle principali famiglie che hanno il monopolio del petrolio nel Texas.

Midland, avamposto della rivoluzione del giovane Bush, cupa proiezione del futuro che gli Stati Uniti, e i loro «volenterosi» alleati, stanno proiettando sui nostri schermi televisivi da tre anni a questa parte. In quel deserto nasce simbolicamente la nuova epoca petrolifera del pianeta improntata alla politica del «doppio contenimento». Negli anni Novanta, infatti, gli Stati Uniti iniziarono ad utilizzare la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e le istituzioni collegate per assicurarsi fonti petrolifere non provenienti dai paesi Opec. Nascevano così i nuovi progetti di oleodotti che avrebbero attraversato la regione caucasica, la linea Baku-Boromi-Ceyhan progettata dalla British Petroleum che attraversa l’Azerbaigian, la Georgia e la Turchia ad esempio. Il serpente petrolifero ha ridisegnato il mondo post-sovietico ad immagine e somiglianza del progetto geo-strategico che partiva 25 anni fa da Midland: l’approvvigionamento delle risorse strategiche da parte della potenza egemonica comporta la creazione nella regione di regimi autoritari che garantiscano lo sfruttamento intensivo del loro unico bene primario. Ed ecco creato un nuovo mondo popolato da satrapie orientali post-comuniste ispirate al culto del «piccolo padre» come quello del presidente azero Heidar Aliev. Ma anche un nuovo ruolo per la Turchia, grande consumatrice di gas e di petrolio affacciata su quella sponda del Mediterraneo essenziale per diffondere ai quattro angoli del pianeta il greggio caucasico.

Per la petrodiplomazia americana non è tuttavia il tempo per celebrare nuovi successi. Nel settembre 2002 Vladimir Putin e George Bush siglavano in un grattacielo di vetro a Houston (eccolo che ritorna, il Texas) una grande alleanza nel corso del primo vertice «energetico» tra i due ex nemici della Guerra fredda. La Russia avrebbe continuato a produrre il suo greggio fino a diventare nel 2010 il più grande fornitore degli Stati Uniti. L’uomo chiave dell’accordo era l’oligarca Michail Khodorkovskij con la sua Yukos, il colosso petrolifero che aveva osato sfidare lo zar Putin. Dopo il suo arresto avvenuto nell’ottobre 2003, Putin ha ribadito che il petrolio è un affare di stato e la Russia lo venderà alle sue condizioni senza che majors come la ExxonMobil possano sperare di trarre profitti a piacimento dall’eldorado siberiano.

Così va la vita sul pianeta petrolio. La sua insostenibile leggerezza fa il pari con la volatilità del prezzo del barile a cinquanta dollari. Un po’ caro, ma forse la vita dei nuovi schiavi seduti sui giacimenti dell’oro nero, con un reddito da 250 dollari al mese da spendere per vivere in case senza riscaldamento a latitudini glaciali, non vale certo molto di più.