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![]() SPETTRI MECCANICIUltima modifica: giovedì 23 giugno 2005 Ida Dominijanni
Affollare il discorso con questi fantasmi relativi al cambiamento della famiglia e della morale sessuale aiuta a rimuoverne altri e forse più ingombranti, relativi ai mutamenti che effettivamente le tecnologie portano sulla scena della procreazione. Vita (nascente) ridotta a sequenza biologica, corpo (materno) ridotto a organo riproduttivo di transito, sessualità tacitata: sono queste le trasformazioni destinate a imprimersi davvero nell’immaginario contemporaneo, trasformando gli antichi fantasmi sul “mistero” della nascita nel grembo materno nei nuovi fantasmi sulla “rivelazione” della nascita in provetta Non sono madre e non ne soffro, il mio intermittente desiderio di maternità non avendo trovato sostegno adeguato in un desiderio maschile e non essendo mai stato tanto forte da farne a meno. Credo di intuire tuttavia cos’è la frustrazione di questo desiderio dagli scacchi della scrittura, che in una donna possono assumere contorni analoghi allo scacco procreativo; conosco inoltre la nostalgia di un figlio mancato che sopravviene in occasione della morte dei propri cari, quando si fa più forte il bisogno di continuità della specie, e ancor più, mi immagino, in prossimità della morte propria. Non mi appartiene dunque l’ostinazione di fare un figlio con tutti i mezzi, compresi quelli artificiali, a disposizione; ma non potrei mai combatterla in un’altra donna, e non potrei mai non oppormi a qualunque Stato, governo o parlamento pretendesse di ostacolarla. Ai tempi della legge sull’aborto, nei collettivi femministi di autocoscienza che allora frequentavo, non facevo “l’obiezione della donna muta” (la celebre formula coniata dalla Libreria delle donne di Milano in Non credere di avere dei diritti, per indicare l’eloquente mutismo di “quelle a cui non importava niente di quelle che hanno il problema di abortire”), perché parlando di aborto si parlava di sessualità e di politica. Dal ’98 a oggi, tempi della legge sulla procreazione assistita, avrei invece volentieri taciuto, visto che in parlamento e sui giornali se n’è parlato come se non avesse niente a che fare né con la sessualità né con la politica ma solo con la biologia, la tecnologia, la medicina, l’etica, e fuori dal parlamento, fra donne e fra donne e uomini, se n’è discusso poco o nulla. A parlarne mi ha portato il lavoro che faccio; e più del merito della questione, materia per me poco digeribile tant’è che ogni volta devo imparare da capo a quante ore dal concepimento si forma il genoma, che cosa sono le blastociti e via dicendo, mi hanno appassionato le contraddizioni di cui questa legge è sintomo acuto. Ne rimetto in fila alcune, attorno a tre coppie di concetti che ne sono state investite e terremotate. 1.Naturale-artificiale.Un buon criterio orientativo per legiferare sulla procreazione assistita sarebbe stato quello di rendere possibile fare con l’ausilio delle tecnologie riproduttive ciò che è consentito fare per via naturale. In fondo, si sarebbe dovuto trattare solo di questo: di consentire il ricorso alle TRA per abbattere le discriminazioni che proprio la natura mette fra un uomo e un altro uomo, fra una donna e un’altra donna, fra una coppia e un’altra coppia, dotandoci non tutte e non tutti dello stesso livello di potenza e di “efficacia” generativa. La natura, si sa, non è paritaria e non sempre rispetta il principio di uguaglianza che sta invece a cuore, o dovrebbe, agli stati democratici. Impostata su questo criterio, una legge sulla procreazione assistita avrebbe dovuto agire, diciamo così, nella prospettiva di un’amicizia, non di una inimicizia, fra natura e tecnologia. Invece la legge che è stata scritta muove dal dualismo fra naturale e artificiale, lo riproduce e lo accentua; e invece che riparare alle disuguaglianze naturali, produce per via legale discriminazioni sociali che in natura non si danno. In natura, il caso di un incontro fortunato (non bisogna mai dimenticare che di caso e di fortuna si tratta) fra un ovocita e uno spermatozoo può avvenire e avviene sotto le più disparate forme di relazione interpersonale e sociale. Si concepisce fra marito e moglie, fra amanti, fra un uomo sposato e un’amante e fra una donna sposata e un amante, fra una lesbica e un eterosessuale o un gay, fra un gay e una eterosessuale o una lesbica. Si danno casi, non pochi casi, di coppie sterili i cui singoli componenti, lui o lei, si rivelano invece fecondi quando si accoppiano con un altro o un’altra partner, e in tal modo procreano talvolta con talvolta senza l’assenso del o della partner “ufficiale”. Si danno casi di donne non accoppiate, le cosiddette single, che scelgono un partner casuale per mettere al mondo un figlio; e casi di donne che non possono sostenere una gravidanza, e mettono al mondo un figlio “prendendo a prestito” l’utero di un’altra donna in un patto di amicizia. Questi comportamenti si possono approvare, tollerare o riprovare, ma nessuno Stato potrebbe in alcun modo vietarli: è solo dopo la nascita che lo Stato può intervenire, sia perché solo con la nascita - finora - diventiamo persone (giuridiche), sia perché la libertà procreativa - cioè la possibilità di scegliere se avere figli, quando e quanti - si configura giuridicamente come una libertà negativa, ovvero come una scelta individuale priva di interferenze da parte dello Stato. Nello scenario tecnologico così come viene normato dalla legge 40 tutto questo cambia: il fortunato incontro fra ovulo e spermatozoo conquista maggiori possibilità di accadere, ma le condizioni relazionali e sociali in cui può di fatto verificarsi si restringono. Per usufruirne bisogna essere un uomo e una donna, eterosessuali, sposati o conviventi e fedelissimi; omosessuali, single, amanti, donatori e donatrici escono di scena. La coppia sterile che in natura può far ricorso a un/una amante, in laboratorio non può far ricorso a un donatore di sperma o a una donatrice di ovociti, meno che mai a una donatrice d’utero; una single sterile non può mettere al mondo un figlio con un donatore anonimo come una single feconda può fare con un partner occasionale. In laboratorio non si può fare ciò che in natura è consentito: un paradosso che, ragionando in termini puramente liberaldemocratici, basterebbe a chiudere il problema. La libertà procreativa è espressione della libertà individuale, e come tale è un bene inviolabile; non ci sono validi argomenti per trattarla diversamente quando la procreazione non è naturale bensì artificiale; in entrambi i casi a chi vuole limitarla o cancellarla spetta l’onere della prova di motivare limiti e divieti con giustificazioni forti e valide; nel caso della legge 40 queste giustificazioni non ci sono: con questa argomentazione Chiara Lalli, nel suo recente Libertà procreativa (Liguori 2004), demolisce la normativa sulla procreazione assistita. Argomentazione condivisibile, che tuttavia lascia aperti non pochi problemi, come capita spesso ai teoremi liberaldemocratici. Com’è stato possibile arrivare al paradosso di vietare di fare in laboratorio ciò che si può fare in natura? E com’è possibile che ancora oggi, nel dibattito referendario, i sostenitori della legge riescano a occultarlo e continuino a fare leva, al contrario, sulle paure suscitate dall’onnipotenza scientifica e tecnologica? Per tentare qualche risposta, più che nei territori certi del lessico politico e giuridico liberaldemocratico bisogna addentrarsi in quelli incerti dell’immaginario e dell’inconscio. Mai del resto una vicenda legislativa è parsa evidentemente innervata di immaginario come in questo caso: produzione di norme e riproduzione di fantasmi sono andate di pari passo, sostenute da uno zelo massmediale che non ha perso una sola occasione, da Louise Brown alla pecora Dolly, di fare di ogni evento uno scandalo. Di fantasmatico c’è in primo luogo un trasferimento, dalla scena sociale a quella tecnologica. Il paragone fra la procreazione naturale e quella artificiale mostra come molti di quei cambiamenti “minacciosi” attribuiti in questi anni dai media alle tecnologie siano in realtà già dispiegati nella realtà sociale: né i padri solo biologici né le madri surrogate, l’abbiamo appena visto, nascono in provetta. Imputarne la comparsa all’avvento delle tecologie serve soltanto a trasferire in un futuro ipotetico un conservatorismo sociale che il presente reale già non consente più; con l’esito paradossale di riprodurre “in vitro”, tramite norme e divieti, quella famiglia “naturale” che nell’Occidente degli ultimi decenni si è radicalmente trasformata sotto la spinta della libertà femminile, e si va trasformando ulteriormente sotto la spinta delle migrazioni. Invece di accompagnare questa trasformazione o almeno registrarla, la legge sulla procreazione assistita si presenta come una protesi artificiale dell’ordine patriarcale terremotato, riconfermando l’ingiunzione all’eterosessualità e evocando la paura del seme “straniero” del donatore, “rivale genetico” del padre che con il nome garantisce la patrilinearità della discendenza. Di più. Affollare il discorso con questi fantasmi relativi al cambiamento della famiglia e della morale sessuale aiuta a rimuoverne altri e forse più ingombranti, relativi ai mutamenti che effettivamente le tecnologie portano sulla scena della procreazione. Già in "L’eclissi della madre" (Pratiche 1998), Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa ne individuavano tre: lo spostamento dell’inizio della vita dalla nascita al concepimento, l’autonomizzazione dell’embrione dal corpo materno, l’eliminazione della sessualità dall’atto procreativo. E’ il primo che decide degli altri due: se la vita umana non comincia col primo grido che emettiamo quando veniamo al mondo, l’unità di corpo e linguaggio di cui essa è fatta si spezza: la vita si riduce a una sequenza biologica segmentata, che comincia con la fecondazione in provetta, “transita” nel corpo della madre e prosegue nel mondo. Dal concepimento, che era un atto, si passa al concepito, che è un prodotto, “un ricciolo di materia”, com’è stato definito in questi mesi, di cui la ragione e la fede possono esercitarsi a decidere lo stadio umano o preumano, il possesso o meno dell’anima, gli eventuali diritti giuridici e quant’altro (sintomatiche, sul Corsera dei mesi scorsi, le voci di Sartori, Boncinelli, Severino). Il corpo materno diventa a sua volta materia, mero contenitore e strumento di un processo riproduttivo in mano alla scienza. E la regia razionale del sapere medico sostituisce l’irrazionalità imprevedibile dell’atto sessuale, installandosi sulla scena come rinnovato significante fallico del desiderio femminile. Vita (nascente) ridotta a sequenza biologica, corpo (materno) ridotto a organo riproduttivo di transito, sessualità tacitata: sono queste le trasformazioni destinate a imprimersi davvero nell’immaginario contemporaneo, trasformando gli antichi fantasmi sul “mistero” della nascita nel grembo materno nei nuovi fantasmi sulla “rivelazione” della nascita in provetta. Ma è possibile aderire, o anche soltanto assistere, a questo cambiamento della scena procreativa senza restarne segnati? E’ possibile perdere la certezza della relazione primaria, quella che lega indissolubilmente una vita potenziale al desiderio e all’accoglienza materna, senza che la razionalità e l’inconscio ne risentano? E’ vero, il rischio della “eclissi della madre” è l’argomento assente, fatte salve le posizioni femministe, dal dibattito sulla procreazione assistita, in cui abbondano invece le resistenze (trasversali al campo del no e del sì) di chi teme piuttosto l’eclissi del padre, del patronimico e della potenza generativa del seme maschile; ma non è da escludere che dietro molte di queste resistenze agisca precisamente, rimosso e innominato, il trauma per la manomissione della relazione primaria con la madre, almeno quanto agisce la cancellazione del problema nelle posizioni più convintamente scientiste. Come pure rimossa e innominata agisce la desessualizzazione del concepimento: smaterializzazione del desiderio compensata dalla materialità della manipolazione tecnologica. Si deve a un altro trasferimento inconscio se della seconda si parla tanto e della prima tanto poco? Se il fantasma dell’eugenetica incombe fino ad appannare le potenzialità terapeutiche della sperimentazione sugli embrioni, mentre il fantasma della desessualizzazione e dell’impotenza generativa tace? 2.Laici-cattoliciSe ci si mette a seguire queste piste, molto trasversali in verità, la mappa degli schieramenti e dei pronunciamenti referendari per il no e per il si complica non poco. Prima di proseguire va notato però come sia del tutto assente dalla scena italiana quella posizione “euforica” nei confronti delle tecnologie riproduttive, e più in generale della tecnologizzazione del corpo, che invece è ben presente in contesti culturali più marcatamente postmoderni, legandosi a istanze più generali di emancipazione del soggetto (femminile in particolare) dai suoi vincoli biologici e dai ruoli sessuali in essi radicati, di superamento della concezione essenzialistica della corporeità, di oltrepassamento dell’umano nel cyborg e nel post-umano (Donna Haraway, Manifesto Cyborg, Feltrinelli 1995). Senza addentrarsi in queste posizioni (che non di rado riproducono, aggiornandolo, il dualismo natura-tecnica dell’epistemologia moderna contro il quale militano) vale la pena di segnalare come con esse manchino nello scenario italiano le istanze libertarie che le caratterizzano. A onta dell’allarmismo imperante, la legge sulla procreazione assistita cade in un contesto sociale tutt’altro che disponibile ad avventure spericolate di sconfinamento fra natura e tecnica, e in un contesto culturale che preferisce riportare le contese sullo statuto del soggetto nei binari più domestici dello statuto della famiglia, e quelle sul passaggio dal moderno al postmoderno nelle briglie più salde del conflitto fra cattolici e laici. Sbagliando però, nell’un caso perché, come abbiamo appena visto, la declinazione “familistica” del problema della procreazione assistita occulta le trasformazioni della soggettività sessuata che vi si giocano; e nell’altro perché la rappresentazione della posta in gioco nei termini tradizionali dello scontro fra etica cattolica e etica laica, ancorché non priva di salde radici storiche, rischia di essere per l’oggi non poco fuorviante. Certo, non si può prescindere dal peso determinante che nella vicenda parlamentare hanno avuto le corrispondenze d’amorosi sensi fra i cattolici di centrodestra e di centrosinistra, né dall’anomalia di uno Stato laico in cui il cardinal Ruini può permettersi di invitare il popolo dei fedeli a non recarsi alle urne: nella vicenda della legge 40 la tradizionale impronta del Vaticano nella politica italiana si è ripresentata più efficace che mai, resa più forte dalla fine della mediazione del partito cattolico e sostenuta da un pontificato come quello di Giovanni Paolo II che del presidio dell’embrione e della guerra alla ricerca sulle cellule staminali embrionali ha fatto due principi teologici. Tuttavia non è tanto nei termini storici dello scontro fra laici e cattolici che la questione si pone, quanto nei termini contemporanei dello scontro fra rivoluzione teo-cons e moderatismo progressista che attraversa oggi tutto l’Occidente. Nel quale scontro, tanto vale dirlo con chiarezza, la radicalità delle domande sul rapporto fra natura e artificio, biologia e tecnologia, vita e sapere scientifico, sta tutta nel campo teo-cons, per quanto inaccettabili siano le risposte. E’ lì che viene registrata la percezione di un mutamento antropologico che rischia di ridurre il corpo a cosa e la vita o oggetto nelle mani della razionalità e della razionalizzazione: questione ineludibile, come abbiamo già visto, ma altresì irrisolvibile agitando i fantasmi dell’eugenetica nazista, del tramonto spengleriano dell’Occidente e del destino totalitario dell’ideologia progressista (il Foglio docet) e vagheggiando il ritorno a un impossibile “stato di natura”. Dall’epoca della tecnica non c’è ritorno possibile, e non da oggi. E non soltanto attraverso l’uso delle tecnologie riproduttive il corpo umano sta diventando un intreccio indistricabile di natura e artificio, biologia e tecnologia: lo dicono i corpi-performance modificati dal body-building e dalla chirurgia estetica, i corpi dipendenti dai trapianti d’organo e dalle protesi salvavita, i corpi virtuali che abitano Internet, i corpi sorvegliati attraverso i dati biometrici e i microchip sottopelle (Paola Borgna, Sociologia del corpo, Laterza 2005; Stefano Rodotà, Il corpo nell’era della sua manipolazione, la Repubblica 4/5/2005). Di fronte a questa mutazione antropologica, evocare spettri meccanici vestiti da SS naziste è paranoico quanto fare le guerre preventive vestiti da angeli democratici. Ma anche pretendere di attutirla col principio della riduzione del danno, o di disciplinarla nei sani principi della famiglia perbene, o di indirizzarla con i lumi del progresso, o di governarla con la grammatica dei diritti, non apre per il futuro grandi prospettive politiche né culturali, come non ha aperto per il passato la strada di una produzione legislativa accettabile. Su questo punto dolente, purtroppo, fra cattolici e laici e fra teo-cons e progressisti ci sono più punti di tangenza che abissali distanze. Lo dice l’impianto simile, normativo, moralista e repressivo della legge 40 varata dal centrodestra (con l’aiuto dei cattolici del centrosinistra) e della proposta di legge presentata nella XIII legislatura dalla maggioranza di centrosinistra (sabotata dai medesimi cattolici del centrosinistra). Lo conferma l’esclusione dall’accesso alle TRA, in questa legge e in quella, delle single, come se la competenza materna dipendesse in una donna dall’uomo che l’accompagna. E lo dimostra la vicenda dell’autonomizzazione dell’embrione dalla madre. Se è vero infatti che la tutela dei diritti del concepito è stata imposta dal fronte cattolico, è anche vero essa non poteva trovare un argine efficace nel linguaggio laico, individualistico e paritario dei diritti (al quale infatti la formulazione della norma si conforma). Com’è noto dalla letteratura femminista, il «due in una» che si realizza nella gravidanza, legame inscindibile fra la madre e il concepito, è la forma relazionale che per eccellenza resiste alla forma individualistica della grammatica dei diritti e ne mette in discussione la pretesa universalistica. Ricondurla a quella grammatica significa scioglierla, o aprire la porta perché altri la sciolgano. Non è solo per volere e prepotenza del fronte cattolico che nella legge 40 si è ripetuta quella coazione alla cancellazione del primato femminile nella procreazione che è antica quanto lo stato moderno e procede, con la smania di personificare l’embrione, di pari passo con l’affermarsi della figura del cittadino moderno. Il quale notoriamente nasce libero, uguale e senza madre; neutro, universale e disembodied, disancorato dalla corporeità propria e dal corpo che l’ha generato; sì che per estensione anche l’embrione, inteso come «cittadino non ancora nato», diventa raffigurabile come un’entità scissa dalla madre (Nadia Filippini, Genesis, II/1 2003). Ma tra il non-ancora cittadino laico e l’embrione-già-persona cattolico il passo non è poi così lungo. Se per un verso la Chiesa cattolica ne esige dallo Stato laico la tutela giuridica, per l’altro verso l’ideologia laica resta intrappolata nella logica individualistica dei diritti, e non riesce a pensare (né a tradurre in diritto) una relazione asimmetrica come quella della gravidanza, in cui non ci sono due individui ma una donna che decide della venuta al mondo di un altro/a: in forza di un desiderio e di un primato di cui bisogna fidarsi, ma che a sua volta non è identico né riducibile a un diritto. Legiferare correttamente sulla procreazione avrebbe dovuto comportare, per il fronte progressista, un’elaborazione sui limiti della grammatica dei diritti che invece è mancata, aprendo la porta alla norma sui diritti del concepito senza riuscire peraltro ad arrestare l’ossessiva campagna teo-cons (ancora il Foglio) sul rischio di tradurre in un diritto arrogante il desiderio femminile “onnipotente” di maternità. Dalla vicenda buia della legge 40 la cultura laica esce sconfitta e, insieme, complice. 3.Politica-biopoliticaDa ultimo, se il fronte teo-cons ha impugnato la fede come protesi armata del conservatorismo (definendosi infatti il baluardo della «ragione laica religiosamente assistita») e come fondamento metafisico e/o creazionista delle proprie convinzioni anti-progressiste e antiscientiste, il fronte laico ha impugnato il relativismo etico come protesi disarmata della propria inadeguatezza politica e giuridica. Nel ripetuto ricorso alla «libertà di coscienza» in materia di procreazione da parte dei leader del centrosinistra non c’è solo il tentativo strumentale di evitare il conflitto fra laici e cattolici all’interno della propria coalizione; c’è la sincera e radicata convinzione che di fronte a questioni tanto complesse dal punto di vista etico e scientifico, “la politica deve fare un passo indietro”, come ha più e più volte sostenuto Massimo D’Alema. Ma in un’epoca in cui la politica prende a proprio oggetto diretto la vita, e la vita non si presenta più nella sua forma naturale ma sempre innervata di tecnica; in un’epoca in cui la politica è biopolitica, che senso ha questa affermazione se non quello di una abdicazione della politica da se stessa? All’ingresso nell’era biotecnologica, la procreazione perde il suo tradizionale equilibrio di confine fra la sfera privata e la sfera pubblica e diventa inevitabilmente una questione biopolitica, di fronte alla quale la politica non deve fare un passo indietro ma un salto avanti: non - sia chiaro - per imporre norme, modelli e etiche di Stato, ma per aprirsi al mutamento antropologico e ripensare le proprie categorie e i propri strumenti. La legge sulla procreazione assistita era il banco di prova per questo salto da una politica esausta a una biopolitica consapevole e attrezzata. Quel salto non c’è stato, anzi la classe politica italiana ha dato una desolante prova di sé, della sua competenza legislativa, della sua capacità di interpretazione del presente. Ne aspettiamo adesso uno dalla filosofia politica, che a sua volta rischia in molti casi, nel passaggio pur dichiarato dal paradigma concettuale della politica moderna a quello della biopolitica postmoderna, di ripetere il suo antico vizio di astrazione logocentrica, allineandosi alle bioscienze nella riduzione della vita a cosa oggettivata, o immaginando la biopolitica più come politica del potere sulla vita che come politica della vita e dei corpi e dei soggetti in cui la vita si incarna. Una legge è solo una legge, e questa speriamo di archiviarla il 12 giugno in quattro mosse. Ma è anche un testo in cui si depositano contesti, culture, compromessi, fallimenti su cui tornare a lavorare con maggiore consapevolezza. Della legge 40, è l’unica eredità che speriamo che ci resti. |
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