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Un Welfare tra il Reno e il Tamigi

Ultima modifica: giovedì 20 aprile 2006

Difficile che s'incontrino queste due prospettive, anche se trovano un accordo minimo per preparare la resistenza alla globalizzazione, ma con rimedi differenti. La prima è rappresentata da un largo fronte protezionistico, l'altra viene rivendicata strumentalmente da Tony Blair e predica esuberanza nella competitività della ricerca sul mercato globale e rafforzamento della sicurezza comune contro il crimine, il traffico di droga e il terrorismo

Due concezioni dell’Europa si affrontano nell’Unione a 25. Una liberale difesa dall’inglese Tony Blair, l’altra più sociale nella linea dei partiti social-democratici e cristiano-democratici fondatori del progetto europeo. Jean-Claude Juncker, presidente di turno dell’Ue, cristiano sociale, lo aveva capito da tempo, ma l’ultimo Consiglio europeo di Bruxelles ne ha dimostrato tutta l’attualità. “Quelli che vogliono un’unione politica, integrata, solidale, sanno che europa vogliono. Quelli che ci propongono un’altra Europa non sanno definirla – ha spiegato Juncker.

Il punto di vista di Jack Straw, il ministro degli esteri inglese, è invece molto diverso. L’Europa è certamente divisa tra “chi vuole un’Unione europea capace di affrontare il proprio avvenire e chi vuole che l’Ue sia inghiottita dal suo passato”. L’Europa moderna che Blair immagina, e non mancherà di affermare a suo modo durante il prossimo semestre di presidenza che inizia il 1 luglio, è innanzitutto “sociale”. Dopo il no alla Costituzione europea di Francia e Olanda, Blair pensa che sia necessario prestare più attenzione alle preoccupazioni della gente (insicurezza, disoccupazione). E quindi ridiscutere il bilancio europeo da cui è ormai necessario stornare le immense risorse che finanziano l’agricoltura (francese in primo luogo) verso la formazione, la ricerca e l’innovazione tecnologica.

La mucca o il laboratorio? Due prospettive che è difficile che s’incontrino, ma che trovano un accordo minimo per preparare la resistenza alla globalizzazione, anche se i rimedi sono differenti. La prima è rappresentata da un largo fronte che mescola esigenze protezionistiche a difesa dei sussidi europei che finanziano la produzione agricola e zootecnica (il 40 per cento del bilancio dell’Unione) con un modello sociale identificato con quello del lavoro salariato e di un welfare garantito ormai solo a livello nazionale (lo schieramento del no francese alla costituzione che unisce i no global di Attac, i socialisti e i troskysti con i contadini di José Bové).

La seconda prospettiva, quella rivendicata strumentalmente da Blair, ha ricevuto una buona accoglienza da parte del primo ministro belga Guy Verhofstadt e di quello danese Anders Fogh Rasmussen, ma ha raggiunto le sensibilità dei dieci nuovi paesi entrati l’anno scorso nell’Unione. In realtà la proposta di Blair è una sintesi del suo programma elettorale: esuberanza nella competitività sul mercato globale e rafforzamento della sicurezza comune contro il crimine, il traffico di droga e il terrorismo. Il “sociale” Blair lo vede solo nella costruzione di una società fondata sul “workfare” (una società dei lavori precari e iperservili) attraversata da forti correnti autoritarie e sicuritarie (contro l’immigrazione e a favore delle politiche di polizia contro il terrorismo).

Il semestre della presidenza britannica sarà con ogni probabilità caratterizzato dall’immobilismo. I francesi e, finché potrà Schröder, non concederanno mai nulla a Blair. Ma questo semestre nasce dopo il “vergognoso” fallimento del Consiglio Europeo (parola di Juncker), incapace di decidere alcunché sulla crisi costituzionale in cui versa l’Unione. Blair l’ha interpretato a modo suo e ha ricevuto l’appoggio sollevato della maggioranza: “Iniziamo a fare una politica dei diritti, poi faremo la costituzione”. Una politica dei diritti che minaccia il cuore del progetto socialdemocratico e cristiano-sociale: l’Unione intesa come comunità dei valori della “solidarietà”, che ha preso spesso le sembianze di un “modello culturale” alternativo a quello americano.

Blair raccoglie in questa definizione tutti gli elementi della modernità iperliberista in cui le società europee vivono da almeno vent’anni e la estende, anche simbolicamente, ai paesi dell’Europa dell’Est. La carta vincente è stata giocata: le provette rappresentano certamente meglio l’Europa a differenza delle vacche di Bové e Chirac. I diritti servono per partecipare meglio alla competizione sul mercato globale, una politica dei diritti deve innanzitutto proteggere l’accesso a questi mercati e regolarlo in funzione dell’innovazione scientifica che dovrà caratterizzare l’Europa. Come dargli torto, dopo il suicidio francese della Costituzione.

Nessun accordo sul bilancio. Nessun accordo sulla Costituzione. Nuove geometrie politiche nasceranno dalla fine “di un pezzo dell’Europa come unione politica”, a detta del cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Ma quello che inizia a diventare chiaro è che non basterà una generazione per restituire all’Europa quel pezzo politico fondamentale per rimettere in moto il suo cuore politico. Se mai ce n’è stato uno.