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Lucette Virelle, La guerra

La guerra-mondo

Ultima modifica: venerdì 4 novembre 2005

Alessandro Dal Lago

Negli ultimi decenni una serie di opposizioni chiave della modernità politica, interno-esterno, pace-guerra, militare-civile, nemico-criminale, hanno progressivamente esaurito le loro capacità esplicativa. Di conseguenza, la tematizzazione della guerra nello spazio globale coinvolge questioni quali la gestione dei flussi migratori, i nuovi paradigmi del controllo sociale, le metamorfosi dell'intervento umanitario, la proliferazione dei mercati della violenza, la militarizzazione delle politiche dell'ordine pubblico, la riformulazione poliziesca degli interventi armati. Da "Conflitti globali", n°1, Shake: http://www.shake.it/confl1.html

Poche attività umane sono così intensamente sociali come la guerra moderna. […] In tutto il mondo, dopo il 1914, ogni stato maggiore ha riconosciuto che il valore individuale dei soldati è inessenziale quanto la loro bellezza (1).

La natura sociale della guerra

La tesi centrale di questo saggio è semplice: la guerra è un fatto sociale e quindi le sue trasformazioni tendono a riflettersi sull'assetto della società e sulle forme della vita associata. A prima vista si tratta di una di quelle ovvietà che suscitano le ironie di chi non si occupa di scienze sociali. A uno sguardo più attento, tuttavia, questa tesi appare più complessa, perché chiama in causa l'interazione tra due dimensioni solitamente considerate agli antipodi: la "società", ovvero l'insieme di relazioni che tengono assieme gli esseri umani, e la "guerra", cioè la situazione estrema in cui essi si contrappongono fino al punto di darsi la morte (2) In realtà, come si cercherà di mostrare qui in dettaglio, guerra e società non sono incompatibili. Anzi, è proprio la loro implicazione a mostrarci come tra interno e esterno della società occidentale, tra la nostra esistenza apparentemente protetta o normale e la conflittualità del resto del mondo, non esista soluzione di continuità. Ciò è tanto più vero quanto più, nei processi di globalizzazione, i conflitti di ogni parte del mondo tendono a sovrapporsi, a connettersi e a influire su tutti gli altri (3).

Va detto che le relazioni tra guerra e società sono abbastanza in ombra nelle scienze sociali. Nel XX secolo (epoca del massimo sviluppo della sociologia e dell'antropologia), pochi autori di spicco se ne sono occupati, come se la guerra fosse un'eccezione, un'anomalia da ignorare (4) Esiste certamente un'importante tradizione di sociologia delle professioni e delle organizzazioni militari, ma è proprio la guerra, come dinamica quasi sempre imprevedibile e fattore di cambiamento, a non trovare che un posto secondario nel sapere normale della società (5) Si tratta di una lacuna, o se vogliamo di una rimozione, che si estende ad altri saperi come la filosofia politica o la politologia. Insomma, quando la parola spetta alle armi, la conoscenza sembra arrestarsi. Si potrà osservare che, per secoli, la storia è stata storia di guerre, se non di battaglie, ma ciò cambia poco il quadro di reticenza a cui alludiamo. Solo recentemente, infatti, il discorso storico ha affrontato la descrizione sistematica della guerra (o meglio del combattimento) come situazione sociale limite in cui sono implicati esseri umani in carne e ossa (6).

La definizione di guerra come fatto sociale rimanda a due prospettive distinte. La prima è che la guerra, al pari di qualsiasi altra attività umana, come la scienza o l'arte, è comprensibile solo nel quadro di specifiche forme di società. Ogni modo di fare la guerra riflette in senso lato un tipo di ordinamento sociale e politico. Per limitarsi all'era moderna, chiunque comprende la differenza tra le incessanti guerre dinastiche del secolo XVIII, combattute da eserciti formati in larga parte da mercenari, e quelle totali del secolo XX, in cui stati nazionali, democrazie o dittature, hanno messo in campo forze armate di milioni di uomini per ridurre all'impotenza gli avversari. La seconda prospettiva è meno evidente, perché riguarda la natura specificamente sociale di ogni attività bellica. Benché raramente i manuali di sociologia trattino di guerra, questa è un fatto sociale per eccellenza. Sia perché mette alla prova nella situazione della morte di massa (e di ciò che ne consegue, lutti e distruzioni) la coesione delle società (7) sia perché è un insieme di processi socialmente complessi: mobilitazione economica, innovazione scientifica e tecnologica, disciplinamento e addestramento di vaste formazioni armate, complesse prestazioni intellettuali come la strategia e la pianificazione delle campagne militari, attività gestionali articolate come la guida e il controllo di ingenti macchine organizzative che devono, per definizione, affrontare la possibilità costitutiva di essere distrutte o menomate (8). La tesi di questo saggio non si limita però a mettere in luce la complessità sociale della guerra. Essa sottolinea anche come la guerra trasformi la società. La ragione principale di questa capacità risiede in un'autonoma funzione propulsiva e innovativa dei sistemi militari.

Nel 1914 gli stati maggiori delle potenze che stavano per affrontarsi sui campi di battaglia pensavano a campagne di pochi mesi, perché erano ancora vincolati alla guerra manovrata e di movimento tipica del XIX secolo (9) L'offensiva tedesca a occidente, basata su un grandioso progetto di accerchiamento delle forze anglo-francesi (il piano Schlieffen), sembrò in un primo momento realizzare il suo obiettivo, la conquista di Parigi, che avrebbe dovuto porre fine al conflitto (10) Invece si arenò, sia per l'incapacità tedesca di dominare un teatro così vasto e per l'esaurimento delle forze all'attacco, sia per la tenace resistenza francese. Quello che le potenze belligeranti non avevano previsto era che la guerra, a causa della mobilitazione di milioni di uomini e dello sviluppo di armi sempre più potenti, non avrebbe contrapposto delle armate, ma intere società. Di conseguenza, gli stati europei furono coinvolti in una guerra di trincea quinquennale che modificò profondamente l'equilibrio politico del continente, gettando le premesse di un conflitto ancora più devastante. La memoria dell'immane macello, intrecciata alla grande depressione economica, condizionò per decenni la politica estera delle potenze grandi e piccole. In Germania, Italia e Giappone creò un senso di frustrazione e di rivalsa che alimentò il nazionalismo estremo, il militarismo e infine il riarmo degli anni trenta. In Inghilterra e Francia, provocò una depressione sociale e politica che impedì di valutare esattamente il significato dell'espansionismo nazista e fascista e dell'aggressività giapponese(11).

I modi in cui le guerre trasformano la società non si limitano però alla politica estera. Esse modificano profondamente le forme della vita associata. In alcuni paesi, e non solo quelli sconfitti, la prima guerra mondiale scatenò nuove forme di conflitto politico, che si tradussero in rivoluzioni e nell'ascesa di regimi totalitari. In altri, non fu estranea a cambiamenti come lo sviluppo industriale, l'espansione dei consumi per riavviare un'economia impoverita, la diffusione, a partire dagli anni venti, dell'automobile e dell'aviazione civile, i prodromi dell'economia sociale e sistemi di gestione autoritaria del lavoro, processi che influirono profondamente sulla vita quotidiana, famigliare e lavorativa, di centinaia di milioni di persone (12) A loro volta questi cambiamenti profondi giocarono un ruolo decisivo nella trasformazione degli apparati militari e nel modo di fare la guerra. Nella fase di sotterranea combustione internazionale che caratterizza l'apparente intermezzo pacifico dell' entre deux guerres (1918-1939), il pensiero militare conobbe una trasformazione spettacolare. Ossessionati dallo stallo della guerra di trincea, gli stati maggiori elaborarono strategie basate sulle nuove armi mobili, le forze corazzate e l'aviazione, capaci di colpire il nemico a distanza e in vasti spazi aperti (13) Di conseguenza, la tecnologia applicata alla guerra ebbe un nuovo impulso. Nell'imminenza del secondo conflitto mondiale, gli interi corpi sociali delle potenze grandi e piccole furono chiamati a contribuire a uno sforzo economico e industriale senza precedenti (14) Ciò portò, a partire dal 1939, a realizzare forme di guerra ancor più totalizzanti (15) L'adozione del bombardamento strategico (con l'obiettivo di distruggere le risorse economiche e industriali del nemico) ebbe l'effetto di coinvolgere massicciamente le popolazioni civili dei paesi belligeranti (con l'eccezione degli Stati Uniti) e di provocare un numero incalcolabile di vittime. Infine, con il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la guerra convenzionale sembrò toccare un punto di non ritorno. La pace, ancorchè risultante dalla paura di distruzioni inimmaginabili, sembrava per la prima volta nella storia a portata di mano.

Dal terrore cosmico alla guerra quotidiana

Oggi sappiamo che si è trattato di un'illusione. Secondo una valutazione grezza ma significativa, il numero di vittime causate nel mondo intero dai conflitti successivi al 1945 è pari a quello della prima guerra mondiale, cioè superiore a venti milioni (16) Anche prescindendo dagli innumerevoli conflitti locali o regionali (endemici in Africa), dalle guerre tra Israele e paesi arabi o dalle tardive guerre coloniali (degli inglesi in Kenia, dei francesi in Indocina e Algeria), il confronto tra impero americano e impero sovietico, o tra capitalismo e comunismo, è stato tutto tranne che pacifico o freddo (Corea, Vietnam, Corno d'Africa, Angola, Afghanistan e così via). Solo l'Europa occidentale è stata al riparo, durante la guerra fredda, dagli effetti del conflitto armato, ciò che ha portato i paesi usciti dalla seconda guerra mondiale a proiettare, con un tipico riflesso eurocentrico, la loro condizione di pace sul resto del mondo (17) In ogni caso, l'illusione è cessata subito dopo il 1989. Dapprima, la latente disintegrazione della federazione jugoslava è sfociata in una serie di conflitti armati che ha coinvolto gli interi Balcani. In seguito, varie coalizioni occidentali guidate dagli Stati Uniti sono intervenute in diverse parti del mondo in nome della "legalità internazionale" (Kuwait, 1991), dell'"umanità" o dei "diritti umani" (Somalia, 1993, Bosnia, 1995, Kosovo, 1999), della libertà "duratura" (Afghanistan, 2001), della lotta al terrorismo o della pura e semplice egemonia (Iraq, 2003). Nel momento in cui questo numero (della rivista) è ultimato, il latente stato di guerra dura ormai da un quindicennio. Ma soltanto con gli attacchi dell'11 settembre 2001 vasti strati dell'opinione pubblica occidentale hanno realizzato che la guerra, anche se di tipo nuovo, era ricomparsa nell'orizzonte della vita quotidiana.

Si tratta allora di stabilire se e come la guerra permanente a cui di fatto ci siamo abituati stia cambiando la nostra vita. Un problema la cui corretta impostazione dipende dalla comprensione della natura della guerra contemporanea. È su questo punto che l'analisi incorre nelle maggiori difficoltà. Gran parte degli attuali conflitti sfuggono all'idea di guerra divenuta abituale nel secolo XX. Basterà solo un esempio, irrisorio ma rivelatore. Quando, nel febbraio 1991, fu chiaro a tutti che la coalizione guidata da George Bush sarebbe intervenuta per espellere le forze irachene dal Kuwait, in alcune città italiane si diffuse il panico. Le cronache riportano che molti, soprattutto donne e anziani, si precipitarono nei supermercati per fare incetta di scorte alimentari. L'imminenza della guerra evocava probabilmente, non solo in chi aveva vissuto direttamente le vicende belliche di quarantacinque anni prima, spettri come il razionamento, gli allarmi aerei, i bombardamenti delle città. In seguito, nonostante le "guerre" si siano moltiplicate, il panico non si è ripetuto. Nella primavera del 1999, dopo qualche timore che la Serbia reagisse ai bombardamenti lanciando missili sulla costa adriatica, le coalizioni occidentali hanno potuto combattere le loro guerre senza temere ritorsioni dirette. Durante tali conflitti, la vita quotidiana dell'occidente è continuata più o meno inalterata. In fondo, lo shock dell'11 settembre e la paura generalizzata del terrorismo confermano la pretesa che si possa combattere alla periferia senza che il centro, cioè il nostro mondo, sia coinvolto.

Ovviamente, dopo l'11 settembre 2001 a New York e l'11 marzo 2004 a Madrid, questa pretesa si è rivelata fragile. Ma la presenza della guerra nelle nostre vite non si limita allo spettro del terrorismo. Essa determina piuttosto una condizione di emergenza che, lungi dal costituire uno stato d'eccezione, riorienta stabilmente le nostre abitudini, cioè le forme in cui si volge normalmente la vita sociale. Alcuni di questi cambiamenti sono sotto gli occhi di tutti e si possono riassumere nella formula del primato della sicurezza: inasprimento dei controlli alle frontiere, negli aeroporti e in generale nei luoghi di transito, potenziamento e onnipresenza dell'intelligence, sospetto generalizzato verso gli stranieri, soprattutto se di origine nord-africana, mediorientale, araba o "islamica", allestimento di campi per prigionieri privi di uno status preciso e quindi di qualsiasi garanzia (Guantanamo, campi in Iraq e Afghanistan ecc.) (18).

Altri cambiamenti, invece, meno evidenti ma probabilmente capaci di provocare effetti più duraturi, si possono compendiare nella formula del primato della decisione armata. A partire dal 1999, quando la guerra contro la Serbia fu condotta dalla Nato senza il consenso dell'Onu, si è affermato il principio di ingerenza militare dell'occidente in tutto il mondo. La giustificazione o legittimazione di questa attività di polizia globale (19) fa leva sulla minaccia del terrorismo e di chi lo sosterrebbe (i cosiddetti rogue states, in primo luogo) ma è, in sostanza, autoreferenziale. Assumendo che solo l'occidente pratichi il diritto nelle relazioni interne e internazionali (si trovi cioè in una situazione giuridica ideale), e disponga dei mezzi per farlo rispettare, si gettano di fatto le premesse per la costituzione di un potere militare globale legittimato dalle circostanze (20) Circostanze peraltro durature, in quanto si ritiene che ogni prevedibile opposizione armata al suo esercizio ricada nella fattispecie del terrorismo. Non altro è il significato profondo dello slogan enduring freedom o delle dichiarazioni di Bush secondo cui la lotta al terrorismo potrebbe durare "intere generazioni". (21) La guerra al terrorismo non riposa quindi su alcuna legittimazione convenzionale, bensì su un potere di fatto o capacità di intervento, che naturalmente può essere giustificato con il richiamo alla superiorità culturale (economica, sociale e anche militare) della "civiltà occidentale" (22) In questo senso, il potere di intervento, cioè la guerra , assume una funzione costituente e quindi capace di ri-configurare le relazioni globali di potere (23).

Dire che la guerra assume oggi un potere o ruolo costituente significa perciò che essa è la fonte di nuove relazioni sociali e politiche. Per cominciare, accanto alle istanze politiche nazionali e internazionali, si sviluppano poteri di fatto nuovi o, se istituiti da tempo, capaci di mutare funzioni e ambiti di intervento. Tra i primi rientrano le alleanze ad hoc che hanno combattuto le guerre in Afghanistan e in Iraq e che si pongono di fatto come braccio armato della "legalità internazionale", con o senza mandato Onu, nonché la progettata forza europea di intervento rapido, il cui raggio di azione non si limita certo all'Europa. Tra i secondi possiamo citare la Nato, che nel 1999 è intervenuta in Kosovo. In entrambi i casi, queste strutture militari, occasionali o stabili che siano, tendono a promuovere o imporre nuove forme di organizzazione politica ed economica dei paesi in cui intervengono. Si considerino la presenza militare in Afghanistan, il protettorato militare della Nato sui Balcani meridionali (Bosnia, Kosovo e, in senso lato, Macedonia e Albania) o la coalizione che sta gestendo l'occupazione dell'Iraq. Quest'ultima è composta dalle forze armate dei due stati che hanno travolto l'esercito iracheno nel 2003 e da contingenti militari di diversi paesi europei, asiatici e sudamericani con compiti di polizia militare. In realtà, queste forze non sono che l'avanguardia armata di una struttura di occupazione che comprende un gran numero di forze private di sicurezza (24), di imprese (in maggioranza americane) con compiti di ricostruzione delle infrastrutture e del sistema economico, e di agenzie pubbliche o semi-pubbliche occidentali (servizi segreti, esperti di sicurezza, Ong, ecc.) che gestiscono gli apparati civili, dai sistemi educativi ai beni culturali. Si tratta dunque di un'occupazione politica, economica e amministrativa che ha nella vittoria militare del 2003 la sua unica fonte di legittimazione.

Clausewitz rovesciato

Questo saggio vede dunque nella guerra un fenomeno capace di trasformare la società secondo direzioni in gran parte innovative. Potremmo esprimere lo stesso concetto definendo la guerra contemporanea come un "sistema sociale di pensiero". Questa espressione si ispira all'opera di Michel Foucault e indica una formazione concettuale che, senza essere necessariamente organica, esplicitata o rappresentata da tradizioni ufficiali o canoniche come la filosofia, è nondimeno capace di orientare il modo di pensare teorico e pratico di una certa epoca. Foucault ha portato alla luce sistemi di pensiero come le rappresentazioni scientifiche minori a cavallo dell'illuminismo, l'immagine della follia in età classica, il carcerario e il disciplinamento moderni, la "volontà di sapere" nella cultura contemporanea della sessualità. In particolare, ha individuato l'essenza del pensiero bellico moderno nel "razzismo di stato", un'idea questa estremamente feconda, anche se la guerra in Foucault è ancora limitata agli stati nazionali e alle singole società, e non si estende alle dimensioni trans-statuali e transnazionali che oggi vengono comprese sotto l'etichetta indubbiamente usurata di globalizzazione (25).

Foucault ha insistito sulla necessità di rovesciare il senso della massima di Clausewitz, secondo cui "la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi" 26) Per lui invece la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi (come, in un certo senso era per Carl Schmitt). Per Foucault il "politico" era il travestimento di una guerra civile fondamentale tra gruppi sociali, in sostanza tra il ceto dominante e un corpo sociale costitutivamente riottoso. Si tratta, a mio avviso di una posizione che fraintende la lettera dell'espressione di Clausewitz, per il quale con politica si intendeva la politica estera, e cioè i rapporti tra stati sovrani, ma anche di un fraintendimento felice e produttivo (27) Infatti, oggi più di ieri, è impossibile postulare una netta separazione tra politica interna ed estera. E questo non per il deperimento degli stati nazionali, che avrebbero ceduto quote della sovranità a istanze globali, ma esattamente per il motivo contrario, cioè la riorganizzazione degli stati nazionali in costellazioni o coalizioni, più o meno variabili, che agiscono su una scena globale per ragioni egemoniche. In altri termini, si potrebbe ritradurre la (libera) versione che Foucault ha operato della massima di Clausewitz nella proposizione seguente: la politica globale è la continuazione della guerra globale con altri mezzi. Con ciò, essenzialmente, si stabilisce l'esistenza di una dimensione continua, anche se ovviamente articolata, di guerra e politica globale (28).

Il metodo di Foucault consente insomma di liberarci dal pregiudizio secondo cui la guerra sarebbe un'anomalia, la deviazione dal retto cammino dell'umanità, l'emergere di una irrazionalità anti-progressiva, lo scatenamento di pulsioni arcaiche e così via (29) Certo, c'è qualcosa di suggestivo in questi giudizi - almeno se ci si colloca al livello dell'individuo combattente e degli orrori a cui partecipa. Ma le cose appaiono del tutto diverse, quando l'analisi investe meccanismi e sistemi militari nelle loro relazioni organiche con la politica e l'economia globale. Qui, la guerra appare piuttosto come l'altra faccia della politica globale, un sistema di opzioni non alternativo, ma del tutto complementare, ai sistemi di governo pacifici. Dalla fine della guerra fredda, la violenza militare, cioè l'imposizione di scelte politiche con la forza delle armi, è apparsa come una scelta continua, normale, quotidiana in un quadro politico in evoluzione. Guerre, pertanto, politiche in misura varia e miranti a obiettivi eterogenei, non sempre evidenti o del tutto comprensibili nel quadro delle apparenti razionalità che le dovevano motivare o giustificare. Guerre per le risorse, per la liquidazione di resistenze locali (si pensi allo stato di guerra in Palestina), per la ridefinizione delle zone di influenza o per tutti questi motivi insieme. Che alcune di queste guerre non siano non solo state dichiarate, ma in alcuni casi nemmeno considerate tali, indica semplicemente che lo stato di guerra è oggi ubiquo (30).

Intendiamoci, non si tratta di una novità. Piuttosto, il fatto che oggi la scala dei conflitti sia globale in ogni parte della terra (che cioè, in linea di principio, ogni conflitto locale abbia effetti su tutto il mondo), ha squarciato il velo dell'ideologia occidentale che aveva marginalizzato il ruolo della guerra nell'affermazione della cultura euro-americana. Ideologia liberale, economicista, democratica, secondo cui il successo dei "valori" dell'occidente - benessere economico, libertà politica, governo rappresentativo, sviluppo scientifico e tecnologico - sarebbe il frutto di un'intrinseca superiore capacità, e non invece il risultato di uno stato di guerra che ha lasciato dietro di sé, nel corso di un paio di secoli, centinaia di milioni di cadaveri. Ideologia esplicita, ma più spesso implicita, basata cioè sulla rimozione tipica della divisione del lavoro intellettuale. Espunzione della guerra e della sua normalità nelle scienze sociali e nella teoria economica e politica, assoluta afasia filosofica, riduzione della guerra nel discorso storico a variante del "gioco" politico-diplomatico: processi di cancellazione culminanti, appunto nella bizzarra idea della patologia, come se la guerra fosse cioè la malattia dell'occidente e non invece la sua condizione fisiologica. Sarebbe interessante procedere, sulla scia di Foucault e di Warburg, a un'archeologia o a una genealogia dell'assenza di guerra nell'auto-edificazione del pensiero occidentale. Un lavoro tutto sommato faticoso ma non impossibile, se solo ci si affidasse al contrappunto, nel discorso filosofico, di disinteresse e occasionali pulsioni guerresche, qualcosa che tra reticenze e furori omicidi ci riporta fino alle sorgenti della narrazione occidentale, in terra greca. Non bastano le occasionali intuizioni di un Machiavelli o di uno Schmitt, i contorti progetti pacifisti di Kant, le saette di Nietzsche - e persino le brillanti affabulazioni storiche di Foucault o Deleuze - ad assolvere la tradizione filosofica dal sospetto di una generale connivenza, di un silenzio-assenso sulla guerra (31).

Le meraviglie dell'intelligenza

Dire che la guerra assume oggi più di ieri una funzione costituente, anche se implicita o rimossa significa riconoscere non solo che progettualità politico-sociale e progettualità militare vanno perfettamente d'accordo, ma che, al limite, è la seconda a determinare il ritmo della prima. Qui il discorso non si limita alle tecnologie che nella nostra vita quotidiana sono divenute perfettamente ordinarie (e anzi sono assunte come simbolo di uno sviluppo pacifico e perfino della libertà di comunicare) e che hanno un'origine militare, come Internet. Basterebbe limitarsi al fatto che nella società di mercato oggi trionfante, in cui il ruolo della mano pubblica è considerato scandaloso, sopravvive, anzi prospera, il più straordinario apparato di welfare militare che la storia abbia conosciuto. Se Roma, con una trentina di legioni attive al momento di massimo sviluppo (32), era considerata l'impero più militarizzato dell'antichità e la Prussia di Federico II, con un esercito di alcune decine di migliaia di uomini, un vero e proprio stato-caserma, che cosa dovremmo dire degli Stati Uniti contemporanei, che hanno sul libro paga del Department of Defense più di due milioni di uomini, senza contare i riservisti, la guardia nazionale e gli altri milioni che lavorano per la parte civile del complesso militare-industriale? E che dire, oltre ai mercenari, degli altri milioni di portatori d'armi a fini civili, come poliziotti di ogni tipo o doganieri oggi arruolati nella guerra senza fine al terrorismo?

Il sistema militare, apparentemente silenzioso o raggelato nel tempo di pace, e dispiegato e più o meno trionfante in quello di guerra, è sembrato una sorta di implicito male necessario finché, dopo il 1989, le convenzioni, intellettuali, politiche e giuridiche, hanno cominciato a sgretolarsi, rivelando nel mondo un solo grande campo di battaglia. Naturalmente, si tratta di uno scenario marziale profondamente nuovo, del tutto adeguato alle direzioni prese negli ultimi decenni dall'economia e dalla scienza. Per cominciare, i primi anni Novanta hanno visto l'affermarsi dell'utopia tenocratica in campo strategico, nota come Rma o Rivoluzione nelle questioni militari. Per comprenderne il significato, è necessario ricordare che la storia militare occidentale è convenzionalmente contrassegnata da svolte a cui si dà il nome di "rivoluzioni" (33). Per limitarsi all'epoca moderna, tali sono considerate la diffusione su larga scala delle armi da fuoco (XVI e XVII secolo), l'introduzione degli eserciti di leva (tra XVIII e XIX secolo), l'adozione, menzionata sopra, di forze corazzate e aviazione strategica (prima metà del XX secolo). La Rma segnerebbe un'ulteriore svolta, la più radicale di tutte, in quanto capace non solo di assumere il mondo come campo di applicazione, ma anche e soprattutto di realizzare, in linea di principio, la progressiva riduzione, se non sparizione, dell'elemento umano combattente. Il nucleo strategico della Rma è essenzialmente costituito dall'impiego delle nuove tecnologie dell'informazione (informatiche, comunicative, robotiche) nei settori militari in cui l'elemento umano è sempre stato preponderante: raccolta di informazioni sul terreno e combattimento. Qui i soldati in carne e ossa sarebbero progressivamente sostituiti, anche se non esclusivamente, dall'automazione dei sistemi di informazione (infowar) e dall'impiego preponderante della guerra aerea e missilistica per neutralizzare le forze armate nemiche (34).

In un certo senso, il secondo conflitto del Golfo del 1991 (35) rappresenta la transizione tra la guerra di tipo novecentesco e la Rma. Benché i sistemi di comunicazione e di difesa aerea (nonché le difese terrestri degli iracheni) fossero stati completamente neutralizzati dagli alleati, alle forze di terra (corazzate e di fanteria) fu affidato il compito di "completare il lavoro" e di "ripulire" il Kuwait dalle truppe di Saddam Hussein. In ogni caso, la straordinaria disparità nel computo delle perdite (poco più di 300 tra gli alleati, diverse decine di migliaia tra gli iracheni) suscitò l'illusione che l'incomparabile preponderanza occidentale in termini di tecnologie informatiche, aeree e missilistiche rendesse ormai residuale la guerra di terra. Anche quest'ultima, basata sull'integrazione di forze corazzate e aviazione tattica (cannoniere volanti, elicotteri d'attacco) sarebbe divenuta una sorta di formalità. Nasce subito dopo la guerra del Golfo l'ideologia della guerra a "zero perdite" (occidentali), insieme alla propaganda sulla capacità di missili e bombe "intelligenti" di causare solo poche vittime ("danni collaterali") nella popolazione civile (guerra a "costo umano zero"). L'apogeo della Rma (un misto di utopia e propaganda) è nella guerra del Kosovo del 1999, in cui per la prima volta nella storia l'attacco della coalizione Nato non comportò nemmeno un caduto tra gli attaccanti e poche centinaia (in realtà, alcune migliaia) di vittime, soprattutto civili, tra i serbo-jugoslavi.

Nasce inoltre in questo periodo la teoria della guerra "asimmetrica". Tra i teorici più visionari di parte americana comincia a circolare l'idea che la risposta del nemico alla invincibilità occidentale è l'abbandono della guerra convenzionale e anche della guerriglia tradizionale (il cui modello può essere considerato la guerra di popolo teorizzata e praticata tra gli anni cinquanta e settanta dal generale vietnamita Giap), in quanto troppo costosa in termini umani. La risposta asimmetrica consisterebbe soprattutto in forme di guerra reticolare (netwar), in cui piccole cellule terroristiche, autonome e prive di una struttura centralizzata, mirano a colpire i centri nevralgici dell'occidente e degli Usa, secondo il ben noto precetto strategico dello "sciame" (swarming) in cui ci si muove separatamente per colpire insieme (36). Non c'è dubbio che, fin da principio gli strateghi americani abbiano avuto in mente il modello Al Quaeda, che conoscevano benissimo, avendo gli Usa partecipato, direttamente o no, alla sua costituzione. Il principio di fondo è che alla guerriglia terroristica si deve rispondere con una contro-guerriglia basata sugli stessi principi strategici (37). La prima risposta all'11 settembre, che gli analisti Usa avevano largamente previsto anche se non erano stati ovviamente capaci di localizzare l'attacco, è la guerra del 2002 in Afghanistan, in cui la Rma sembra trovare l'applicazione più completa: bombardamento strategico dei santuari talebani e di Al Quaeda, delega all'Alleanza del nord del lavoro sporco (la liquidazione dei talebani in campo aperto), utilizzo di uno sciame di piccole unità di contro-guerriglia (agenti Cia e britannici, rangers, Delta force, specialisti inglesi ecc.) contro la rete di Al Quaeda nelle montagne tra Afghanistan e Pakistan.

La scelta americana e inglese nel marzo del 2003 di invadere l'Iraq con una forza relativamente "leggera " è stata il frutto non solo della fretta e di errate valutazioni strategiche (nessuno aveva previsto la scelta degli iracheni di non sacrificare le proprie truppe in scontri di terra dall'esisto scontato e di riservarsi di combattere dopo la "vittoria"), ma anche di un eccesso di fiducia nel nuovo modo di fare la guerra. Convinti che la vittoria del 1991 e l'embargo, insieme al consueto e devastante attacco aereo, avrebbero annullato ogni possibile resistenza, gli americani e gli inglesi si imbarcavano in un'impresa che si rivelava subito infinitamente più difficile (38). È indispensabile a questo punto misurare lo scarto tra strategie teoriche e applicazioni pratiche. Uno scarto che dipende anche dai conflitti sia tra consiglieri civili (fondamentali nel sistema decisionale americano) e gerarchie militari, sia, in queste ultime, tra diverse scuole strategiche. Tendenzialmente, le gerarchie militari sono caute nello sposare le concezioni strategiche più avveniristiche e sono legate a una cultura militare tradizionalista. Si possono segnalare qui almeno due conflitti rilevanti: il primo, all'epoca della guerra aerea del Kosovo portò alla rimozione del generale Wesley Clark (39), che riteneva indispensabile un intervento terrestre in Kosovo, il secondo, tra i capi dello stato maggiore americano e il ministro della difesa Rumsfeld. I militari ritenevano, a ragione, che l'invasione dell'Iraq fosse stata preparata affrettatamente e che i circa trecentomila uomini che vi avevavano preso parte (di cui solo un terzo combattente) non fossero sufficienti a mantenere l'ordine dopo l'eventuale presa di Baghdad (40). Tutto questo mostra che la Rma è solo un orizzonte teorico, e per di più controverso, da cui non dobbiamo derivare alcuna indicazione di lungo periodo sull'evoluzione della guerra contemporanea (41).

L'attuale modo di fare la guerra sembra aperto a un ventaglio di opzioni in larga parte politiche, spesso in contraddizione tra loro e largamente occasionali. Ma questo significa ammettere che non esiste alcuna soluzione di continuità radicale tra scelte di pace e di guerra nel sistema egemonico americano. Il fallimento strategico in Iraq ha condizionato largamente le elezioni del novembre 2004 (che non è stato affatto un referendum sulla pace ma sul modo ottimale di fare la guerra), mentre la conferma di Bush porterà alla scelta di nuove opzioni militari. Queste a loro volta non si escludono ma coesistono in uno scenario in cui l'apparato militare è pronto in ogni momento ad agire come braccio armato della politica egemonica.

La civiltà della guerra

La guerra esercita una funzione costituente anche in un senso più ampio, in quanto influenza le strutture globali della cultura. Consideriamo la sfera dell'informazione. Benché apparentemente pluralistica su scala mondiale, perché articolata in innumerevoli sfere locali e nazionali, l'informazione globale è in realtà influenzata da un piccolo numero di fonti e di organi, televisivi e di stampa, che ricadono nell'orbita dell'occidente e in primo luogo degli Stati Uniti. Anche televisioni celebrate per la loro imparzialità dipendono, in caso di crisi internazionali, da catene molto vicine all'establishment politico-militare americano, quali la Cnn o la Fox Tv. Inoltre, l'evento dell'11 settembre 2001 ha fatto che sì che pressoché tutti i media occidentali si siano allineati sulle posizioni del governo americano, in nome del patriottismo o della difesa della nostra civiltà. D'altra parte, da quando l'informazione è considerata esplicitamente elemento essenziale della strategia militare, i media sono stati di fatto arruolati nelle armate occidentali, così da rendere impossibile una copertura indipendente delle guerre (42). Nel 1991, lo stato maggiore della coalizione proibì la libertà di movimento degli inviati sul teatro delle operazioni. Nel 2003, i giornalisti sono stati embedded, cioè messi in divisa e aggregati ai reparti di seconda linea. Un'informazione alternativa o indipendente è scoraggiata con mezzi spicci e comunque militari. Nel 1999, in Kosovo, la televisione serba fu distrutta da un attacco missilistico, mentre in Iraq diverse troupes di emittenti arabe, come Al Jazeera e la televisione di Abu Dabi, sono state ripetutamente nel mirino degli americani durante la presa di Baghdad (43).

La militarizzazione dell'informazione non è in contraddizione con l'apparente pluralismo comunicativo che si addice a una società di mercato globale. Piuttosto, essa agisce in modo intermittente nelle fasi di mobilitazione e di acme dei conflitti. Inoltre, si estende ai processi ordinari che filtrano le notizie, attribuendo loro un rilievo globale o facendole retrocedere o sparire nel retroscena dell'offerta informativa. Anche in mancanza di Diktat da parte dei militari o dei politici, le notizie che contraddicono le verità politiche ufficiali scompariranno, semplicemente perché nessun organo di informazione è interessato a riprenderle (44). Data la massa di informazione teoricamente disponibile, una notizia è tale solo se è politicamente sostenuta, se cioè è fabbricata, ripresa o convalidata dalle istituzioni dotate di autorità sulla scena globale. Il governo americano ha potuto far credere al mondo che gli iracheni fossero in grado di colpire l'occidente con armi di distruzione di massa solo perché, dopo l'11 settembre, gli si riconosceva una sorta di pretesa o diritto alla verità (45).

L'influenza della guerra sulla cultura si esercita inoltre su piani molto più ampi che non la semplice imposizione di un'agenda politico-mediale. Se i leader occidentali (con l'eccezione dei più dilettanteschi, come Berlusconi) possono dar prova di cautela nello stabilire l'equivalenza terrorismo-mondo arabo o sovversione globale-Islam, ciò non avviene ai vari livelli dei loro consiglieri, degli intellettuali più influenti o semplicemente di opinionisti il cui scopo è agitare le acque per vendere articoli o libri. Il saggio di Huntington sullo "scontro di civiltà", che era destinato a un pubblico colto, o i pamphlet oscurantisti della Fallaci che hanno di mira un pubblico generico, confermano l'opinione secondo cui sarebbe in corso una guerra tra culture e religioni, o un attacco generalizzato del terrorismo contro l'occidente. Non è affatto necessario che questa opinione sia maggioritaria (di fatto non lo è, se si crede ai sondaggi degli istituti di ricerca internazionale, come Eurobarometro). È sufficiente che sia legittimata, che venga diffusa dai media popolari e che quindi costituisca lo sfondo su cui i governi occidentali ancorano le giustificazioni, implicite o esplicite, delle loro strategie.

La militarizzazione della cultura si traduce soprattutto in modi diffusi di pensiero (o di non-pensiero) che non sempre hanno bisogno di espressioni esplicite. In una guerra, di qualsiasi tipo, il nemico perde ogni connotazione specifica per divenire esclusivamente un bersaglio da colpire (46). Ora, la generalizzazione dell'ostilità implicita nelle guerre contemporanee - il terrorista rimanda all'arabo o all'islamico, lo stato canaglia a tutta la sua popolazione, ecc. - fa sì che una porzione rilevante dell'umanità sia potenzialmente un bersaglio e quindi de-umanizzata. Nasce qui la sostanziale indifferenza con cui il destino delle popolazioni coinvolte nei conflitti contemporanei viene trattato quando si è o ci si sente in guerra. Pochissime voci si sono levate a denunciare gli effetti dell'embargo Onu contro l'Iraq dopo il 1991, che ha causato, direttamente o indirettamente, la morte per denutrizione o mancanza di cure di un milione e mezzo di persone. Così come pochi si sono preoccupati delle vittime civili delle azioni militari e dei bombardamenti occidentali in Somalia, Kosovo, Serbia, Afghanistan e Iraq. Massacri, torture, campi di sterminio e sofferenze dei civili vengono esclusivamente chiamati in causa quando avvengono al di fuori delle guerre occidentali (47). Come è stato notato da Derrida, la terminologia politico-militare corrente degrada i nemici o bersagli facendone o dei nemici dell'umanità (terroristi, canaglie, banditi, criminali, quando esercitano un ruolo attivo) o della materia inerte, degli animali o delle cose, quando si tratta delle popolazioni "altre" coinvolte nelle nostre guerre (48).

La degradazione del nemico conosce sfumature diverse. Si va dalla creazione di categorie ad hoc, come quella di "nemico combattente", con cui si definiscono i "terroristi" catturati in Afghanistan o altrove e internati nella base americana di Guantanamo (49), alla pura e semplice cancellazione delle vittime dall'informazione. Non c'è stata guerra, dal 1991 in poi, in cui i vincitori si siano preoccupati di proporre una valutazione delle vittime civili. L'uso dell'espressione "danni collaterali" per indicare le vittime civili dei bombardamenti esprime perfettamente l'equiparazione degli "altri" esseri umani a semplici cose coinvolte fatalmente dalla guerra. Questo stile è d'altronde del tutto coerente con la pratica militare della "risposta indiscriminata", di cui costituisce in realtà una pura e semplice estensione linguistica. Quando un'unità combattente occidentale è attaccata sul terreno, reagisce facendo il vuoto interno a sé. Poiché il nemico è sempre e comunque terrorista, si mira a distruggere il suo habitat civile e quindi non solo a colpire "qualunque cosa si muova", ma anche la popolazione in cui presumibilmente si annida. La dinamica dei combattimenti urbani a Mogadiscio (1993), in Palestina, Cecenia e oggi in Iraq è sostanzialmente la stessa (50). Le forze armate regolari colpiscono in modo generalizzato i civili, bombardando i santuari di terroristi o guerriglieri situati negli agglomerati urbani, e quindi cercando essenzialmente di "obliterare" ogni appoggio, effettivo o virtuale, al nemico. In questo senso, la tattica occidentale è sostanzialmente speculare a quella dei terroristi, il cui scopo è coinvolgere i civili per mobilitarli contro gli occidentali.

Come abbiamo già indicato, si tratta di un caso evidente di guerra asimmetrica, che si può definire come conflitto in cui una parte dotata di una forza schiacciante cerca di distruggere un nemico infinitamente più debole che combatte in modo non convenzionale e "scorretto" (52). Ma l'asimmetria acquista qui un significato molto più ampio della sua dimensione militare. In generale, quando l'occidente combatte si può parlare di un'asimmetria di tipo antropologico.La definizione militare del nemico come barbaro o criminale esclude qualsiasi riconoscimento del suo status di combattente. Di conseguenza, verrà trattato come un mero problema tecnico, equiparandolo a un disastro o a una piaga naturale, come un'epidemia. (53) Si tratta all'apparenza del modello razzista delle guerre coloniali e di conquista, i cui esempi estremi sono costituiti dall'aggressione italiana contro l'Etiopia nel 1936 e dall'invasione nazista dell'Urss nel 1942. Ma oggi non è necessaria alcuna teoria esplicita dell'inferiorità delle razze, come negli anni trenta e quaranta, per giustificare la pratica della guerra asimmetrica. Poiché si assume che la sola cultura (legittima) sia la nostra, gli altri saranno considerati privi di cultura o portatori di culture abnormi, dei mostri culturali (come, appunto, il fondamentalismo). Quindi, la guerra asimmetrica non è combattuta contro degli uomini diversi ma contro dei non-uomini. In questo senso, il trattamento del nemico è razzista in senso iperbolico, perché non assume la sua inferiorità razziale, ma la sua esclusione a priori dal genere umano.

Non c'è bisogno di leggere tra le righe dei loro testi per accorgersi che i consiglieri del principe americano sono del tutto consapevoli del carattere razzista dei conflitti contemporanei. Il "diritto di fare la guerra" (54) viene oggi proclamato in base alla pretesa di una superiorità culturale assoluta. La "barbarizzazione" del nemico consente sia di produrre in una larga parte del mondo occidentale il consenso sulla guerra permanente, sia di condurre i conflitti senza alcun riferimento alle "forme" giuridiche, alle convenzioni o ai vincoli del diritto internazionale. In questo campo, l'unica formalità consiste nel giustificare in nome di fini superiori (la difesa della nostra civiltà) misure come l'internamento dei prigionieri nemici in campi sottratti a qualsiasi controllo, l'uso sistematico della tortura e l'impiego di armi di distruzione di massa.
Se questa è la realtà, è necessario partire dal presupposto che non disponiamo di un'attrezzatura teorica sufficiente a immaginarne gli sviluppi e tanto meno capace di prefigurare delle vie d'uscita. Un pensiero politico che parta dalla centralità della guerra nell'attuale sistema-mondo non è nemmeno agli inizi. Da una parte manca una piena consapevolezza del ruolo che la guerra ha svolto e svolge nell'ascesa dell'egemonia occidentale sul globo, prima europea e poi americana. Dall'altra, se è empiricamente facile individuare le espressioni militari del predominio occidentale come si è sviluppato nella fase successiva al 1989, regna l'oscurità o la confusione sulla natura dell'opposizione a tale predominio. Credo che non ci si allontani troppo dalla verità se si sottolinea che essa è composita ed eterogenea, in quanto prodotta essenzialmente dall'autonoma logica militarista di quello che si suole definire impero (55). Una logica che è divenuto corrente definire "eccezionalismo", sulla scia del dibattito tedesco degli anni trenta sullo "stato d'eccezione" (56).

Secondo Carl Schmitt (che in questo caso estremizzava la definizione weberiana dello stato come detentore del monopolio della violenza), lo stato d'eccezione è la misura che uno stato può strutturalmente assumere per eliminare una situazione di guerra civile interna (57). Non si comprende perciò come tale concetto possa estendersi a una condizione planetaria che mai, se non nella mezza finzione delle istituzioni mondiali come l'Onu, è stata governata da alcun monopolio legittimo o illegittimo della forza (58). La violenza e la guerra non sono derive di un ordine legittimo, ma condizioni di normale esercizio del potere sulla scena internazionale. Ciò a cui oggi assistiamo è un nuovo tipo di normalità Non si tratta di una mera questione terminologica, ma più semplicemente dell'intima connessione tra guerra e politica (ed economia) nel nostro mondo globalizzato.
Fin quando l'economia-mondo si baserà su ciò che Weber chiamava la " lotta economica per l'esistenza, atroce e priva di compassione, che la fraseologia borghese designa come "pacifico lavoro della civiltà", la guerra, in qualsiasi forma - tradizionale o innovativa - sarà l'interfaccia della vita sociale globale. Per noi, che abitiamo nel recinto più o meno protetto dell'impero, si tratta tutt'al più dell'immersione nella cultura della paranoia e di echi di lontani boati. Per tutti gli altri, nemici reali o virtuali, della possibilità concreta della distruzione e della morte. Non nascondiamoci che un movimento di opposizione globale alla guerra, capace di neutralizzare la natura militarista dei poteri imperiali, è poco più di un'utopia. Spetta a noi, abitanti riottosi dell'impero, il dovere teorico e politico di cominciare a decostruire il razzismo globale su cui esso si è edificato e che ne caratterizza sempre più esplicitamente il progetto.