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![]() Sergio Ramos, Moltitudine L’arte della guerra e le passioni della moltitudineUltima modifica: venerdì 4 novembre 2005 Toni Negri
I kamikaze e i guerriglieri rimediati sul banco del Wal-Mart globale rivendicano la propria libertà attraverso la distruzione della vita altrui o l’alienazione del diritto delle singolarità libere. La moltitudine sa che la guerra ed il suo approfondimento, la sua estensione saranno sempre possibili, e che la pace non ci sarà mai finchè regneranno padroni e capitalisti. Costruire la potenza e le possibilità di esodo della moltitudine diviene quindi il problema del momento. Tratto da Posse, n°10, Manifestolibri: http://www.manifestolibri.it/vedi_collana_indice.php?id=349 Vorrei qui presentare alcuni paradossi, alla maniera illuminista, paradossi cioè che non hanno soluzione ma che indicano, come diceva Kant, una « comunità di fini ». Paradossi che nella loro insolubilità, mostrando comunque un terreno problematico eventuale o possibile (è importante tener presente la distinzione tra un eventuale teorico ed un possibile pratico) alludono ad una comune finalità etica : nel nostro caso l’esercizio dell’arte della pace (e/o della guerra : non sta in questa ambiguità l’origine dei paradossi ?). Qui la discussione non è dunque attorno alle tecniche ed agli ordinamenti che sottostanno a pace e guerra ma attorno alle passioni multitudinarie determinate da questa problematica. Il paradosso della modernità politicaIl primo paradosso è quello costituito dall’arte della guerra nello sviluppo progressivo della modernità, è quello che si definisce quando – partendo dalla necessità di fondare la sovranità per ottenere la pace – si finisce all’opposizione tra libertà e biopotere. Come è noto la guerra ed il suo superamento, in Hobbes e nei teorici della sovranità moderna, costituiscono la base alla quale si riferisce la fondazione di un potere efficace che garantisca la pace al di là della guerra (civile o fra potenze feudali) – il tutto conduce alla tutela della pace interna alla società da parte dello stato moderno. Attraverso la guerra civile avviene, quindi, una traslazione del potere, dagli individui che fan la guerra ai cittadini che vivono nella pace. Aver partecipato alla guerra e superare la guerra è quindi il percorso e la condizione per essere cittadino. La sovranità è la garanzia della pace. Nel caso trattato, la forza sociale che garantisce la pace consiste nell’affermazione e nella tutela della capacità appropriativa (o possessiva) della classe borghese. E’ perciò che la pace è qui l’alienazione della potenza dei singoli di determinare volontà appropriative comuni e desideri di comunità : attraverso la sovranità, la pace diventa la garanzia della proprietà privata. Il paradosso consiste dunque nel fatto che la guerra può essere tolta solo dall’alienazione delle potenze della singolarità e del desiderio di comunità. Inoltre, la pace è la distruzione del comune. A fondamento della modernità, e poi attraverso la modernità, vive l’ipotesi di Machiavelli. Egli indica tre possibilità di considerare l’arte della guerra. Esse costituiscono una vera e propria triade dialettica. La prima possibiltà (positivamente empirica) è « machiavellica », nei termini gretti del realismo della politica : la Repubblica fiorentina, per mantenere il suo potere, deve radicalmente schiacciare e distruggere la capacità di insorgere delle campagne, della Val di Chiana ribelle . Conquistare la pace significa distruggere l’opposizione, l’insurrezione, la volontà di eguaglianza dei soggetti : il mezzo è importante, deve essere comunque capace di terrorizzare per imporre dominio. Il secondo dispositivo dell’arte della guerra (questa volta ontologicamente negativo) è in Machiavelli la capacità di costruire un esercito democratico, cioè un esercito di cittadini tanto capace di resistere alle potenze feudali quanto alle potenze straniere, al papa ed alla Francia. Le « ordinananze » di Machiavelli, nella Repubblica fiornetina assediata, sulla costruzione di un esercito popolare corrispondono a questo scopo : la costruzione di un esercito democratico vive nell’urgenza della difesa della città. In terzo luogo in Machiavelli appare una concezione più teorica dell’arte della guerra, intesa a costruire l’esercito della Repubblica borghese : si tratta del terzo passaggio dialettico, sintesi e superamento assieme dei precedenti dispositivi. L’idea repubblicana appare qui per la prima volta : è l’idea di una democrazia piegata alle esigenze della sovranità moderna – quest’ideale si chiamerà appunto repubblicano per distinguerlo da guerra democratica. L’uomo libero è un uomo in armi, capace di difendere la Repubblica, cioè l’ordine borghese. La Costituzione Americana – ma già prima i repubblicani inglesi – ripetono questo paradossale precetto : solo l’uomo in armi è l’uomo libero – a difesa della proprietà. L’interpretazione gramsciana di Machiavelli non va molto al di là di questa prospettiva di un esercito cittadino : esercito popolare prima, proletario poi – ma nessuno di questi rappresenta un modello democratico, semmai repubblicano, e alla fine nazional-popolare – in ogni caso fraintendimento o mistificazione borghese. Ma qui sta appunto il paradosso. Perché ? Perché la libertà dell’uomo in armi, ovvero la copula fra uomo libero e uomo in armi, passano attraverso l’alienazione del diritto delle singolarità libere e propongono il potere dell’individuo possessivo e la difesa del suo Stato. John Wayne rappresenta la realizzazione dell’uomo in armi della Repubblica. Rappresenta, meglio, rappresentava… Ma quanto poco tempo è passato perché questa figura svanisse ! Oggi noi stupiamo avvertendo che fra quel John Wayne che guerreggia in Vietnam o in Iraq, ed il ribelle ctonico, tellurico (già esaltato nelle grandi teorizzazione reazionarie), oggi brutalmete agente in Cecenia o in Afghanistan, non c’è più differenza. Sterminare una scuola di bambini o torturare fino alla morte i prigionieri – ecco il risultato dell’ideologia moderna del guerriero repubblicano, che nel suo sviluppo storico ha raggiunto l’antica perversità di una libertà o di una indipendenza unicamente affidate alle armi. L’ideologia neoconservatrice americana è la coerente specchiale immagine della pratica cecena della guerra per l’indipendenza : paradossale associazione, non è vero ? L’idea dell’identità e dell’indipendenza giaggiono sotto la stessa coperta : la modernità si conclude nell’esaltazione ordinaria del fine giustificante ogni mezzo. La vita, ricomposta nel biopotere, è distrutta dalla guerra. Il paradosso si trasforma nel postmodernoIl secondo paradosso si presenta nella postmodernità quando il rifiuto della guerra diviene elemento fondamentale nella costruzione del comune. La moltitudine si presenta come pace. Il desiderio di pace si presenta come determinazione della cittadinanza. L’uomo libero non si vuole più uomo in armi. La moltitudine impone la fine della leva obbligatoria. Ma tutto questo, dove e quando e come è possibile ? La guerra sarà sempre presente finchè ci sarà dominio. Se nella modernità il paradossale legame tra guerra e pace passa attraverso la traslazione verso il sovrano del potere di fare la guerra a difesa della proprietà, nel postmoderno il paradosso si pone là dove il desiderio moltitudinario di pace pone il dovere di resistere in ogni modo alla guerra. Ma come ? Nella pace solamente o anche attraverso la guerra ? Nella postmodernità ciò che è cambiato rispetto al moderno, è lo sfondo : lo sfondo non è più dialettico, come imponeva lo schema hobbbesiano – guerra civile, alienazione delle potenze, sovranità a tutela della società civile (borghese). Lo sfondo onotlogico è diverso : l’esigenza del comune come condizione di produttività e di vita, quindi il desiderio di pace, si pongono in opposizione non dialettica, cioè irresolubile, alla guerra ed al mestiere del dominio. L’arte di resistere alla guerra non è il risultato di una dialettica tra distruzione e produzione ma la semplice necessità di un desiderio di pace per difendere la vita (ed anche la produzione). L’arte della guerra potrebbe qui essere rifondata come arte della resistenza e della vita (se non fosse che il non nome di guerra è ripugnante). Con che mezzi mantenere la pace ? Rispondendo a questa questione si scopre che, di fatto, la guerra può essere desiderabile quando la libertà e la vita sono oppresse dal potere. Il pacifismo è ripugnante quando si vuole assoluto, è soltanto ipocrita quando si vuole democratico. Ma allora come affermare la pace ? Ho in mente una trilogia esemplare (e drammatica) sulla metamorfosi del desiderio davanti alla guerra. C’è un primo atto che guarda alle passioni, naturali ed immediate dell’uomo assoggettato dal biopotere postmoderno. Il suo comportamento è di antagonismo nei confronti del potere quando l’uomo sperimenta l’indignazione insopprimibile di ogni soggetto nei confronti della violenza proprietaria e nella negazione del comune. Perché questa indignazione non si trasformi in terrorismo, bisogna davvero che l’uomo scopra il comune in se stesso. Un secondo quadro di questa trilogia (a descrizione del paradosso postmoderno della pace e della guerra) consiste nella necessità di considerare ormai quella resistenza (che costruisce pace) come separazione, come impossibilità soggettiva ed oggettiva di intendersi con i detentori el potere ed i signori della guerra. Un terzo episodio di questa trilogia rappresenta infine l’esercizio dell’esodo, là dove per esodo si intenda la ricostruzione – andandosene soggettivamente dal mondo del potere – di un tessuto comune e la capacità di rifondare la libertà e la vita al di là dei rapporti di potere attuali (capitalistici, patriarcali, coloniali, imperiali, ecc.). Dentro questo cammino si opera una metamorfosi. Nasce qui cioè una passione della guerra che è prodotta dal desiderio di pace, insieme ad una passione di pace che deve risolvere l’indignazione del kamikaze, l’estremismo del terrorista, la separazione castratrice della donna in rivolta, ecc. Sipotrà mai dare una capacità di organizzare la guerra come moltitudine costituente, come sciame che riconosce la potenza delle singolarità in rivolta, come esodo – cioè alternativa radicale ed insieme ricostruzione sensata di un mondo libero ? Qui la guerra non sarà im alcun caso riassorbibile in un meccanismo dialettico, è radicalissima perché è altro. La pace è nobilitata da questo desiderio. In questo caso il concetto di pace non ha più nulla a che fare con l’esperienza del passaggio dialettico dalla potenza delle singolarità all’alienazione sovrana delle libertà, è al contrario un’affermazione diretta ed immediata di un bisogno di libertà che ha conclusioni nella costruzione del comune. Il paradosso guerrigliero del moderno (alienazione verso pace, guerra come passaggio fra queste situazioni ontologiche) si ritrova completamente rovesciato : nel postmoderno il paradosso è quello di una potenza che si muove dal basso per cercare, se è necessario attraverso la guerra, senza alienazione possibile, senza sovranità necessaria, attraverso l’esodo, un orizzonte di pace. Gli eserciti, nell’impero, si sono trasformati in polizia del biopotere. La guerra, nel biopolitico (cioè nella connessione stretta ed indissolubile di società, produzione e vita), è divenuta un’articolazione permanente e continua, uno stato di eccezione che investe totalmente il mondo, le coscienze, le singolarità. Gli eserciti, i carabinieri, le milizie private ti inseguono ovunque. Ma l’uomo armato della modernità – si chiami John Wayne o Basaev – qui non trova più senso, nel regime del desiderio postmoderno del nuovo uomo libero e produttore comune. Il concetto repubblicano di uomo armato non ha più significato. Nel postmoderno l’uomo armato, se partecipa ancora della sovranità, è un mostro (nella fenomenologia corrente : mercenario o soldataglia, tagliatore di teste e fascista). Occorre ripartire, nella ricostruzione dell’arte della guerra (e cioè nell’orizzonte delle passioni dell’uomo biopolitico e nella preliminare esperienza di pace e di comune) dalla differenza, irriducibile, fra « popolo in armi » e « moltitudine in armi ». L’uomo armato della modernità non potrà mai configurarsi né mai riconoscersi nell’armamento irresistibile della moltitudine postmoderna, nello sciame delle sue azioni, nella radicalità dell’esodo. Come si è detto John Wayne diventa sempre più simile all’eroe ctonico e tellurico della Cecenia, è un Rambo – diventerà sempre più uguale al « ribelle » fascista di Junger. Di contro la singolarità diventerà nella moltitudine sempre più simile all’eroe nomade dell’esodo che vuole solo pace e libertà. Che vuole produrre il comune. Non c’è soluzione a questi paradossiNon c’è soluzione a questi paradossi. L’unica soluzione sarebbe di possedere già da ora un comune che si opponesse al biopotere, un’internazionale moltitudinaria a potenza – n, un popolo cosmopolita sempre più ampio e sempre più democratico, che avesse da ora la forza di opporsi, globalmente, al potere imperiale. Forse è qui che i paradossi precedentemente esposti nella loro inconclusività, si aprono alla determinazione materiale dell’esodo. L’arte della guerra diviene arte dell’esodo, dell’andarsene, è l’arte di usare la verga di Aronne per fare uscire acqua dal deserto, è l’arte di Mosè di chiudere l’esercito egizio fra le onde del Mar Rosso, è l’arte di progettare concretamente un nuovo mondo di libertà. Non ci sarà uomo libero e pacifico che possa mostrarsi come uomo armato se non porta con sé una proposta moltitudinaria di libertà. La lotta contro la guerra si trasforma (nel postmoderno) in progetto di riappropriazione corporea, materiale, reale del comune. In questo caso la democrazia può mostrarsi come un assoluto armato contro la Repubblica. La guerra può scomparire (nell’arte della pace delle moltitudini postmoderne) perché la forza ed il potere sono stati svuotati e quindi il loro spazio riappropriato dalle singolarità e dalla moltitudine. La guerra sarà eliminata quando l’esercizio del potere si mostrerà come riappropriazione della forza nel comune, esercizio del comune. Ma queste sono solo chiacchere utopiche ! Quella moltitudine comune che potrebbe travolgere i signori della guerra, non è ancora riconoscibile. Eppure… Quando mi chiedono se (come voleva Lenin) è ancora possibile « trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria », non credo di poter lealmente rispondere : sì. La globalizzazione degli spazi planetari, l’indebolimento dei confini nazionali, l’ingerenza umanitaria e la conseguente trasformazione, nell’impero, della forza armata in polizia della società moltitudinaria, offrono al potere un’arma ferocemente efficace per impedire la crescita di nodi di resistenza forti – anche se isolati. Non c’è più « fuori », recita la teoria postmoderna dell’impero – non c’è neppure la possibilità di costruirne uno nuovo (di « fuori »), aggiungiamo qui. Ma il « fuori » rinasce sempre nella resistenza. E’ l’esperienza biopolitica della carne (della carne comune dell’intellettualità di massa, base di ogni produzione e desiderio) che oggi determina resistenza. Goya e Picasso ci hanno mostrato la luce e la forza di una resitenza che attraverso l’immaginazione dell’arte rivoluzionaria, ha anticipato il desiderio dell’intellettualità di massa. Più l’uomo è intellegente, più è resistente. Questo è probabilmente il terzo paradosso dell’arte della guerra nel postmoderno. Immaginiamo l’invasione della Cina da parte delle forze armate dell’impero, secondo la descrizione che ne fanno i teorici della RMA (Revolution in Military Affairs). L’idea gli è venuta dalla « lunga marcia maoista » : vogliono penetrare ed attraversare l’immenso territorio cinese, le armate della « coalizione dei volonterosi » saranno organizzate per piccole colonne che penetreranno ovunque su quegli spazi, appoggiati ad una informazione diffusa e penetrante, distruggendo con rapidità ogni struttura del potere pre-esistente. Piccole atomiche tattiche e non inquinanti serviranno per demoralizzare il nemico e terrorizzare le popolazioni. Le colonne che si muovono sul territorio devono insieme distruggere, rompere le solidarietà pre-esistenti e costruire nuove realtà politiche. Nuove nazioni se è necessario, ecc. ecc. Fin qui i nostri nuovi Clausewitz ? Ma la resistenza che cosa sarà ? Non solo né semplicemente quella di eserciti troppo inferiori dal punto di vista dell’armamento né unicamente quella della lotta partigiana… Sarà invece, nella nuova realtà cinese, capacità tecnologica di interferire su e di imbastardire i flussi di comunicazione della « volonterosa armata » ; sarà una volontà comune di trasformare in trappole per il nemico i nuovi rapporti fra uomo e natura e quindi la nuova configurazione dei territori, che la crescita sociale ha determinato ; e vi sarà un’intelligenza diffusa nell’utilizzazione dei nuovi reseaux produttivi e nell’invenzione di sistemi massificati di sabotaggio e/o di rottura delle linee di comando del nemico… Forse finalmete vi sarà qui la produzione di una cultura dell’esodo – in funzione offensiva – da parte delle moltitudini. Qui sta tutto il problema, qui si configura l’eventuale soluzione dei nostri paradossi. Insomma, se la guerra imperialista non può più essere trasformata in guerra rivoluzionaria, essa non può comunque sfuggire al rischio di produrre moltitudine. Forse di trovarsela di fronte, e questa volta non è più l’uomo libero ad essere armato, ma è la moltitudine ad imporsi. Le fantasie belliche dei nuovi strateghi neoconservatori non sembrano sufficientemente tenerne conto. Una situazione di transizioneViviamo in un periodo di transizione nel quale, sui tempi del processo di costituzione dell’impero, stati nazione, potenze continentali, organismi ed imprese multinazionali si scontrano. L’unilateralismo Usa non è passato. E’ in questa situazione che (per i capitalisti) si pone la necessità di nuove alleanze fra monarchia imperiale statunitense ed aristocrazie capitalistiche globali. La guerra preventiva pemanente è più facile minacciarla che farla. Dopo l’impasse iracheno, anche il sorrisetto felino della Rice si è ammorbidito e Berlusconi prova a mettere la maschera di Craxi a Sigonella. Ma in questa situazione, la moltitudine sa che la guerra ed il suo approfondimento, la sua estensione saranno sempre possibili, e che la pace non ci sarà mai finchè regneranno padroni e capitalisti. Costruire la potenza e le possibilità di esodo della moltitudine diviene quindi il problema del momento. Certo, nell’esodo, guerra e pace si toccano, e se la pace è la condizione stessa dell’esistenza della moltitudine e della sua produttività, la guerra resta comunque l’ostacolo da superare. Non ieri né domani ma ogni giorno. Noi amiamo solo la pace e se c’è guerra, nell’esodo, ci affidiamo alla verga di Mosè per sollevare le acque del Mar Rosso – se poi queste ricadono sull’armata di Faraone, sia fatta la volontà di Dio. Questo significa che la pace deve essere conquistata e difesa, sempre. |
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