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Il rettore dell'università del terrore

Ultima modifica: giovedì 20 aprile 2006

Bin Laden è tornato e si compiace dell'incompetenza della Casa Bianca in Iraq

Ho letto sul New York Times la trascrizione dell'ultimo messaggio di Osama bin Laden. Il suo intento è di ripresentarsi alla grande sul palcoscenico politico americano per influenzare gli attori, quelli che fanno la guerra affinché provocati continuino a farla, quelli che la subiscono perché se ne risentano di più. Ancora una volta spicca il suo controllo del dossier America, preparatogli dai suoi «suoi» think tank; ancora una volta colpisce il tono di parità con cui tratta il presidente degli Stati uniti.

Nel confronto gran brutta figura fanno i capi di stato di tanti paesi che sgomitano per avere la foto dinanzi al caminetto con il presidente. Osama si considera pari a Bush perché provengono da élite simili, le famiglie sono state in affari insieme, e sono abituate a valutare i rispettivi meriti. E per Osama i meriti del presidente sono ancora minori di quelli dimostrati nel suo business texano dove i bin Laden s'erano lasciati coinvolgere. Le osservazioni di Osama bin Laden sull'abilità bellica di Bush sono le medesime delle cancellerie dei paesi alleati dell'America, sempre più preoccupate della deriva della sua leadership. I suoi rimproveri per l'uso della tortura sono i medesimi dei rappresentanti delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Sferzante è la sua ironia sul presidente in divisa d'aviatore con la famosa scritta «Missione compiuta». Un insulto pesante è la sua promessa di vittoria dei guerriglieri sulla superpotenza Usa.

Gli specialisti del Medioriente si stanno interrogando sul messaggio e si premurano di non prendere sul serio la proposta di tregua e allo stesso tempo danno voce alla delusione di chi dava per morto Osama. Saperlo vivo fa una gran paura come fosse il diavolo in persona. E' questa infatti l'immagine impressa dai media: un diavolo che non si riesce ad acciuffare poiché è un diavolo, il quale da qualche caverna ai confini del mondo sta mandando in frantumi la strategia Usa in Iraq, Iran, Afganistan, Siria, Libano, Palestina, Israele.

L'immagine è da rifiutare per tanti motivi. Innanzitutto c'è l'esigenza di un minimo di buon senso per respingere la patente di diavolo e restituirgli il suo ruolo di leader politico. E poi bisogna stare attenti a considerare Osama diavolo perché allora servirebbe un angelo per sconfiggerlo ed è veramente troppo far fare la parte di angeli a Bush, Cheney, Rumsfeld. E infine c'è che proprio l'ultimo messaggio di bin Laden serve da metro per misurare l'entità del disastro commesso dalla Casa bianca dalla prima bomba sull'Afganistan all'avventura irachena.

Tanto quanto Osama si rivela al corrente della situazione sul fronte bellico e interna degli Stati uniti tanto colpisce l'ignoranza dell'altra parte che non sa nemmeno buttare le bombe intelligenti in modo intelligente. L'esempio immediato è la propensione a distruggere villaggi in festa per matrimoni o in lutto per funerali con la motivazione a posteriori che tra i presenti ci sarebbero dovuti essere terroristi. Interminabile è l'elenco degli errori commessi per disinformazione dell'ambiente e della cultura dei propri nemici. Il primo errore è stato quello di non riconoscergli lo status di nemico in guerra e di definirli ribelli giacché dopo tutto con i nemici si può trattare la fine delle ostilità, con i ribelli no. E infatti una volta catturati i ribelli vengono messi in gabbia e legati e bendati come bestie feroci, umiliati come al circo dai soldati lasciati allo stato di natura. E i prigionieri sono poi messi in mostra per terrorizzare i ribelli ancora non catturati. Non terrore e sottomissione ma rabbia e desiderio di vendetta sono i risultati di tale errore. Nel suo messaggio Osama fa sapere che l'Iraq è diventato una sorta di Harvard university del terrorismo islamico. E se ne compiace come l'ennesima prova dell'incompetenza della Casa Bianca di Bush.

L'incompetenza strategico-militare è ormai penosamente riconosciuta persino negli ambienti ufficiali, non ancora quella culturale. Alla sua origine c'è il rifiuto di prendere in considerazione la concezione del mondo «dei ribelli» come il principale ostacolo all'American rule. E' un rifiuto razzista che fa da sponda al culto della propria superiorità su noi tutti che si respira nelle moschee. Osama ne è consapevole, non così gli specialisti dell'area islamica della Casa bianca. Poveri noi.