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![]() Le virtù dimenticate di un sognoUltima modifica: sabato 10 febbraio 2007 Passato, presente e futuro incerto dell'Europa. Un incontro con lo storico e giornalista Geert Mak autore di "In Europa" (Fazi) Per Geert Mak, autore del monumentale "In Europa" (Fazi, pp.1027, €34,50), la migliore rappresentazione dell’Europa l’ha data Hotel Savoy, un romanzo di Joseph Roth del 1925. Un albergo pieno di cacciatori di fortuna in attesa di Bloomfield. Divenuto ricchissimo in America, questo polacco ha annunciato il suo ritorno per visitare la tomba del padre. Di una cosa però gli avventori dell’albergo sono certi: dopo aver combattuto i nazisti, il piano Marshall, il ponte aereo di Berlino e le guerre jugoslave degli anni Novanta, Bloomfield l’americano non toglierà più le castagne dal fuoco all’Europa. Gli europei dovranno uscire dal metaforico Hotel Savoy con le loro gambe, mentre l’ospite americano sarà sempre più preso dalla crisi della sua potenza imperiale che destabilizza tanto la politica internazionale, quanto la sua politica interna. “Nei prossimi cinquant’anni l’Europa corre il rischio di precipitare in un caos paragonabile al dopoguerra descritto da Roth - ci ha spiegato Mak durante un incontro a Roma – Potrà salvarsi solo se diventerà una potenza civile, consoliderà una società multiculturale e saprà dotarsi di regole per governare un mercato globale”. “Nel 2050, dicono gli analisti dell’Institut Français des relations Internationales – aggiunge Mak - il contributo dell’Europa all’economia mondiale subirà un decremento dal 22 al 12 per cento. A lungo termine, la popolazione di Germania, Olanda, Belgio, Italia e Spagna crescerà del 10,5 per cento, mentre i paesi mediterranei registreranno un aumento del 457 per cento. Tra cinquant’anni, la popolazione europea attiva diminuirà dagli attuali 331 a 243 milioni, mentre solo il 7 per cento della popolazione avrà un’origine europea”. Quella dello storico e giornalista olandese del quotidiano “Nrc Handelsblad” non è tuttavia una profezia di sventura, né il bilancio finale di un’esperienza politica tramortita dopo il no franco-olandese al referendum sul Trattato Costituzionale del 2004. Nel suo lungo reportage pubblicato ogni giorno del 1999 sulla prima del suo giornale, Mak racconta la microstoria degli europei, dalla storia delle loro famiglie, dalle testimonianze dirette del Novecento europeo che fino ad oggi sembra essere ignorata a Bruxelles. Quello di Mak è un viaggio nel tempo e nello spazio (si parte dall’esposizione universale del 1900 a Parigi per finire con la tragedia di Srebrenica), ma procede anche in profondità seguendo le biografie delle persone. La sua inchiesta dal “basso” rielabora il passato per dare un senso alla storia dei singoli, ma coglie anche aspetti impensati della grande storia grazie all’incontro con i testimoni oculari. Scorrendo queste pagine dalla buona tenuta narrativa che mescola generi letterari e giornalistici diversi, si capisce che gli inquilini dell’Hotel Savoy-Europa che si apprestano a vivere senza l’aiuto dell’ospite americano potranno contare sulla religione della storia. Per Mak, la storia porta sempre il suo soccorso quando tutti gli strumenti giuridici e politici si sono rivelati incapaci di risolvere la sua profonda crisi di legittimità dell’Europa. Il suo racconto sembra essere ispirato ad una delle prerogative che Hegel attribuiva al vecchio continente: il futuro dell’Europa non può fare a meno della storia ultra secolare che l’ha attraversata e della riflessione che trasforma la particolarità dei vissuti personali nell’universalità di una storia comune. Anche se, avverte Mak, “non tutta l’Europa può entrare in un solo libro”. La fiducia di Geert Mak negli aspetti più singolari ed universali della storia europea è stata confermata dal successo del suo libro in Olanda. Trecentomila copie vendute in tre anni in un paese che fino all’altro ieri è passato per un covo di nazionalisti. “Quel No – spiega Mak – è giunto in un momento di generale opposizione contro l’opacità delle istituzioni europee. Se si fosse votato in Inghilterra, Germania o Danimarca il risultato sarebbe stato lo stesso”. Per Mak, quel No è stato il riflesso di una tradizione politica tipicamente europea: “L’Olanda – aggiunge – è un paese repubblicano che ha combattuto contro tutti i Re: spagnoli, inglesi e francesi. La ribellione contro la costituzione obbediva a questo istinto naturale, anche se non posso nascondere la debolezza politica delle forze che credono nella prospettiva europea. La giustezza delle loro ragioni è stata sommersa dall’anti-politica”. Il repubblicanesimo politico, insieme al cosmopolitismo linguistico, culturale ed economico (“l’Olanda – ricorda Mak - rimane il paese europeo per eccellenza: la sua economia ad esempio è internazionalizzata all’80 per cento”) sono i tasselli principali con i quali iniziare a ricomporre il mosaico dell’identità europea. “La mia speranza – afferma Mak - è che la Costituzione esordisca con “Noi, i popoli d’Europa” e non sia una semplice raccolta di trattati, di codici e di normative amministrative”. In questa prospettiva, il No franco-olandese non è forse solo il colpo di coda di una rivendicazione nazionalistica, ma è il segnale di vitalità di un “popolo” europeo che non rinuncia alla tradizione politica del repubblicanesimo che nel XVII secolo ha ispirato la rivoluzione anti-monarchica inglese (Cromwell) e la repubblica olandese dei fratelli De Witt (sostenuta anche dal filosofo Baruch Spinoza), come il cosmopolitismo vagheggiato da Kant nel secolo successivo. Riconciliata con la sua natura cosmopolitica e repubblicana, infatti, per Mak l’Europa nel 2050 “sarà un sistema interdipendente e democratico di grandi città e non una somma di stati-nazione”. La sua realtà molteplice e dinamica le consentirà di porsi a livello globale come “una potenza civile. Il suo potere persuasivo offrirà pace, la promessa di una prosperità e una modernizzazione politica ed economica nei paesi che hanno appena aderito all’Unione, tra i quali ci sarà presto anche la Turchia”. Quello della Turchia è, ad avviso di Mak, la dimostrazione del ruolo “civile” che l’Unione Europea dovrà svolgere in maniera più consapevole. “L’assassinio del giornalista di origini armene Hrant Dink è stato uno shock per lo stato islamico. Dieci anni fa era inconcepibile che migliaia di turchi scendessero in piazza urlando “siamo tutti armeni” e condannassero questo tremendo omicidio. Per me è la prova che qualcosa sta cambiando in Turchia. Ed è quello che è successo in Olanda dopo l’assassinio del regista Theo Van Gogh”. “C’è sempre la possibilità che il progetto europeo fallisca – avverte Mak – Per evitare questo risultato, abbiamo bisogno di leader all’altezza, ma anche di movimenti che sappiano bloccare i tentativi di destabilizzare il processo politico in corso. La nuova politica europea sta nascendo dal conflitto contro il nazionalismo”. (Roberto Ciccarelli) |
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