Il Blog di MercurioCrs

MercurioWebLogIl Blog di MercurioCrs MercurioCRSLa newsletter del CRS |
Sei in: Home / Testi / Le interviste / Ti ricordi di Karl Marx? / Marx dalla Silicon Valley alla favela brasiliana
Marx dalla Silicon Valley alla favela brasilianaUltima modifica: domenica 26 marzo 2006 Parla Sandro Mezzadra: "La costruzione della soggettività antagonista dentro il marxismo e nell’esperienza del movimento comunista del Novecento è stata pensata come costruzione di un soggetto omogeneo della classe operaia. Oggi, non solo nel mondo occidentale ma anche in quello postcoloniale credo che i movimenti e le lotte presentino una composizione radicalmente segnata da elementi di eterogeneità “Quello tra Marx e gli studi postcoloniali è un incontro fondamentale per una riflessione critica che oggi non può che porsi all’interno di uno scenario globale” afferma Sandro Mezzadra che insegna Storia del pensiero politico contemporaneo e Studi coloniali e postcoloniali all’Università di Bologna e dirige la rivista “Studi culturali” (Il Mulino) “Il riferimento maxiano al mercato mondiale come orizzonte strutturale del modo di produzione capitalistico è un riferimento essenziale per la definizione del campo degli studi postcoloniali, indipendentemente dalle critiche che sono state rivolte al modo in cui Marx intende la dimensione globale del capitale”. In che modo gli studi postcoloniali si sono accostati a Marx? Lo hanno fatto spesso criticamente quando discutono lo storicismo di Marx derivante dalla filosofia europea del XIX secolo. Ci sono numerose riflessioni critiche in questo senso, ad esempio sugli scritti giovanili di Marx a proposito del colonialismo inglese in India. Quello che mi sembra più significativo, e meno occasionale, è però il tentativo di riprendere la visione globale marxiana mettendo in evidenza che la dimensione globale del capitalismo sin dalle origini è fortemente segnata da caratteri di eterogeneità. Uno dei temi fondamentali che ritorna in questo dialogo è non a caso il tema della transizione. Che cosa significa studiare la transizione al capitalismo in contesti coloniali? Ci sono delle riflessioni straordinariamente originali a questo proposito, soprattutto all’interno dei subaltern studies indiani, come quelle di Gayatri Spivak e di Dipesh Chakrabarti. Penso al loro lavoro sulle pagine marxiane sull’accumulazione originaria dove quello che è il riferimento marxiano alla violenza fondatrice del modo di produzione capitalistico viene svolto all’interno di una dimensione di pensiero che studia quella che Spivak definisce la violenza epistemica. Quello che a me pare interessante è il tentativo di cogliere nella transizione un elemento strutturale del modo di produzione capitalistico. Nell’analisi dei postcoloniali emerge l’idea che la transizione non sia qualcosa che possa essere consegnato al passato del capitalismo. Proprio la condizione coloniale mostra invece che la transizione è destinata a ripetersi ogni giorno. Quel problema che è centrale nella transizione del confronto/scontro tra omogeneità del tempo e dello spazio del capitale e l’eterogeneità delle relazioni sociali che il capitale sussume si ripropone continuamente nel funzionamento quotidiano del capitalismo: ed è un’acquisizione critica che dai contesti coloniali gli studi postcoloniali ci invitano a proiettare sull’analisi del capitalismo globale contemporaneo. Paolo Virno sostiene che oggi Marx può essere riletto come un teorico dell’individuo, cioè come il fautore di una cultura dell’individuazione e non più del comunitarismo egualitario tipico della cultura comunista del Novecento. E’un discorso che può valere anche nei contesti postcoloniali? Questo discorso, se riferito alla dialettica tra omogeneità e eterogeneità del capitalismo-mondo, andrebbe ovviamente riformulato, senza smarrirne, ma anzi riqualificandone, la sostanza. La costruzione della soggettività antagonista dentro il marxismo e nell’esperienza del movimento comunista del Novecento è stata pensata come costruzione di un soggetto omogeneo attorno a quell’elemento di omogeneità sociale rappresentato dalla classe operaia, dal lavoratore industriale. Oggi, non solo nel mondo occidentale ma anche in quello postcoloniale (volendo mantenere questa distinzione che proprio gli studi postcoloniali ci invitano comunque a problematizzare), io credo che i movimenti e le lotte presentino una composizione radicalmente segnata da elementi di eterogeneità. Bisogna fare i conti innanzitutto con l’eterogeneità delle lotte, con il loro riprodurre continuamente elementi di parzialità non immediatamente riconducibili a un’ipotesi di ricomposizione: nel momento stesso in cui il capitalismo contemporaneo sembra presentare una sorta di “esposizione universale”, per riprendere un’immagine proposta proprio da Paolo Virno, delle forme di lavoro che hanno contraddistinto l’intero arco storico dello sviluppo capitalistico, pensare radicalmente, in positivo, l’eterogeneità delle lotte come elemento materiale di produzione di una nuova democrazia è una bella sfida per ripensare l’attualità di Marx oggi. Da questo punto di vista gli studi postcoloniali offrono un altro punto di vista sul dibattito che si svolge in un altro ambito, quello postoperaista, sulla moltitudine. Alla luce del dialogo con gli studi postcoloniali, come leggere questo concetto di moltitudine? Le lotte sociali che si svolgono in India, per fare un esempio, sono la rappresentazione di questa eterogeneità della composizione della moltitudine: sono lotte contadine, operaie, delle popolazioni “tribali”, dei senza casta, lotte estremamente radicali portate avanti da donne e femministe… Tracciare una mappa delle lotte sociali più significative della realtà indiana di pone di fronte, come dicevo, a una pluralità di insorgenze parziali che mette in discussione ogni possibilità di ricomposizione attorno ad una centralità: è un bel rompicapo per il pensiero critico, ma anche una sfida che occorre raccogliere. In India, come nel Sud est asiatico, dove si è registrato negli ultimi decenni un impetuoso sviluppo capitalistico accompagnato da lotte operaie e sociali molto intense, non è in formazione una classe operaia fordista egemone, ma esiste un’eterogeneità sociale in movimento. È su questa radicale eterogeneità che si esercita oggi lo sfruttamento, e gli studi postcoloniali ci offrono degli strumenti, parziali indubbiamente ma non privi di efficacia, per descrivere criticamente questa situazione, in cui sembra tramontare ogni “centralità”. Il movimento tipicamente operaista che prevedeva un passaggio “lineare” dalla classe al movimento operaio è inadeguato in questo contesto, o per lo meno deve essere continuamente riqualificato. Anche l’assunzione della centralità del lavoro immateriale e cognitivo che caratterizza molte analisi del concetto di moltitudine in Occidente, alla luce degli studi postcoloniali deve essere continuamente problematizzata: alla discussione sulla moltitudine, questi studi consegnano come problema politico fondamentale proprio lo scarto, elaborato in molti casi come dicevo dall’interno della concettualità marxiana, tra omogeneità del tempo e dello spazio del capitale ed eterogeneità della composizione sociale sul cui sfruttamento la valorizzazione del capitale stesso si fonda. Se il lavoro operaio non ha più la centralità di un tempo nella definizione della politica, qual è il punto di vista da adottare oggi, a suo parere? Il punto di vista oggi deriva sempre più dall’eterogeneità dei soggetti e delle lotte che reagiscono alla violenza e all’omogeneità dell’accumulazione capitalistica. In questo senso il concetto di moltitudine, inteso come insieme di singolarità che rifiutano di annullarsi nel processo di costituzione del collettivo, può tornare utile per comprendere e articolare politicamente l’eterogeneità di queste lotte. Il rapporto tra queste singolarità, che acquistano la propria connotazione politica nella contingenza della loro collocazione sociale parziale, e il comune, cioè quella dimensione da costruire come orizzonte di comunicazione e di cooperazione tra le diverse lotte, può essere indicato da un concetto marxiano che io trovo straordinariamente attuale: l’«individuo empiricamente universale», ovvero la singolarità che ha come propria condizione materiale di esistenza e di azione l’universale, l’individuo la cui esperienza empirica ha come sfondo il mondo nel suo complesso. Gli studi postcoloniali, in fondo, ci invitano proprio a lavorare alla definizione di un nuovo concetto di «mondo». Nel momento in cui il capitale si è fatto materialmente, ancorché contraddittoriamente, «globale», la posta in palio nelle lotte è davvero, letteralmente, «un mondo da guadagnare». La produzione di mondo, vien da dire, è lo sfondo su cui si determinano sia la valorizzazione capitalistica sia lo sviluppo dell’antagonismo: il livello massimo di politicità – e dunque “centralità” – lo hanno oggi quelle lotte, che possono essere condotte nella Silicon Valley così come in una favela brasiliana, in cui quello sfondo viene più decisamente in primo piano. (Roberto Ciccarelli)
|
|
Sito realizzato da |