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![]() Nel paese dei liberi e dei coraggiosiUltima modifica: giovedì 2 marzo 2006 Amelia Robinson, l'attivista dei diritti umani che ha partecipato al movimento guidato da Martin Luther King racocnta la sua storia di vita e di lotta Amelia Robinson, l’attivista del movimento per I diritti civili guidato da Martin Luther King negli anni Sessanta negli Stati Uniti, rispecchia più di chiunque altro quel verso dell’inno nazionale stautinentese secondo il quale l’America è il paese dei liberi e dei coraggiosi. Abbiamo incontrato questa protagonista delle lotte contro il razzismo segregazionista degli afro-americani come quelle per la loro liberazione politica alla terza università di Roma nel corso dell’incontro dedicato alla sua testimonianza di vita e di lotta “Nel cuore dell'America nera. Dalla fine della schiavitù alla conquista dei diritti civili” dove ha aperto il suo libro dei ricordi e ha raccontato la sua lunga e coraggiosa militanza a favore dei diritti civili. Nata in Georgia novantaquattro anni fa in una famiglia di 10 figli, Amelia ha ricordato le sue origini molteplici, esemplificazione del melting pot americano: africana, ma anche figlia degli indiani Cherokee. “Mi sono battuta per la giustizia e per il diritto di voto degli afroamericani sin da quando ero una bambina di dieci anni – ci ha detto – Con mia madre ho bussato a tutte le porte della mia comunità per chiedere alle donne di registrarsi come elettrici”. Era una giovane donna, Amelia, quando negli anni Trenta, insieme a suo marito S. Boyton, iniziò una dura battaglia per il diritto di voto e di proprietà per gli afro-americani nelle più povere aree rurali dell’Alabama, dove lavorava per il Dipartimento dell’agricoltura. Quella prima esperienza di lotta la raccontò in un romanzo pubblicato nel 1936, Through the years, i cui proventi servirono a finanziare, durante la Grande Depressione, la costruzione di un centro per i diritti civili in uno degli Stati più razzisti dell’Unione. Dopo il terzo infarto, causato da un razzista bianco che “con gli occhi di bragia entrò nel nostro ufficio di assicurazioni addossandogli la colpa di minacciare il suo stile di vita”. L’uomo venne disarmato, ma suo marito non resistette alla violenza e morì. Fu quello il giorno in cui Amelia venne spinta a dedicarsi a tempo pieno alla causa dei diritti civili. Il 7 marzo del 1965, era domenica. La comunità afro-americana di Selma decise di organizzare una marcia di protesta contro l’assassinio di Jimmie Lee Jackson, ucciso tre settimane prima da un soldato mentre cercava di proteggere la madre da un linciaggio durante una manifestazione per i diritti civili. Sul ponte Edmund Pettus, diretti verso Montgomery la capitale dello Stato, i 525 manifestanti vennero brutalmente aggrediti dalle truppe del governatore Wallace sotto gli occhi dei giornalisti e dei fotografi. L’immagine di Amelia sollevata da terra dopo essere stata colpita dal manganello di un soldato hanno fatto il giro del mondo. Fu allora che Martin Luther King decise di sfidare l’ordine sociale razzista dell’Alabama e il 23 marzo organizzò un’altra marcia sullo stesso ponte. Il Presidente Johnson – ha ricordato Amelia - inviò le truppe federali per proteggere il corteo da eventuali imboscate delle truppe di Wallace, ma non aveva fatto i conti con l’Fbi di Edgar J. Hoover, il quale da tempo aveva preso di mira King. Una macchina con quattro persone a bordo, tre militanti del Ku Klux Klan e un informatore dell’Fbi, assaltò il corteo al ritorno sulla strada per Selma e uccise Viola Liuzzo, un medico di Detroit che aveva risposto all’appello di King per partecipare alla seconda marcia. Lo stesso giorno della sua morte, Lyndon Johnson andò in televisione e promise di sciogliere il Ku Klux Klan. Il 6 agosto dello stesso anno Johnson firmava il Voting rights act, una legge che riconosceva il diritto di voto a tutti gli afro-americani che erano soggiogati al ricatto della poll-tax, l’obbligo di pagare una tassa per iscriversi al registro degli elettori e votare. Da qualche anno Amelia si batte con la stessa determinazione contro la guerra in Iraq. A nome del movimento guidato dal chiacchierato Lyndon Hermyle LaRouche Jr che, nell’ottobre 2002, ha intrapreso una campagna per far dimettere Dick Cheney o farlo espellere dalla lista dei candidati del Partito Repubblicano degli Stati Uniti.(R.C.) |
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