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La sensualità del pensiero

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Cinque finestre aperte sul mondo. Un'intervista con Remo Bodei. Tra i sensi e i concetti, tra il corpo e la mente, tra la materia e il pensiero, esista un dissidio consolidato. Ma isensi sono finestre sul mondo che nutrono sia la razionalità che la sensibilità

Roberto Ciccarelli

Si può toccare un concetto? E come si fa a vedere una sensazione? E gustare un’essenza? La filosofia, l’arte e le neuroscienze s’interrogano da tempo sulla profonda logica di una sensazione, sulla percezione del concetto, sulla razionalità degli affetti e delle passioni, al punto che anche il festival della filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo ha deciso di dedicargli l’edizione di quest’anno. Giunto alla quinta edizione, il festival propone da oggi sino a domenica 18, il tema dei «sensi» e della loro intrinseca razionalità. Un bilancio in crescita, quello del festival emiliano, che di anno in anno non ha solo registrato un crescente successo di pubblico, ma ha anche visto la partecipazione di alcuni tra i maggiori filosofi italiani e internazionali. Da Roberto Esposito a Rosi Braidotti, da Massimo Cacciari a Emanuele Severino, da Zygmunt Bauman a Jean Starobinski, passando per Carlo Galli, Giacomo Marramao, Richard Sennett e Slavoj Zizek sulle piazze, e sui treni che collegano anche quest’anno le città del festival, il festival ha presentato i temi del dibattito filosofico attuale, non trascurando nemmeno l’aspetto di socializzazione con il pubblico. Da segnalare anche quest’anno l’iniziativa coordinata dall’accademico dei Lincei Tullio Gregory sulla “cucina filosofica”, una serie di menu ispirati alle parole chiavi di questa edizione: dai “piaceri del tatto” alle “essenze ed esistenze” una giusta dose di ironia per alleviare il pubblico dalle “fatiche dell’esercizio teorico” a cui verrà sottoposto.

Remo Bodei, che del festival è il supervisore scientifico, e la filosofia la insegna all’Università di Pisa e l’Ucla di Los Angeles, non crede che il suo duraturo successo di pubblico (l’anno scorso centomila presenze) sia dovuto alla curiosità di ascoltare insieme a migliaia di persone nella stessa piazza ragionamenti che, di solito, vengono sviscerati dietro una cattedra universitaria, o nel circolo ristretto di un seminario specialistico. «Se così fosse - spiega - il festival si sarebbe esaurito in un paio di edizioni».

E invece, dopo aver commissionato un’indagine sociologica, «abbiamo scoperto - continua Bodei - che questo festival non coinvolge solo studenti o insegnanti, ma si rivolge ad un pubblico più vasto che va dai dodici agli ottantanni». E allora proviamo a spiegare le ragioni di questo bisogno diffuso di sapere al di là della scalata dei record di presenze e di iniziative (quest’anno siamo a quota 188, comprensive di una ventina di lezioni «educational» per studenti, le mostre di Ghirri, Morandi e Picasso, concerti e letture pubbliche) davanti alle quali qualcuno pensa che Modena raggiungerà il festival della letteratura di Mantova. «Ma diversamente da Mantova - precisa Bodei - i nostri appuntamenti sono gratuiti».

Che cosa cerca il pubblico di Modena dalla filosofia?

Capire, innanzitutto. Uscire dal buio dell’interiorità e di condividere dei pensieri. Meglio se insieme ad altra gente, magari in una piazza. Oggi esiste un’emorragia delle credenze a cui talvolta si cerca di rimediare ricorrendo al richiamo dei valori forti dell’identità, della civiltà, della fede. In realtà ad essere venuto meno sono quelle «narrazioni forti» che in passato davano la linea generale e che oggi non riscuotono lo stesso interesse. Il festival della filosofia fornisce un’occasione di socialità per affrontare, in maniera chiara e non banale, dei passaggi critici.

Ma può bastare un’ora di lezione per capire la relazione complessa tra la razionalità e i sensi?

Noi proviamo a gettare dei semi nel vento come nella famosa parabola. Questi semi possono cadere sulle rocce, sul terreno sterile, altre volte cadono su quello fertile. Con questo non vogliamo sostituirci alla scuola o all’università, ma non vogliamo nemmeno fare pagliacciate. Ognuno raccolto il seme deve poi pensare da sé a tagliare i rovi in cui è caduto o a spostarlo fuori dalla terra secca.

Forse una spiegazione per questo nuovo interesse per la filosofia la si può trovare nella «consulenza filosofica», il movimento fondato nel 1981 in Germania e recentemente promosso anche in Italia. Ci può spiegare cos’è e se ci sono dei punti di contatto con il festival?

In Italia partiranno presto due master universitari di consulenza filosofica. Il primo a Venezia diretto da Umberto Galimberti, che parteciperà anche a questa edizione del festival. Il secondo promosso dalle università di Cagliari, Pisa e la Federico II di Napoli. Quello che idealmente unisce la consulenza filosofica al festival è che per entrambi la filosofia, intesa come un’etica pratica, serve ad incidere sui comportamenti delle persone. Per riferirci ai classici questa filosofia come etica pratica si rifà ad una tradizione che inizia con il sofista Antifonte che pensava la filosofia come techne alipias, una tecnica per eliminare il dolore. La gente lo andava a trovare in una stanza nell’agorà di Corinto, gli esponeva i suoi problemi e lui, attraverso la parola, riteneva di curarne le malattie dell’anima dovute a una certa rappresentazione della realtà dei suoi pazienti.

A cosa servono questi master?

A creare delle professionalità sul modello della consulenza del lavoro. Avverto però il rischio che questi master diventino quello che sono diventati i Beni culturali, insegnamenti di massa alle quali i ragazzi si iscrivono nell’illusione di trovare presto lavoro.

Numero chiuso dunque?

Ma la filosofia è così, richiede un certo sforzo e il mercato del lavoro non è troppo accogliente in questo caso. Questi master sono iniziative interessanti che occorre mantenere ad alto livello.

L’idea che va diffondendosi è che la filosofia, liberata dalle angosce della ricerca analitica, possa avere delle conseguenze pratiche sulla vita. Ma non si corre così il rischio che, spogliando il filosofo delle sue vesti curiali, lo si associ ad una figura a metà tra il consigliere spirituale e lo psicoanalista?

C’è sempre il rischio di incontrare degli imbonitori che puntano ad addormentare le coscienze dando in cambio dei consigli che possono illudere qualcuno di risolvere i propri problemi esistenziali, morali o decisionali che incontra nella sua vita. Ma questo non significa che se uno è bravo nella consulenza filosofica pretenda di essere considerato come uno pseudo Socrate. O che consideri di essere trattato come uno psicoanalista che guarisce miracolosamente i mali dell’anima. Ricordo che, quando l’ho conosciuto, Cesare Musatti mi disse: «A ottant’anni credo di avere guarito solo cinque persone». La filosofia non è un’officina dell’anima dove fare il tagliando per la ricrescita delle idee. E non serve nemmeno a consigliare le casalinghe a trovare il modo migliore per buttare la polvere sotto i tappeti. E’ curioso che qualcuno la consideri una valida alternativa al prozac. La filosofia serve ad un’analisi di se stessi che non trascura né gli aspetti pratici né quelli teorici della vita. Il filosofo è amante della sapienza, ma è anche colui che si dedica a quella che Michel Foucault chiamava la «cura di sé».

Oggi lei interviene a Modena sul tema «finestre sul mondo», Non è un mistero che tra i sensi e i concetti, tra il corpo e la mente, tra la materia e il pensiero, esista un dissidio consolidato. In che modo la tradizione filosofica ha cercato di collegare l’interiorità dell’uomo con la realtà esterna?

La diatriba è molto lunga e divide Epicuro e Lucrezio da Platone, Leibniz da Locke. Sino ad arrivare a Chomsky che sostiene in parte l’innatismo di certe idee contro quanti sono a favore della genesi sensibile della conoscenza. A me interessa capire perché la filosofia, sin dalle origini greche, abbia cercato di «salvare i fenomeni» seguendo due percorsi opposti ma convergenti. Il primo tende a salvarli dalla casualità del loro apparire filtrandoli attraverso la mente, ma riducendoli poi ad apparenze. Il secondo percorso, che parte da Empedocle, individua nei sensi dei varchi che mettono in comunicazione il mondo esteriore con quello interiore, consentendo ad entrambi di svilupparsi insieme. Wittgenstein disse a questo proposito: «In ogni percezione c’è il pensiero». I sensi sono appunto quelle finestre sul mondo che permettono alla razionalità e alla sensibilità di crescere e di nutrirsi a vicenda.

In che modo la percezione è stata modificata dalle nuove tecnologie e dalla rete?

Qualche anno fa ero a Pasadena in California e insieme ad altre persone ho fatto l’esperienza della realtà virtuale. Mi sono messo il casco e dei guanti e ho capito come, pur essendo in gruppo, l’esperienza tattile non era più individuale, ma pubblica, come quella del vedere e dell’essere visto, del parlare e dell’essere ascoltato. E’ quello che in generale accade nello cyberspazio che da una parte ci priva di una parte importante dell’esperienza sensoriale, quella della presenza, e dall’altra ci consegna una nuova percezione della dimensione pubblica. Se dunque l’intelligenza non può fare a meno della sensibilità, è altrettanto vero che la sensibilità oggi conosce un processo di innovazione tecnologica che tende ad allargare il suo campo a quello della realtà virtuale. Gli interventi di de Kerckhove sulle trasformazioni percettive e quello di Stefano Rodotà sul Grande Orecchio delle intercettazioni tendono a comprendere questa trasformazione antropologica.

Al di là degli scenari utopistici della cybercultura, la tecnologia favorisce quindi un nuovo apprendimento sensoriale della realtà

Certo. Anche perché il concetto di «realtà» dev’essere inteso in senso più prescrittivo che descrittivo. Rinvia infatti alla disciplina necessaria per mantenere un mondo condiviso, ma limita allo stesso tempo le nostre oscillazioni concettuali, percettive e affettive. Consideri anche che i nostri sensi sono limitati. In natura esistono specie capaci di vedere a distanza di chilometri (le aquile), di sentire gli infrasuoni (i cani) o di avvertire gli odori a chilometri di distanza (ad esempio il maschio della farfalla Satyr satyr). Le estensioni tecnologiche dei sensi allargano questo spettro di oscillazione ad elementi come il virtuale che prima non esisteva.

Il festival indaga anche un’altra esperienza percettiva, quella della privazione della vista ad esempio. In cosa consiste?

Gli spettatori entreranno bendati nel giardino del palazzo ducale di Sassuolo e saranno aiutati da attori ad utilizzare olfatto, tatto e udito per vivere l'esperienza di Eufemia, una delle città invisibili descritte da Italo Calvino. Il vedere è da sempre considerato la più normale via d’accesso alla realtà. Ma è vero anche, come scriveva Diderot nella Lettera sui ciechi, che questo concetto di «normalità» è relativo. I ciechi infatti «hanno l’anima sulla punta delle dita» e hanno una “metafisica” diversa da quella degli altri uomini.

Al di là delle antiche scomuniche, si può dire dunque che i sensi siano una forma di intelligenza?

Kant non sarebbe d’accordo. Lui che riteneva, forse ingenuamente, che le regole del pensiero fossero le stesse e valessero per ogni «essere razionale». Ma oggi non possiamo non dare ragione a Cézanne che nei suoi quadri voleva esprimere la «logica della sensazione».