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![]() L'ordine perduto di YaltaUltima modifica: giovedì 2 marzo 2006 Parla lo storico Giovanni De Luna: le speranze di una nuova libertà furono congelate dalla guerra fredda, mentre l'ordine di Yalta stabilizzava il mondo nelle rispettive zone di influenza ROBERTO CICCARELLI
Il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale «era pieno di speranza, anche se aveva conosciuto orrori inimmaginabili». Per Giovanni De Luna, storico e docente all'Università di Torino, quella speranza fu presto gelata dalla guerra fredda. I conflitti sociali che maturarono nel frattempo rivelarono la «capacità organizzativa autonoma» della classe operaia, ma rimasero vincolati alla «continuità nelle forme di governo nei rispettivi di blocchi di influenza». La fine dell'ordine di Yalta produce un'incertezza sugli assetti internazionali nei quali è difficile scorgere oggi un ordine politico internazionale «postnovecentesco». «Ricordo la scena del film di Rainer Fassbinder Il matrimonio di Maria Braun - continua De Luna - quando il marito Hermann, per una disattenzione di Maria, salta in aria mentre ascolta per radio la finale del campionato mondiale del 1954. Era la fine di quella febbrile voglia di vivere che aveva animato l'immediato dopoguerra». Intanto la guerra fredda era già cominciata...
A Yalta le potenze vincitrici si erano spartite il mondo in base ai loro interessi egemonici. Dopo la conferenza di Fulton, quando Churchill disegnò un mondo diviso dalla cortina di ferro, quella speranza lasciò il passo ad una glaciazione. Le ragioni della sopravvivenza del mondo tornarono ad essere quelle della geopolitica e non più quelle legate ad un'idea della pace costruita durante gli anni del conflitto mondiale nelle conferenze di Teheran e di Casablanca. La guerra fredda fu a tutti gli effetti un conflitto totale proprio come quello della guerra precedente. Non crede che nella divisione del mondo in blocchi l'autonomia delle istituzioni multilaterali come l'Onu fu ridotta se non proprio cancellata?
Il fitto reticolo di istituzioni internazionali scaturito dalla guerra mondiale ha consentito comunque di tenere insieme il mondo, proprio come avvenne dopo la conferenza di Vienna del 1815. Era un ordine che nasceva dall'interrogazione dei diritti dell'uomo e dal desiderio di dare un segnale netto di discontinuità rispetto ad un mondo che il nazi-fascismo e la Shoah avevano costruito in Europa dicendo «mai più alla guerra». A questo proposito fu importante la critica all'idea dello Stato-Nazione che voleva il monopolio della violenza ai fini della pace interna sviluppando tutta la sua aggressività verso l'esterno. Dopo l'11 settembre penso che siano in molti a rimpiangere paradossalmente la configurazione che il sistema bipolare aveva dato al mondo e che ha resistito per quarant'anni. In che modo la guerra fredda arrivò in Italia?
Fino al maggio 1947, al momento dell'uscita delle sinistre dal governo, in Italia era molto forte la spinta propulsiva della resistenza, delle lotte contadine meridionali, insomma c'era la scoperta della democrazia. Una volta importata la guerra fredda, l'Italia si adeguava allo scenario internazionale e per un intero decennio fino al 1958 il conflitto tra i comunisti e il blocco democristiano fu prettamente ideologico. Era una competizione globale che investiva tutti gli spazi della vita, dalle Olimpiadi alla corsa nello spazio, fino alla contrapposizione tra due stili di vita. La distensione e poi la crescita economica resero il Paese meno subalterno, si allentava la morsa della battaglia ideologica tra comunismo e anti-comunismo e il conflitto riscopriva le sue origini di classe. Tra il Dall'altra parte si ricorse a strumenti anche violenti, come la «strategia della tensione» per contrastare queste lotte. Un conflitto lungo vent'anni che può essere considerato come parte della «guerra civile fredda» che si svolse nel dopoguerra?
Dal boom economico in poi c'è stata una rivoluzione antropologica dovuta ad un paese che non era più statico ma che aveva messo in moto un meccanismo che avrebbe attraversato anche il sistema politico italiano. Sono le forze endogene dello sviluppo italiano a fare la nostra storia, non quelle esogene. Più che di «guerra civile fredda» allora preferisco pensare alla «strategia della tensione» come una risposta brutale al conflitto di classe che coinvolgeva tutti in Italia: operai, insegnanti, bancari, gli studenti. La «strategia della tensione» aveva il bersaglio nei movimenti e quei movimenti intendeva reprimere violentemente. Nella risposta brutale al conflitto di classe si sono inseriti anche i servizi segreti. Ma non credo che la lotta tra lo spionaggio americano e quello sovietico avvenuta nel nostro paese sia stato decisiva. Da questo punto di vista in Italia non c'è stata una guerra civile, ma un ciclo di lotte la cui partita si giocava nelle fabbriche, nelle università, e che non fu aiutato dalla scelta del Pci del compromesso storico. Quella conflittualità era inscritta nella continuità delle forme di governo nei rispettivi di blocchi di influenza. Per questa ragione era difficile pensare che in Italia, come nella Germania dell'Est, si sarebbe potuta avviare una rivoluzione comunista o una democratica. Gli operai in Italia lottavano a partire da una precisa piattaforma rivendicativa. Le bombe di piazza Fontana intendevano troncare il conflitto sociale in atto, non un progetto rivoluzionario. Questo ciclo si è esaurito con la sconfitta operaia del 1980 a Mirafiori e con quella del movimento studentesco che non riuscì ad uscire dalle università, riproducendo vecchi modelli organizzativi. Un'interpretazione ricorrente descrive il dopoguerra come la lotta della libertà di una parte del mondo contro i totalitarismi. Il 1945 sarebbe, in questa nuova lettura, l'inizio di una battaglia contro i totalitarismi che non si concluse nel 1989, ma che continua nella «guerra contro il terrorismo». Quanto pesa oggi la fine dell'ordine di Yalta su questa trasformazione?
Quello della lotta per la libertà è un espediente propagandistico usato spesso nel corso della guerra fredda. Fu Reagan a definire l'Urss come il capostipite degli «Imperi del Male» che poi si sono manifestati sotto altre forme nel corso degli ultimi anni. Con la caduta del muro di Berlino, ad esempio, si capì che ai carri armati sovietici che minacciavano l'Europa mancava persino la benzina. La guerra fredda non avrebbe mai potuto generare una guerra globale perché l'Unione Sovietica non poteva sfidare gli Stati Uniti sul piano militare. L'Urss aveva perso la guerra da tempo. L'attuale «battaglia per la libertà» nasconde invece un problema molto serio. Oggi, infatti, nessuno sa come sarà il mondo nel prossimo futuro. Né è facile articolare un ordine politico al di fuori delle ambizioni assolutistiche del comando americano. Nella crisi totale dell'ordine del dopoguerra ci sono i tribunali internazionali e la nuova corte penale internazionale, ma sono solo dei vagiti di istituzioni post-novecentesche che stentano a decollare. |
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