Sei in: Home / Testi / Le interviste / Foucault, il liberalismo impossibile / La potenza innovativa della vita

La potenza innovativa della vita

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Parla Roberto Esposito che da anni conduce un corpo a corpo con Foucault sul tema della biopolitica: "Foucault riscopre a mio parere la forza concreta del bios. La vita cioè è il prodotto di una serie di cause, di forze, di tensioni. Quello che Foucault cerca di fare è sottrarre la vita all’appiattimento naturalistico cui la espone il regime biopolitico e fare esplodere la sua potenza innovativa. Ma non credo che ci sia riuscito del tutto"

“Sono convinto che Foucault non ha coniato né il termine, né il concetto di biopolitica. Però lo ha completamente ristrutturato e sistemato dentro una connessione con la storia e le soglie storico-epistemologiche, come lui direbbe, che hanno dato al concetto una fortissima rivitalizzazione”. Risponde così Roberto Esposito a una nuova sollecitazione sul tema del rapporto tra Foucault e la biopolitica (sul quale abbiamo già realizzato l’intervista Difese immunitarie al potere di vita o di morte). La genesi di questo concetto - continua Esposito - si può rintracciare tra gli anni Venti e Cinquanta del secolo scorso”. Per poi concludersi nel 1945 quando “sotto il nazismo la biopolitica si trasformerà in tanatopolitica che la porterà a distruggere il cosiddetto apparato immunitario dello stato a rivolgersi contro il suo stesso corpo che dovrebbe proteggere”. Foucault riprende la biopolitica all’interno di un più largo scenario culturale, quello francese, che cerca di assumere una modalità più affermativa di pensare il rapporto vita e politica. Quale essa sia è il tema sul quale da alcuni anni esiste un dibattito internazionale che si muove in un’orbita di cui esistono le prime tracce nel Novecento rappresentate da Maurice Merleau-Ponty, Gilles Deleuze e Gilbert Simondon”.

Il corso appena pubblica in italiano sulla biopolitica conferma questa sua impressione?

Certo. L’interesse per la biopolitica da parte di Foucault s’inserisce nel suo lavoro di decostruzione della sovranità moderna. Il termine viene utilizzato nel corso di una conferenza tenuta a Rio de Janeiro nel 1974 in cui dice che “per la società capitalistica è il bio-politico a essere importante prima di tutto, il biologico, il somatico, il corporale. Il corpo è una realtà biopolitica, la medicina è una strategia biopolitica”. Ma è nel corso sugli Anormali che il processo di decostruzione del paradigma sovrano tocca il culmine: l’ingresso e poi la sottile opera di colonizzazione, del sapere medico nel diritto determina un passaggio di regime imperniato non più sull’astrazione dei rapporti giuridici, ma sulla presa in carico della vita nel corpo stesso di coloro che ne sono portatori. Si entra così in una zona d’indistinzione tra diritto e medicina al cui fondo si profila una nuova razionalità centrata sulla questione della vita: della sua conservazione, del suo sviluppo e della sua gestione. Il nucleo del regime biopolitico è dunque il rapporto tra la vita e la politica. Nell’età moderna è la vita, molto più del diritto a diventare la posta in gioco delle lotte politiche, anche se queste si formulano attraverso affermazioni di diritto.

Cosa pensa invece della ricostruzione del liberalismo e del suo rapporto con la biopolitica nel secondo corso?

Da un lato Foucault assegna alla biopolitica un carattere affermativo. Il regime sovrano infatti non limita la vita, ma la espande. Il potere e la vita costituiscono due facce contrapposte e complementari. Per potenziare se stesso il potere è costretto a potenziare la vita, l’oggetto su cui si scarica. Questa è la stessa dinamica che Foucault osserva in Sicurezza, territorio e popolazione tra liberalismo e libertà. Il liberalismo infatti rivendica la libertà degli individui da un lato, ma dall’altro deve limitarlo per evitare che la libertà del singolo interferisca con quella dell’altro. Il rapporto paradossale con il fuori del potere, il rapporto cioè tra il soggetto e il suo processo di assoggettamento, Foucault lo ritrova nel liberalismo. Il potere non deve soltanto presupporre, ma anche produrre le condizioni di libertà dei soggetti cui si rivolge. Ma deve constatare che per proteggere queste libertà è anche costretto a distruggerne delle altre. La sua conclusione è esplicita: la dove c’è potere – dice Foucault- c’è resistenza e tuttavia essa non è mai in posizione di esteriorità rispetto al potere.

E dall’altro lato?

Sembra che a un certo punto Foucault non sia del tutto soddisfatto di questa ricostruzione. E si domanda: se la vita è più forte del potere che l’assedia, se la sua resistenza non si lascia piegare, perché allora l’esito della modernità è la produzione di massa della morte? Questo interrogativo ricorre in Nascita della biopolitica: com’è possibile che un potere della vita si eserciti contro la vita stessa? E qui è inutile ricordare i totalitarismi e le guerre sanguinose e fratricide del Novecento. La biopolitica si rovescia sempre nel suo contrario, in tanatopolitica. A mio parere in Foucault si dà sempre questa compresenza.

Per lei dunque Foucault non riesce a sciogliere il rapporto tra biopolitica e biopotere?

Questo accade perché lui si ferma alla constatazione di un’antinomia propria della biopolitica che gli impedisce di interpretare l’implicazione tra sovranità e biopolitica in maniera lineare. Se accettasse la continuità tra biopolitica e sovranità Foucault sarebbe costretto ad ammettere che il paradigma della modernità è il genocidio, la guerra, il totalitarismo nazista. Se invece accettasse di separare la biopolitica dal biopotere allora la sua concezione verrebbe smentita ogniqualvolta la vita si afferma sulle politiche di morte della sovranità.

Non crede invece che Foucault giunga alla separazione tra biopolitica e biopotere proprio a partire da questi due corsi?

A me sembra invece che sia ancora dentro l’antinomia di cui dicevo prima. A differenza della biopolitica americana, come della “tanatopolitica”nazista, Foucault riscopre a mio parere la forza concreta del bios. Quello che nelle precedenti declinazioni di questo concetto era presentato come un dato inalterabile – la natura, o la vita umana – diventa in Foucault un problema. Diventa cioè il prodotto di una serie di cause, di forze, di tensioni. Quello che Foucault cerca di fare è sottrarre la vita all’appiattimento naturalistico cui la espone il regime biopolitico e fare esplodere la sua potenza innovativa. Ma non credo che ci sia riuscito del tutto. A mio avviso è proprio questo il problema di Foucault che continua a oscillare tra queste due ipotesi: la biopolitica è estranea alla sovranità oppure è la sua rappresentazione perfetta?

Con la categoria di “immunizzazione” lei propone invece un'altra interpretazione del nesso tra biopolitica e biopotere…

Personalmente ho creduto di rintracciare la chiave interpretativa che sembra sfuggire a Foucault nel paradigma di “immunizzazione”. L’immunità non è solo la relazione che connette la vita al potere, ma il potere di conservazione della vita. Al contrario di quanto presupposto nel concetto di biopolitica, da questo punto di vista non esiste un potere esterno alla vita, così come la vita non si dà mai fuori dei rapporti di potere. In questa prospettiva la politica è lo strumento per trattenere in vita la vita. L’immunizzazione rimanda ad un orizzonte semantico del munus di cui mi sono a lungo occupato. Per non dilungarmi troppo posso dire che, rispetto alla biopolitica, l’immunizzazione è l’ingranaggio interno della comunità, il suo apparato difensivo. Per sopravvivere, infatti, ogni tipo di comunità è costretta a introiettare la modalità negativa del proprio opposto. Il punto decisivo del paradigma dell’immunizzazione è che per essere conservata, la vita deve rinunciare a qualcosa che fa parte integrante della propria potenza espansiva, cioè quella volontà acquisitiva su ogni cosa che le fa correre un rischio mortale. Una volta accertata la propria insufficienza, l’organismo mette in campo una serie di meccanismi – artificiali e non naturali, ispirati alla razionalità – che tendono a negare la sua costituzione. A mio parere la sovranità è un dispositivo di immunizzazione che tende a cancellare tutto ciò che è comune negli uomini e trasformarlo nel suo contrario. In questo senso vedo una connessione strutturale tra modernità e immunizzazione. Questa connessione ci consente di fare un passo in avanti rispetto alla periodizzazione della biopolitica. Perché limitare la biopolitica solo alla fine della modernità, come fa Foucault? Non c’era già in Grecia o a Roma?

Per uscire dal paradigma dell’immunizzazione, e dalle sue antinomie, lei propone una filosofia del bios. Di cosa si tratta?

Come ho detto prima a me interessa trovare un’affermazione positiva della potenza espansiva della vita. Foucault lo fa certamente, anche se rimane ancora dentro le antinomie della biopolitica. Il suo non è stato un tentativo isolato all’interno della cultura filosofica francese del secondo dopoguerra. Nel mio ultimo libro Bios. Biopolitica e filosofia mi sono soffermato su autori come Maurice Merleau-Ponty, Gilles Deleuze e Gilbert Simondon rintracciando nel loro percorso i termini per definire una biopolitica affermativa. La struttura originaria del bìos è stata sin dall’inizio bloccata dentro una crosta giuridica e biopolitica. Chi viene al mondo diventa subito una persona giuridica, la sua vita è subito inscritta nel diritto. Come arrivare allora al bìos? Inizialmente decostruendo in positivo questo apparato giuridico. Il bìos è uno spazio che non può essere localizzato dalla legge e si pone al di là dalla sua identità biologica, cioè la zoé. Da questo punto di vista il discorso di Spinoza sul diritto apre una nuova direzione nella quale io vedo la liberazione della vita dalla imposizione giuridica e la rivelazione del carattere originariamente indistinto tra vita e diritto, tra vita e politica.(Roberto Ciccarelli)