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Vite sospese al rischio liberale

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Parla Ottavio Marzocca, curatore dell'antologia "Michel Foucault. Biopolitica e liberalismo" (Medusa): "Foucault sostiene che la cultura del pericolo e del rischio si presenta come una caratteristica del liberalismo. Al punto che si potrebbe dire che l’uomo liberale si trova a vivere pericolosamente. Vivere pericolosamente è un portato necessario del liberalismo perché esso enfatizza l’inevitabilità del rischio. Il pericolo è inevitabile perché è il prodotto stesso della libertà. Chi promuove la libertà si espone ai rischi che essa produce"

"Questi testi si collocano nell’opera foucaultiana sulla scia del tentativo di indagare la biopolitica che emerge in maniera particolarmente chiara nel Corso del ‘76 e nella Volontà di sapere - afferma Ottavio Marzocca, curatore dell'antologia "Michel Foucault. Biopolitica e liberalismo (Medusa edizioni 2001) - Poi Foucault passa un periodo abbastanza indecifrabile di pausa nel ‘77 in cui non tiene un Corso. Il lavoro viene ripreso nel 78, tra il gennaio e l’aprile, con il Corso "Sicurezza, territorio, popolazione" dove la ricerca sulla biopolitica ricomincia. Si può anche dire che il tentativo compiuto nel corso del ’76 di esaminare il potere attraverso lo schema della guerra risulta superato. L’intenzione di approfondire la biopolitica è chiarissima nel lavoro del ‘78 e ritorna nel ‘79, l’anno in cui il corso al Collége de France si intitola "La nascita della biopolitica". Ma l’andamento della ricerca, come sempre accade in Foucault, è frammentario e analitico allo stesso tempo. Foucault va avanti per tentativi e per correzioni. Inizialmente la biopolitica è il problema. Poi durante il lavoro di ricerca emerge la questione della sicurezza e quindi il legame tra la sicurezza e la governamentalità. Questo lo si può vedere nelle prime lezioni del 78. Infine la questione della governamentalità diventa il problema dominante sia del Corso del ‘78 che di quello del ‘79. Seguendo questa traccia Foucault indaga la razionalità politica e fa emergere la specificità del problema del governo, che è un problema distinto da quello della sovranità. Poi si impone il tema del potere pastorale come paradigma del governo degli uomini. I due Corsi mettono in stretto collegamento la biopolitica e la governamentalità, mentre il discorso sul potere pastorale, nel Corso del ‘79, viene lasciato da parte. La stessa questione della sicurezza riemerge nel Corso del ‘79 come elemento centrale della governamentalità liberale. Questo Corso sulla “Nascita della biopolitica” in un certo senso delude le aspettative create dal titolo, ma apre un percorso inaspettato che è quello dell’analisi approfondita della governamentalità liberale classica e dello stesso neoliberalismo, lungo tutto il XX secolo fino a sfiorare il reaganismo che si sarebbe affermato pochissimo tempo dopo negli Stati Uniti".

In che modo allora Foucault storicizza il concetto di liberalismo e quello di neoliberalismo?

Bisogna fare una distinzione tra questi due fenomeni che per Foucault sono alquanto dissimili anche se comunicanti fra loro. Il liberalismo classico è un’arte del governo che scommette sul mercato, sulla naturalizzazione dei meccanismi del mercato. Questo liberalismo affronta una serie di problemi che tale naturalizzazione comporta. Ad esempio c’è il rischio di delegittimare lo stesso ruolo dello Stato in quanto sistema di governo. L’homo oeconomicus costituisce un rischio per la legittimità del governo. Foucault da un lato mette in evidenza questo rischio, ma dall’altro fa vedere che nello stesso ambito della cultura liberale emerge il concetto di società civile che lui rintraccia nella riflessione di Ferguson, cioè nello stesso ambiente intellettuale in cui nasce la teoria della mano invisibile di Adam Smith, quello dell’Illuminismo scozzese. La triangolazione tra Hume, Smith e Ferguson rappresenta la base della cultura liberale classica nella quale viene esaltata l’importanza del mercato, dell’indipendenza economica e dell’incoercibilità dei comportamenti dell’homo oeconomicus. Quando invece si manifestano i problemi dovuti ai rischi che il mercato comporta, la società civile costituisce la compensazione di questi rischi. Tenendo conto del lavoro che hanno svolto alcuni allievi e studiosi foucaultiani, come Ewald, Procacci, Donzelot, ma anche Castel e gli animatori dei Governamentality Studies, si può dire che la società civile sia una camera di compensazione per quei problemi di ordine sociale che il liberalismo ha creato e che lo mettono in crisi. Si afferma così un nuovo ceto politico-intellettuale liberale o para-liberale che, dalla seconda metà del’Ottocento - in particolare in Germania ma anche in Francia e altrove in Europa - mette in campo una serie di strumenti che fanno leva sull’idea di società. E’ in questo contesto che nascono le tecnologie moderne dell’assistenza, della previdenza, delle assicurazioni, ecc.

Si può dire allora che per Foucault elementi di socialdemocrazia siano presenti nell’idea liberale di governo?

Con tutta la prudenza del caso si può dire che la socialdemocrazia sia stata in qualche misura anticipata dal ceto politico borghese. Questa è una traccia che emerge dal lavoro di Foucault. Ad averla sviluppata sono stati alcuni studiosi di matrice foucaultiana, come quelli che ho richiamato.E per quanto riguarda il lavoro sul neoliberalismo tedesco e americano?
Se si volesse trovare una differenza significativa tra il neoliberalismo e il liberalismo classico si potrebbe dire che quest’ultimo parte dall’idea miracolistica secondo la quale la libertà di scambio può essere lo strumento principale per ottenere il benessere collettivo. Partendo da questa idea il liberalismo deve in seguito riscontrare che da questo meccanismo restano fuori una serie di problemi che non trovano soluzione. Di qui l’importanza di Bentham, il pensatore liberale che lavora molto sui cosiddetti agenda e non agenda e pensa che il governo debba definire campi di intervento contro chi sostiene invece che tale intervento non debba esserci. Il liberalismo – non solo quello classico - si preoccupa innanzitutto dei limiti che l’azione di governo deve porsi, ma non è mai in grado di individuare stabilmente questo limite che il governo deve darsi. E quindi il limite si sposta in continuazione perché il liberalismo non trova mai il criterio attraverso il quale identificarlo e imporlo. Questa è l’intima contraddizione del liberalismo. Il liberalismo, dice Foucault, è l’arte della limitazione del governo, ma questa limitazione non è mai determinata veramente. Il liberalismo classico entra in crisi perché non riesce a frenare le esigenze di intervento politico sulla società e sul mercato. Con la crisi del ’29, è dalla stessa cultura liberale che nascono l’idea del New Deal e il Welfare State. Ancora una volta la socialdemocrazia sembra essere anticipata dal liberalismo. E’ questo – secondo Foucault - il momento in cui autori come von Mises, von Hayek, la Scuola di Chicago danno vita al liberismo contemporaneo riflettendo sul fallimento del liberalismo classico, che attribuiscono al mancato rispetto della necessità della limitazione del governo, che avrebbe aperto una breccia attraverso la quale l’interventismo dello Stato sarebbe passato senza trovare più la limitazione che avrebbe dovuto avere. Il neoliberalismo è un movimento di autocritica del liberalismo, è la registrazione della crisi del liberalismo classico, è la denuncia del pericolo che all’interno del liberalismo stesso nasca quell’elemento dissolutore contro il quale il liberalismo combatte: cioè il totalitarismo. Se il liberalismo non torna al rigore delle origini, dicono questi autori, c’è il rischio che partorisca il totalitarismo. Foucault fa a questo punto una sottile distinzione: il liberalismo classico si è affidato alla libertà di scambio, il neoliberalismo enfatizza invece la concorrenza. Sembrano la stessa cosa, ma in realtà la concorrenza deve essere costantemente garantita da un quadro di certezze giuridico-istituzionali. Su queste basi, Foucault analizza poi il neoliberalismo tedesco, un certo neoliberalismo francese di stampo giscardiano e quello americano – specialmente la teoria del capitale umano – che è molto diverso dagli altri due.

Come avviene il passaggio all’analisi del sicuritarismo?

Foucault introduce il tema del rapporto fra libertà e sicurezza, cercando di chiarire l’equivoco che può sorgere quando si dice che il liberalismo classico è una specie di naturalismo economico, nella misura in cui il liberalismo è anche una forma di naturalizzazione del mercato, perché sostiene la necessità di lasciar correre i meccanismi spontanei del mercato, i processi “naturali” e le stesse relazioni tra l’uomo e il contesto in cui vive. In tutto questo c’è ottimismo misto a preoccupazione. Per esempio Foucault si riferisce al Progetto filosofico per la pace perpetua di Kant dove si insiste sul fatto che tutti gli ambienti geografici del nostro pianeta, anche quelli meno ospitali, sono delle condizioni naturali che spingono l’uomo a produrre e a promuovere gli scambi con i paesi in cui si producono le merci che non si possono produrre in quei posti. Qui c’è una sorta di combinazione tra condizioni naturali dell’ambiente e meccanismi naturali del mercato che producono degli effetti benefici. Comunque sia, per Foucault il liberalismo è certamente un naturalismo, ma da questo non si deve dedurre che esso non ponga al centro della sua attenzione la libertà…

Come si concilia questa attenzione alla libertà con il bisogno di sicurezza?

Foucault sostiene che quando il liberalismo parla di libertà non si deve pensare che questa libertà sia un concetto indistinto. Quando il liberalismo parla di libertà intende sempre delle libertà specifiche. Il liberalismo è un’attenzione alle libertà. Soprattutto a quelle economiche, giuridiche, ma anche a libertà concrete (di lavoro, di consumo…) che in alcuni momenti appaiono in pericolo rispetto ad altre. Nel momento in cui ad esempio il liberalismo promuove la libertà di impresa accade prima o poi che tale promozione metta in pericolo la libertà di associazione sindacale. I rischi per la libertà discendono dal fatto che è il liberalismo stesso a promuovere queste libertà.

Non crede che questa sia un’idea di liberalismo molto lontana da quella corrente?

Certamente. Foucault infatti sostiene che il liberalismo è una promozione attiva di libertà determinate, ma questa promozione comporta anche la distruzione di certe altre libertà. E‘per questo che liberalismo si trova a dovere aggiustare il tiro, a compensare e a promuovere le libertà che sono in pericolo. Perciò, sostiene Foucault, la cultura del pericolo e del rischio si presenta come una caratteristica del liberalismo. Al punto che si potrebbe dire che l’uomo liberale si trova sempre a vivere pericolosamente. “Vivere pericolosamente” è il motto del liberalismo, è un portato necessario del liberalismo, perché questo enfatizza l’inevitabilità del rischio. Il problema della sicurezza esiste perché non è mai risolvibile. Il pericolo è inevitabile perché è il prodotto stesso della libertà. Chi promuove e pratica la libertà si espone ai rischi che essa produce.

In che modo si inserisce invece il tema della biopolitica in questo contesto?

Se ci riferiamo al dibattito attuale, possiamo dire che la produzione italiana sulla biopolitica è molto interessante e molto probabilmente è quella maggiormente presa in considerazione a livello mondiale. Secondo me, nel caso di Agamben c’è un eccesso di teoreticismo, nel caso di Negri c’è il rischio di dilatare troppo questo concetto di biopolitica, sino quasi a disperderne la specificità. Senza voler tranciare dei giudizi sommari, credo che in generale nel dibattito filosofico politico ci sia ancora una scarsa attenzione a questioni che esulano dall’analisi di Foucault, il quale ci ha fornito uno schema, ma ci può dire poco ormai sulle questioni legate alla genetica, ma anche su quella del rischio nella società contemporanea. Su questo terreno c’è comunque da recuperare l’impostazione del lavoro di Foucault sul neoliberalismo. Oggi questi problemi possiamo affrontarli se li contestualizziamo non soltanto nell’orizzonte generico della globalizzazione, ma anche in relazione all’attuale egemonia della cultura neoliberale. E allora si apre un terreno di ricerca che può servire per mettere in discussione certe tentazioni di totalizzazione teorica che ricorrono nel pensiero filosofico politico italiano. Penso, in particolare, che oggi la genetica metta in discussione certi schemi teorici. Essa comunque non è solo il terreno in cui si creano nuovi diritti, nuove possibilità d’intervento sulla materia vivente e quindi forme nuove di libertà, nuove opportunità da volgere a nostro vantaggio. Serestiamo fermi a questa impostazione, non riusciamo a capire che attraverso la medicalizzazione genetica passano nuove forme di responsabilizzazione etico-politica che trasferiscono sulle spalle dell’individuo i compiti che in precedenza avevano lo Stato e il governo. In questa prospettiva, si può dire che siamo noi i responsabili dei mali di cui siamo depositari geneticamente e siamo noi stessi che dobbiamo farci carico del loro superamento o della loro neutralizzazione. Qui si può intravedere una ristrutturazione radicale della governamentalità sulla quale si dovrebbe riflettere. La biopolitica o il biopotere non sono soltanto una questione di appropriazione della materia vivente da parte del potere. Se il problema fosse solo quello della brevettabilità della materia vivente ci troveremmo forse davanti ad un problema chiaro e affrontabile. Ma qui stiamo discutendo di una ristrutturazione radicale del governo degli uomini, della quale l’individuo è chiamato ad essere complice e protagonista. Sto parlando della sua auto-governamentalizzazione attraverso la sua responsabilizzazione genetica…. (Roberto Ciccarelli)