Sei in: Home / Testi / Le interviste / Foucault, il liberalismo impossibile / Un teorico della resistenza al dominio

Un teorico della resistenza al dominio

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Parla Pier Aldo Rovatti:"Non penso che Foucault rivendichi un’ideologia della libertà individuale, ma vada nella direzione in cui l’elemento dell’alleggerimento della governamentalità come progetto politico comporta la riscoperta del potere come rapporto di forza. Il suo tentativo è quello di andare fino in fondo a tutte le dimensioni del potere e resistergli e intervenire nei rapporti di forza"

“C’è stata una certa fatica a fare entrare Foucault in un mondo che, al tornante degli anni Settanta-ottanta era profondamente succube dell’ideologizzazione derivante da un linguaggio che allora era comune a sinistra”. Pier Aldo Rovatti prova a fare un bilancio della ricezione italiana di Foucault e precisa: “Era un linguaggio anche intelligente che si ispirava al Marx dei Grundrisse. Foucault appariva uno scarto, un salto, ed è passato molto tempo per capirlo. In quel momento aut aut, la rivista che dirigo, cercava di uscire da questo circuito ideologico e di produrre nuovi strumenti filosofici, storici, utili a ricostruire un quadro demolito dai fatti. Ricordo che facemmo un numero sulla teoria dei bisogni in cui Foucault veniva recepito. Negli anni poi abbiamo continuato a lavorare sulla sua opera. L’ultimo numero che abbiamo fatto è sul corso sul Potere psichiatrico uscito l’anno scorso anche in Italia”.

Una sua prima impressione sulla Nascita della biopolitica e Sicurezza, territorio e popolazione, i corsi appena pubblicati in Italia

A mio parere della biopolitica si perdono le tracce nei corsi sulla Nascita della biopolitica e Sicurezza, territorio e popolazione – sostiene Pier Aldo Rovatti XXX - La ragione è che Foucault arretra per non dovere dare dei tratti troppo scontati. La mia impressione è che negli ultimi anni foucault abbia una batteria di questioni intrecciate le une con le altre e ci lasci con un programma di lavoro non realizzato. Il compito di chi vuole occuparsi di foucault è di non fare semplificazioni troppo in fretta. Chi ha cuore foucault è di non vedere anime distinte in questo pensatore. E’ certo che in questi corsi si chiariscono alcune idee di fondo.

Quali ad esempio?

Quella del potere. Procederei per piccoli passi. Foucault è diventato il pensatore del potere. Secondo me in quest’ultimi corsi al Collége e prima nei testi pubblicati in Dits et ècrits, quello che risulta è che un’idea troppo astratta del potere non tiene. Dobbiamo convocare una divaricazione: da una parte il potere come rapporto di forza che riguarda tutti gli aspetti della vita, quelli sociali e quelli individuali, e dall’altra parte il dominio. Le forme del dominio sono delle snaturamenti, dei mascheramenti del potere come rapporto di forza. Secondo me quello che ha in mente Foucault e si vede anche in questi due corsi, è di tracciare una sorta di parentesi sulle forme di dominio. E infatti come si vede lui non affronta per nulla le questioni più calde della politica, parlo ad esempio del totalitarismo. Le lascia da parte perché dal suo punto di vista queste sarebbero delle forme di degenerazione del potere. Il suo problema è di eliminare il più possibile l’inquinamento delle forme di dominio sulle forme del potere, applicando in un certo senso un modello liberale. In Sicurezza, territorio e popolazione, Foucault si identifica con un modello di governo che predica un alleggerimento del suo ruolo.

Qualcuno parla di un Foucault liberale. Lei è d'accordo?

No, nessuno può dire che Foucault è un liberale. Non penso che Foucault rivendichi un’ideologia della libertà individuale, ma vada nella direzione in cui l’elemento dell’alleggerimento della governamentalità come progetto politico comporta la riscoperta del potere come rapporto di forza. Il suo tentativo è quello di andare fino in fondo a tutte le dimensioni del potere e resistergli e intervenire nei rapporti di forza. Credo che ci siano molti interpreti che pensino che Foucault abbia trovato un modo per uscire dal potere. Io credo invece che Foucault sostiene che non si può uscire dal potere. Lui vuole fare un’altra cosa: vuole uscire dalle forme del dominio per entrare in una situazione in cui rimangono le forme del potere. Non c’è il minimo dubbio, la sua ricerca è rivolta in questa direzione.

Lei crede che Foucault possa essere definito come un teorico della resistenza al potere?

Riposizionerei Foucault dal teorico della resistenza al potere al teorico della resistenza al dominio. Mentre non c’è nessuna resistenza al potere forse una presa in carico del potere. L’idea del saggio che Foucault preleva in una certa fase della cultura tardo antica nel corso successivo sull’Ermeneutica del soggetto non è l’idea di un soggetto pieno e padrone di sé. E’ un’idea in cui la padronanza è la trasparenza del non essere padroni di sé nella formula in cui noi intendiamo normalmente. E’ un’accoglienza delle forme di potere più che un loro rifiuto.

C’è chi sostiene che questi corsi segnino il passaggio da un’analitica pura del potere ad un’analitica della soggettività in cui parte fondamentale del progetto foucaultiano diventa l’etica del sé. Cosa pensa di questa periodizzazione?

Credo che sia corretto, ma fino ad un certo punto. Lasciamo stare i corsi, guardiamo la storia della sessualità. Questa ricerca inizia in un modo, poi affronta una curva nei volumi usciti alla vigilia della morte dove il progetto di ricerca risulta essere modificato nel senso di una tonalità piegata sull’etica e sulla soggettività. Questa però è solo la prima impressione a cui io credo occorre resistere, vagliarla criticamente per spiegare il profilo finale dell’ultima fase del suo pensiero non nei termini di una biforcazione. L’idea che ad unire questi due periodi distinti sia il concetto del governo mi sembra un’interpretazione debole. Non basta un concetto per aprire una strada nuova. Io credo che si tratti di fare uno sforzo per far stare insieme le due cose. Non credo che Foucault ad un certo punto dimentichi il problema del potere a favore di un’interpretazione intersoggettiva e sociale del potere stesso. In lui da una parte c’è il potere il politico e dall’altra c’è l’etica. Sono convinto che un intreccio esiste tra queste questioni e che non sia il governo, ma la questione della soggettività.

In che modo a suo parere Foucault affronta il tema della soggettività?

Nei miei recenti interventi su Foucault ho cercato di dimostrare che lui ha in mente la questione della soggettività sin dall’inizio delle sue ricerche. Quella della soggettività non è una questione che all’improvviso si intromette nel suo pensiero. Se la soggettività diventa visibile negli ultimi anni della sua opera ciò non dovrebbe portare a dire: “ecco Foucault ha cambiato idea”, ma al contrario dovrebbe spingere a domandarsi come Foucault abbia condotto per tutta la sua vita un lavoro su questa questione fin dalla fine delle Parole e le cose. Sin dalla fine degli anni Sessanta, Foucault lavora su un soggetto che agiva e produce i suoi effetti e al tempo stesso era fuori dalla visibilità. Il soggetto assoggettato di Sorvegliare e punire sono anche soggetti che resistono, sono gli stessi soggetti che lui interroga come quegli elementi che dovrebbero produrre una nuova razionalità rispetto alla soggettività. Sono gli stessi soggetti che si nascondono nella figura della follia. Su questo Foucault era sempre stato poco esplicito.

Ma è inevitabile pensare che esista un cambiamento se non nei contenuti almeno nel metodo…

Se esiste un cambiamento non si tratta di un cambiamento evolutivo perché Foucault continua sempre a pensare l’idea di soggetto. Questa rimane una questione critica non risolta da riaffrontare e che non si risolve nel modo schematico di un Foucault che cambia ad un certo punto idea. Io credo invece che lui lentamente riesca a trovare delle parole per articolare un discorso sulla soggettività. Mi sembra che negli anni lui arricchisca e articoli il discorso su quelle forme del potere che toccano da vicino la questione del soggetto. La toccano in Sorvegliare e punire, nel corso sul Potere psichiatrico e anche in questi due corsi. Foucault in realtà si è sempre occupato di biopotere e di biopolitica sin dalla Storia della follia e via via inserisce questo tema all’interno della governamentalità intesa come governo degli uomini e come governo su se stessi. Per lui la biopolitica non è una filosofia del soggetto, ma è un modo di fare governo. In fondo la questione della biopolitica la si potrebbe considerare proprio in questo modo. Perché lui la accenna all’inizio di questi corsi e rimane sempre a livello di introduzione? Perché quando viene fuori una concrezione soggettiva nell’idea di vita sul quale lui voleva costruire lentamente il suo itinerario e arrivarci lentamente. Cosa che non gli è riuscita perché nel frattempo è intervenuta la morte.(Roberto Ciccarelli)>/strong>