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Le star del debito

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Intervistra a Noreena Hertz, una delle sostenitrici della cancellazione del debito dei paesi poveri. "Sotto il governo attuale l’Italia si è classificata all’ultimo posto degli aiuti con lo 0,15 per cento del suo Pil quando già quaranta anni fa si era impegnata a dare lo 0,7"

Roberto Ciccarelli

Bono? “E’ un operatore politico molto abile”. Dai palchi mondiali alla battaglia per il condono del debito e alla lotta contro la povertà il passo è stato breve per la star degli U2. Quello che vogliamo per prima cosa capire da Noreena Hertz, che a Bono ha dedicato una parte del suo ultimo libro Un pianeta in debito (Ponte alle Grazie, pp. 308, €14), è il ruolo delle star dello spettacolo in una battaglia che segna ancora il passo, anche dopo il G8 di Gleaneagles dello scorso luglio. “L’ho incontrato un mese fa. Come tutte le celebrità, Bono ha un certo potere nello spingere la gente a impegnarsi in questa lotta. Ma ha una terribile responsabilità, quella di dire la cosa giusta al momento giusto”. A quanto sembra Bono ci riesce perfettamente, e non da oggi. “Negli Stati Uniti ricopre un ruolo molto importante nella campagna di sensibilizzazione per la cancellazione del debito – risponde Noreena - E’ riuscito a mobilitare anche la destra cristiana fondamentalista, andando a trovare i loro predicatori come Jessie Helms, i vescovi o i senatori conservatori”. Curioso, no? “Lo credo anch’io. Pochi sanno che per convincere questi politici, Bono si è rivolto ai loro consiglieri spirituali”. E il risultato? “Grazie a lui il problema del debito non è più percepito come un problema di destra o di sinistra, ma come un problema universale. Ma non si può dire che gli Stati Uniti abbiano cambiato idea sul condono del debito”. Infatti. Chissà quanti Bono ci vorrebbero per fare passare il cammello nella cruna dell’ago.

Noreena Hertz è direttrice associata del Center for International Business dell’Università di Cambridge. E’ appena arrivata a Roma. E’ attesa per la presentazione del suo libro. “Mi scusi, ma ho un po’ d’influenza”. Mi dispiace. “Ma conosco un rimedio. Un bagno caldo, con dei sali minerali”. Minuta, ma con l’aria decisa, ha la parlantina sciolta, e una certa dose d’ironia. “Prima però possiamo parlare a tavola. Sa, sono una donna versatile”. Noreena snocciola dati a favore del condono del debito dei paesi in via di sviluppo, e sulle politiche globali che lo riproducono. Con l’aria di chi sa di avere la ragione dalla propria parte, ma forse purtroppo non gli strumenti politici per cambiare. Un po’ come il movimento anti-globalizzazione, non pensa Noreena? “Il movimento ha la responsabilità di criticare le istituzioni globali ,ma anche di presentare delle proposte per il cambiamento”. Vediamole, allora.

Perché allora cancellare il debito?

Per due ragioni fondamentali. La prima è per una ragione politica. Non cancellare il debito significa costringere i paesi più poveri del mondo a usare le loro risorse per saldare debiti contratti spesso e volentieri da regimi tirannici che non avevano il consenso del loro popolo. Come la repubblica del Congo che si è trovata nella condizione di usare una parte del proprio Pil per saldare un debito contratto da un regime talmente corrotto che c’era un memorandum che girava a livello mondiale che avvertiva la comunità internazionale che non lo avrebbero saldato mai. E’ noto infatti che sono stati fatti dei prestiti a paesi che non li meritavano a causa della riconosciuta anti-democraticità delle loro classi dirigenti.

E la seconda ragione?

E’ giusto cancellare il debito anche per una ragione morale. Se questi paesi così fortemente indebitati, penso in particolare ai paesi dell’Africa sub-sahariana, sono costretti a restituire il debito lo faranno attingendo alle loro magre risorse togliendole probabilmente a ad altre attività fondamentali per la sussistenza della popolazione come l’assistenza sanitaria. Solo nell’Africa sub-sahariana ci sono 26 milioni di persone che sono affetta da Aids e vivono in una gravissima emergenza sanitaria.

Come possono essere riformati il fondo monetario internazionale e la banca mondiale?

In un mondo ideale queste due istituzioni dovrebbero essere gettate nel secchio della spazzatura. Ma visto che questo non è ancora possibile, è bene finalmente iniziare a pensare di riformarle. E’ urgente iniziare questa riforma dal settore del diritto di voto e da quello di veto in queste istituzioni. Perché assistiamo ad una ripartizione estremamente ingiusta del potere di voto. I paesi in via di sviluppo rappresentano l’84 per cento della popolazione mondiale eppure in seno ad entrambi questi organismi dispongono solo del 44 per cento dei voti. In tutta la loro potenza gli Stati Uniti, rappresentano soltanto il 5 per cento della popolazione mondiale hanno invece addirittura il potere di veto.

E una volta modificato il meccanismo di voto?

L’Fmi e la banca mondiale smetterebbero di pressare i paesi in via di sviluppo perché adottino le loro ricette neo-liberiste. Quello che credo sia necessario è di rompere il ricatto: “noi ti concediamo gli aiuti di cui avete bisogno a condizione che procedete con le privatizzazioni”.

C’è un’alternativa a questo ricatto?

Le faccio due esempi. L’Argentina e tutti gli altri paesi sud-americani sono state le vittime di questo pesante ricatto. Si è visto in un ventennio, dagli anni Ottanta al duemila, rispetto a quello precedente, che i tassi di espansione delle loro economie si sono ridotti del 50 per cento. Quei paesi che invece non hanno obbedito al ricatto come la Cina, l’India e la Corea del Sud, e non hanno mai accettato di adottare queste politiche, hanno imboccato una strada propria verso lo sviluppo. Se crede le vorrei raccontare la mia esperienza personale.

Prego.

Ero molto giovane. Nel 1992 lavoravo per la Banca mondiale come consigliere del governo russo per le riforme economiche. Il mio lavoro consisteva nel raccogliere informazioni sulla condizione economica del paese e sullo stato delle privatizzazioni e di portarle a Whashington. Io mi sono trovata a fare il giro delle fabbriche e osservavo sul campo che cos’era la privatizzazione imposta dalla Banca Mondiale per concedere i prestiti. A chiunque fosse capitato di trovarsi in quel momento in Russia, avrebbe capito che un programma di privatizzazioni così duro avrebbe causato dei costi umani altissimi. Non soltanto avrebbero portato alla perdita di posti di lavoro nell’ordine delle centinaia di migliaia, ma avrebbe distrutto l’intero sistema industriale della Russia. A quel tempo l’intero sistema dei servizi alla comunità era organizzato attorno alla fabbrica. Dalla fabbrica dipendevano gli ambulatori, i consultori, in pratica si voleva modificare un’intera società. Quando ho sollevato questo problema a Whashington mi è stato risposto molto chiaramente che per loro il problema era quello di assicurarsi che ci fossero alcune determinate strutture industriali sottratte al controllo dello Stato. “E la gente?” domandai. “Alla gente penserà il mercato” mi risposero. Il mercato alla gente non ci pensava allora e nemmeno oggi quando la disoccupazione è aumentata, come i tassi di alcolismo e di suicidio.

Quali sono i risultati del G8 di luglio?

Mi sono ritrovata a parlare davanti a centinaia di migliaia di persone a Edimburgo durante il G8 di Gleneagles. Sono in molti a giudicare sufficiente quello che è stato deciso. Tra questi c’è anche Bob Geldof che qualche giorno prima ha organizzato il Live 8. A me sembra invece che a Gleneagles non si sia deciso proprio niente perché in realtà sugli scambi commerciale non sono stati fatti progressi. Anche se è stata decisa, la cancellazione del debito riguarda soltanto 18 sui 36 paesi come era stato chiesto. Per quanto riguarda gli aiuti allo sviluppo, pur essendoci stato un incremento, l’unico risultato conseguito è che un bambino africano, anziché morire ogni tre secondi, oggi la media si è alzata a 3,5 secondi.

Cinque anni fa l’ex presidente del consiglio Massimo D’Alema promise a Bono e a Jovanotti che l’Italia si sarebbe impegnata nella battaglia contro il debito. Oggi a che punto siamo?

E’ molto incerto che l’Italia riesca a mantenere gli impegni che ha preso. E’ una conclusione coerente con la sua storia: l’Italia parla molto e conclude poco. Sotto il governo attuale l’Italia si è classificata all’ultimo posto degli aiuti con lo 0,15 per cento del suo Pil quando già quaranta anni fa si era impegnata a dare lo 0,7.