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Colpire al cuore dell’Islam

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Intervista a Gilles Kepel. La mobilitazione della masse arane è l’obiettivo della nuova Al Qaeda. E per questo ha scelto la guerra civile all’interno delle società islamiche

Roberto Ciccarelli

Ma allora, professor Kepel, la Jihad islamica è davvero finita? “Ma no, sarei un cretino a dire questo”, risponde Gilles Kepel a Roma per presentare il suo ultimo volume Fitna. Guerra nel cuore dell’Islam (Laterza, € 16, pp. 319) nell’ambito dell’ultima giornata della terza edizione del Salone del libro storico dedicata alle Conversazioni sulla Storia. Novant’anni di guerre dagli spari di Sarajevo alla guerra santa. “Io non ho affatto scritto che la jihad è finita – ribadisce Kepel - Mi sembra che siano stati piuttosto alcuni giornalisti ad avermi attribuito questa idea. In questi anni ho trovato un alleato insospettabile in Ayman al-Zawahiri, l’ideologo egiziano al servizio di Osama bin Laden, che l’ha rilanciata, ma su tutt’altre basi rispetto ai gruppi dell’estremismo algerino o afgano degli anni Novanta”.

Era gremita la sala dell’acquario romano per una calda domenica di ottobre. Il 24 ottobre del 2004 abbiamo rivolto alcune domande a Gilles Kepel, professore all’Istituto di Studi politici a Parigi e uno dei più interessanti esperti del mondo islamico e della jihad internazionale, in una pausa della presentazione del suo libro Fitna con Marcello Sorgi, Renzo Guolo, Nina zu Fürstenberg e Giano Accame. Kepel ha voluto rispondere con understatement in un italiano che dice essere mescolato con espressioni dialettali, ma che si dimostra essere sorprendentemente fluido, alle nostre domande: “Siamo giunti ad uno spartiacque – ha detto - sia pure in crisi, questo movimento dimostra una possibilità di ripresa di consenso nel mondo musulmano. Lo dimostra Al Qaeda, capace di reclutare dopo gli attentati dell’11 settembre centinaia di militanti tra coloro che non hanno frequentato i campi di addestramento militare in Afghanistan. Hanno letto un libello scritto dall’ideologo egiziano Al Zawahiri, e mentore di Osama bin Laden, hanno visto i video diffusi su internet e hanno deciso di diventare terroristi”. “Il testo di Al-Zawahiri, intitolato Cavalieri sotto la bandiera del Profeta, apparve in rete nel dicembre 2001 – continua Kepel - Era un’analisi del fallimento della Jihad negli anni Novanta, dopo la vittoria dei talebani in Afghanistan. Dall’Egitto alla Bosnia, dall’Arabia Saudita all’Algeria, ovunque aveva fallito nel suo tentativo di mobilitare le “masse musulmane” per abbattere il cosiddetto “nemico vicino”, i governi infedeli a capo degli stati arabi”.

Quel manifesto spiegava come l’11 settembre fosse stato il rilancio della guerra santa dopo un lungo periodo di riflusso del movimento. Il fallimento degli anni Novanta, scriveva Zawahiri, era dovuto all’assenza di una grande causa comune che unificasse le istanze dei vari gruppi del fondamentalismo radicale islamico, sostenuta da una “avanguardia” in la maggior parte dei popoli del mondo musulmano potesse identificarsi per insorgere e rovesciare i governi dei propri paesi. “Quando ho letto questo manifesto – ricorda Kepel – avevo l’impressione di leggere un documento di rivendicazione delle Brigate Rosse o della Rote Fraktion Armee. Il bersaglio ultimo della jihad globale era quello di mobilitare le masse musulmane per distruggere lo stato e prendere il potere. Per fare questo, Zawahiri rilanciava la lotta contro il “nemico lontano”, gli Stati Uniti, condotto da un’avanguardia di militanti capaci di parlare inglese, che avessero studiato nei paesi occidentali, insomma integrati con il loro stile di vita, un classico esempio di ciò che definisco mcdonaldizzazione di queste élites politiche”. Mcdonaldizzazione, questo strano, e complicato, neologismo descrive la potente forza di suggestione che sembrano avere i documenti della propaganda armata della Jihad sui giovani internauti musulmani: “Avere oggi una laurea in computer sciences ha un potere dogmatico superiore a quello degli Ulema, i dottori della legge che hanno l’esclusiva sull’interpretazione dei sacri testi - spiega Kepel – Chi controlla un sito internet ha un potere incommensurabile rispetto a chi ha studiato per quarant’anni il Corano”.

Un clic per la rivoluzione, dunque. Semplice, anche se non si capisce come degli uomini in pieno possesso delle proprie facoltà mentali decidano di immolarsi dopo aver letto su uno schermo un verboso proclama che li spinge al martirio. Ma tant’è, sembra infatti che Zawahiri abbia previsto il miracoloso effetto della propaganda su internet nel prontuario virtuale a disposizione di ogni martire al servizio della jihad globale.

Aymad al-Zawahiri è quell’uomo barbuto con gli occhiali che apparve sugli schermi di Al Jazeera il 7 ottobre 2001 accovacciato accanto ad Osama bin Laden all’entrata di una grotta afgana, indossando uno stravagante abbigliamento a metà strada tra la tenuta del mujahidin durante la guerra contro i sovietici e quella tipica degli sceneggiati egiziani in costume che raccontano l’epopea di Maometto. In quel filmato, il primo dopo l’11 settembre, il chirurgo cairota si rivolgeva direttamente al popolo americano esortandolo a dissociarsi dal proprio governo che aveva “proclamato una nuova guerra nella quale voi perderete i vostri figli e il vostro denaro”. Per Kepel è la vera mente di Al Qaeda, mentre il terribile Osama sarebbe il volto popolare del marchio che piace “alle casalinghe di tutti i paesi arabi”.

L’attenzione all’aspetto pubblicitario della lotta armata da parte di Zawahiri obbediva ad una precisa strategia estetica: “Dopo il fallimento della jihad nello scorso decennio – spiega Kepel – ritenne necessario cambiare strategia. Per lui la cosa più importante era proprio la perfezione tecnica degli attentati terroristici che avrebbe permesso di oltrepassare il fallimento sociale della guerra santa, cioè l’incapacità delle avanguardie di mobilitare le masse nel mondo musulmano e in Europa”. La potente sceneggiatura simbolica dell’attacco alle Torri Gemelle avrebbe dunque dovuto moltiplicare i progetti di destabilizzazione all’interno dei paesi musulmani, ma non ha risolto la crisi dei movimenti degli anni Novanta. Ciò che ancora manca al terrorismo globale è infatti una strategia politica per prendere il potere attraverso lo schema classico di un’avanguardia che porta all’insurrezione interi popoli contro i propri governi.

E allora, Samuel0 Huntington adieu. Al Qaeda non è il risultato di una guerra di civiltà contro l’Occidente, ma della crisi politica dei movimenti radicali che spinge ad una guerra dentro il mondo islamico. Una fitna, appunto, un conflitto tra musulmani che nel pensiero dogmatico ricorda quello tra sunniti e sciiti che ha caratterizzato l’Islam sin dalla sua fondazione: “La Fitna è il rovescio della jihad. Per la maggioranza degli iracheni oggi la Fitna significa la violenza degli jihaddisti sunniti che mette in pericolo la struttura sociale del paese - conclude Kepel – un remake del film originario della guerra dei sunniti contro l’impero sassanide di Persia e poi di quello contro Bisanzio”.