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![]() Le guerre civili dell'Impero incoerenteUltima modifica: giovedì 2 marzo 2006 Michael Mann percorre tutta l’epoca moderna e descrive le traiettorie geografiche lungo le quali la violenza perpetrata in nome della democrazia si sposta “ dal Nord al Sud del pianeta, verso il Ruanda e oggi il Sudan”. Con una sosta significativa in Medioriente, dove le prove generali della “democrazia” irachena, progettata alla fine della guerra, minacciano di trasformarsi in una guerra civile tra etnie diverse. Una violenza che molti tendono a rimuovere e invece riemerge inaspettatamente dopo un disastro naturale. Quello dell’uragano Katrina a New Orleans, ad esempio. Un segnale preventivo d’allarme. A lanciarlo è Michael Mann, a Roma per presentare il suo ultimo volume Il lato oscuro della democrazia (Università Bocconi Editore, pp.655, €30): la democrazia non è mai stata estranea alla violenza. Anzi, quando ha cercato di imporre le proprie istituzioni non ha esitato a lasciarsi dietro di sé un cumulo di macerie. Senza contare che spesso ha praticato le pulizie etniche che si sono rivelate essere dei veri e propri genocidi. “Quello della civiltà indiana negli Stati Uniti, ad esempio – precisa Mann – per non parlare dei modelli di “pulizia coloniali” che le potenze imperialiste hanno praticato nel mondo nel XIX secolo”. Attraverso una numerosa serie di case studies, Mann percorre tutta l’epoca moderna e descrive le traiettorie geografiche lungo le quali la violenza perpetrata in nome della democrazia si sposta “ dal Nord al Sud del pianeta, verso il Ruanda e oggi il Sudan”. Con una sosta significativa in Medioriente, dove le prove generali della “democrazia” irachena, progettata alla fine della guerra, minacciano di trasformarsi in una guerra civile tra etnie diverse. Senza contare che ogni democrazia, anche quella più consolidata, riproduce al suo interno la stessa violenza – sotto forma di discriminazione sociale o civile – che molti tendono a rimuovere e invece riemerge inaspettatamente dopo un disastro naturale. Quello dell’uragano Katrina a New Orleans, ad esempio. Ed è da qui che cominciamo. Dopo il disastro di New Orleans molti hanno criticato il ritardo con cui si è mossa la Casa Bianca per proteggere la popolazione. Lei come lo spiega? Le responsabilità del Presidente Bush sono evidenti se consideriamo la sua decisione di inviare all’inizio della guerra in Iraq gran parte della guardia nazionale della Louisiana a supporto delle truppe. Quando la Fema [la protezione civile americana, n.d.r.] ha dovuto mobilitare l’esercito per sfollare le persone che erano rimaste intrappolate nelle case dopo l’alluvione, non c’erano soldati sufficienti per affrontare e risolvere il problema. Ma credo che le sue responsabilità vadano circoscritte sul breve periodo. Perché?
Perché è da almeno un ventennio che negli Stati Uniti si tagliano i fondi per l’assistenza pubblica, si riducono le tasse a danno della popolazione meno abbiente. Quando il sindaco di New Orleans ha ordinato l’evacuazione della città, si è scoperto che la maggioranza della popolazione non solo non aveva una macchina per fuggire, ma non poteva nemmeno permettersi di uscire dalla città. Sul lungo periodo credo che le responsabilità di quanto è accaduto a New Orleans vadano distribuite ugualmente tra quattro presidenti diversi. Il taglio ai fondi pubblici incide dunque anche sulle politiche della sicurezza?
Sicuramente non favorisce i compito del dipartimento della sicurezza nazionale creato appositamente dopo l’11 settembre. Fu allora che venne deciso di spostare la protezione civile all’interno di questo dipartimento che ha il compito di proteggere il territorio nazionale da attacchi terroristici. Il problema è che con il diminuire delle entrate pubbliche, e con la guerra in Iraq, il coordinamento tra protezione civile e Guardia Nazionale non ha funziona. Con il taglio delle tasse e con i giganteschi investimenti nella guerra a New Orleans non è stato possibile affrontare gli investimenti necessari per quelle opere di ingegneria richieste da almeno dieci anni e per impedire l’esondazione del Mississipi. Il reverendo Jackson ha accusato il governo di avere ritardato i soccorsi perché la maggioranza della popolazione di New Orleans è nera. Lei pensa che sia un’accusa reale? Non penso che questo governo sia direttamente responsabile della povertà in cui gli abitanti di New Orleans si trovano. Certo, Bush quest’anno ha fatto delle lunghe vacanze nel suo ranch in Texas. I suoi tempi di reazione sono stati incredibilmente lenti. Anche dal punto di vista personale il presidente ha mostrato molti limiti. Non si può dire certo che sia come Clinton che ha sempre la parola giusta adatta alla situazione che deve affrontare. Ma è falso accusare Bush direttamente di razzismo. Preferisco parlare di un razzismo istituzionale che penso nasca da anni di politiche pubbliche. Negli Stati Uniti i poveri non votano. Sono dimenticati soprattutto dalle amministrazioni repubblicane. Lo ha detto anche il sindaco di New Orleans che è un nero e un democratico. Il fallimento dei soccorsi in Louisiana sia un cattivo presagio sulla capacità di reagire ad un altro attacco terroristico? Potrebbe essere proprio così. Ma credo che il governo reagirebbe con più efficacia se l’attacco fosse portato a Whashington o in quelle città dove vive la parte più ricca della popolazione. E’ ovvio tuttavia che, come per l’11 settembre, anche tre settimane fa c’è stata una carenza di coordinamento tra il livello federale e quello statale. Ma quello che abbiamo visto è stato, se è possibile, ancora peggiore. Gli Stati Uniti sono oggi un paese meno sicuro di un mese fa? Dal punto di vista della sicurezza interna credo che, nonostante i problemi economici, gli Stati Uniti siano protetti a sufficienza dal terrorismo per la loro posizione geografica. I due paesi confinanti, il Messico, ma soprattutto il Canada, non hanno delle comunità musulmane numerose. Nelle comunità iraniane che vivono in America sin dal tempo dello Scià non sono risentono della predicazione islamista radicale. E’ una situazione molto diversa rispetto a quella inglese dove le comunità pachistane e cingalesi devono affrontare seriamente i contraccolpi sociali degli attacchi terroristici. Per quanto riguarda la politica estera? Rispetto a quanto avevo previsto in Incoherent Empire [tradotto in italiano da Piemme con il titolo L’Impero impotente, n.d.r.], la guerra in Iraq va male ed è destinata a peggiorare. Pensare che le elezioni democratiche di fine anno consentiranno di migliorare la situazione è una pericolosa illusione. Nel mio nuovo libro Il lato oscuro della democrazia ho dimostrato che ogni volta che in un paese in cui c’è più di un’etnia una potenza occupante cerca di imporre dall’esterno delle elezioni il risultato è stato quello di dividere la popolazione e di moltiplicare i conflitti etnici presenti. In questi casi le elezioni diventano lo strumento con il quale la maggioranza etnica della popolazione, in Iraq sono gli sciiti, domina la minoranza, cioè i sunniti. Il gruppo oppresso identifica quello dominante come una nazione imperialista sfruttatrice e si considera una vittima (come hanno fatto gli hutu in Ruanda). La maggioranza vede invece nel proprio dominio imperiale la creazione di una nuova civiltà democratica. Il risultato, almeno nei casi del Ruanda o della Bosnia che ho studiato in questo libro, è stato quello di terribili guerre civili che si sono trasformate in genocidi. Pensa che la guerra civile irachena durerà anche dopo la fine dell’occupazione americana? Qualcuno mi criticherà dicendo che senza l’esercito americano la guerra civile continuerà ancora a lungo, ma ritengo che una delle ragioni di questa guerra civile sia proprio la presenza dello straniero in Iraq. Alcuni rapporti del Dipartimento della Difesa e della Cia hanno rivelato che la maggioranza dei terroristi suicidi sono iracheni. Questo dimostra l’esistenza di un coordinamento efficace tra i gruppi islamici radicali di Al Zarqawi e quei gruppi più laici. La saldatura tra gruppi diversi è uno degli effetti dell’invasione. Il guaio è che è difficilissimo per qualsiasi politico americano ammettere che quella in Iraq è una sconfitta. E’ difficile pensare che dopo il passaggio di consegna al nuovo governo iracheno, i sanniti smetteranno di credere che gli sciiti siano dei clienti degli Stati Uniti. Ci saranno probabilmente delle trattative tra le parti, ma nessuno sa dire oggi se la guerra civile continuerà anche dopo la fine della nostra occupazione Anche la democrazia che si vuole costruire in Iraq corre gli stessi pericoli? In una democrazia il governo viene legittimato dal consenso del popolo, ma questo diventa più difficile quando, come in Iraq, ci sono due o tre gruppi etnici che rivendicano la sovranità su un territorio. Nelle democrazie in formazione, in cui forte è il richiamo alle origini dell’ethnos più che a quelle del demos, le elezioni diventano spesso occasioni di conflitti che non sono politici ma etnici. Le democrazie occidentali non sono estranee alle guerre etniche. Le hanno provocate durante il loro periodo coloniale nel XIX secolo. Più i colonizzatori bianchi facevano leva sul loro potere nelle colonie, più è stata drammatico il conflitto interetnico. A parte il caso più grave del Novecento, l’Olocausto, quello che mi colpisce è che i perpetratori delle pulizie etniche s’ispirano a ideali politici democratici. Questi massacri non vengono commessi da alieni o da singoli pazzi criminali, ma fanno parte della nostra civiltà, soprattutto quando sono ancora deboli e non garantiscono a sufficienza le minoranze. |
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