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![]() La jihad di un bullo di periferiaUltima modifica: giovedì 2 marzo 2006 Intervista all'economista italiana Loretta Napoleoni. Al-Zarqawi e il mito della jihad globale. Come Al Qaeda è scomparsa per dare vita all' "alqaedismo" Roberto Ciccarelli
La prima volta che abbiano sentito parlare di lui è stato il 5 febbraio 2003, al consiglio delle Nazioni Unite, quando l’ex Segretario di Stato americano Colin Powell ha detto: “Oggi in Iraq agisce una micidiale rete terroristica comandata da Abu Mussab al-Zarqawi, luogotenente di bin Laden”. Con queste parole Powell voleva dimostrare al mondo collegato in diretta televisiva il legame tra Al Qaeda e il regime di Saddam Hussein. Poco dopo la fine della guerra, quell’informazione si rivelò falsa, ma in compenso diede vita alla nuova icona dell’islamismo globale. Proprio come Mao per i peruviani di Sendero Luminoso negli anni Settanta e Ottanta, dal 2003 Al-Zarqawi è diventato il mito vivente che unisce in un solo uomo le storie di centinaia di uomini ( e di donne) impegnati nella guerra irachena. A Roma per presentare il suo nuovo libro Al-Zarqawi. Storia e mito di un proletario giordano (Marco Tropea Editore, pp. 255, €16,50), Loretta Napoleoni ci ha raccontato, distinguendo tra realtà e finzione, tra propaganda e mitologia, la trasformazione di un “bullo di periferia” nella più grande coproduzione di successo tra il governo statunitense e il movimento globale della jihad. “Ahmed Fadel al-Khalaylah è nato a Zarqa, in Giordania, in un quartiere dove i valori tradizionali si mescolano alla cultura consumista – esordisce l’economista italiana che vive a Londra da ormai vent’anni - Ahmed finisce in carcere giovanissimo per reati comuni e lì riceve il primo indottrinamento al salafismo radicale”. All’uscita dal carcere cerca un riscatto sociale e lo trova nell’internazionalismo fondamentalista islamico. “Arriva in Afghanistan, poi si sposta in Pakistan – ha raccontato Napoleoni – per poi essere arrestato di nuovo in Giordania. Cinque anni di torture lo hanno trasformato in un rivoluzionario di professione. Il suo obiettivo è quello di instaurare in Iraq il Califfato, un regime teocratico improntato ai rigidi dettami del salafismo radicale e alla supremazia dei sunniti sugli sciiti che in Iraq sono la maggioranza della popolazione”. Loretta Napoleoni si occupa da almeno dieci anni di economia del terrorismo. Un master negli Stati uniti sulle economie dei paesi sovietici, un lavoro alla Banca d’Ungheria e poi alla Moscow Rodney Bank, “una banca molto famosa perché è stata la prima a riciclare i petrodollari” ricorda oggi Napoleoni, e poi l’interesse per il terrorismo con il suo libro Terrorismo S.p.A. (Marco Tropea). “Nel 1992 – ha ricordato Napoleoni – ho incontrato Mario Moretti, uno dei capi delle Brigate Rosse. Intervistandolo ho avuto una strana impressione: mi è sembrato un uomo intelligentissimo, ma che si comporta come un manager. La mia professione mi aveva portato a lavorare con i banchieri. In quel momento ho capito che anche il terrorismo aveva un’economia specifica”. Nel 1994 Loretta Napoleoni ha tradotto per Feltrinelli il libro di Paul Gilbert. Il dilemma del terrorismo, mentre portava a termine alla London School of Economics un dottorato sulla metamorfosi del potere giudiziario rispetto al terrorismo con uno studio sulla vicenda giuridica delle Brigate Rosse. Cosa ha spinto un’economista come lei a scrivere una biografia su Al-Zarqawi? “Conoscere da vicino la vita di questo personaggio – ha precisato Napoleoni - ci permette di capire molte cose in più rispetto ad uno studio accademico”. Ad esempio? “Il parallelo tra l’azione di Al-Zarqawi e quella dei vecchi gruppi terroristi, ad esempio le Brigate Rosse”. Sul piano organizzativo, quali sono allora le differenze? “Mentre negli anni Settanta – ha argomentato Napoleoni - si doveva fare parte necessariamente di un gruppo largo, oggi invece l’organizzazione dei gruppi, in genere molto piccoli, e viene condotta attraverso internet. Ciò rende in pratica impossibile controllare i loro movimenti. Quello che è successo a Londra, dove un gruppo di origine pakistana, insieme ad un giamaicano convertito alla causa dell’Islam fondamentalista, hanno deciso di compiere un attacco terrorista dopo una frequentazione in una delle moschee radicali della città. A livello logistico e strutturale tutto questo sarebbe stato impossibile negli anni Settanta. Oggi è molto più facile trovare gli esplosivi e le armi senza ricorrere ai contatti con il mondo del traffico illegale e ciò rende l’organizzazione degli attacchi più semplice, direi quasi artigianale. La globalizzazione oggi permette una libertà di movimento alle persone, ma anche alle risorse finanziarie sconosciute solo venti anni fa. Prima c’era un mondo fatto di dogane, di controlli alle frontiere, di divieti di esportare la valuta nazionale all’estero, insomma un mondo blindato che rendeva anche l’organizzazione dei gruppi terroristici molto difficile, prerogativa di veri e propri professionisti della cospirazione e dell’organizzazione clandestina”. Ma che cosa non ha funzionato in Europa? “In un Consiglio Europeo era stato deciso di agire – ha raccontato Napoleoni - ma l’opposizione inglese ha bloccato tutto. Ricordo che Gordon Brown, il cancelliere dello Scacchiere, si presentò al vertice e si oppose all’abolizione dei paradisi fiscali in Europa. Lo fece anche per difendere la sovranità monetaria inglese, pur sapendo che Londra era la piazza finanziaria dove circolavano i fondi che finanziano i gruppi terroristici. Ma questo è ormai un problema che non esiste più”. Nel senso che non esistono più le reti terroristiche di qualche anno fa o perché queste reti si sono trasformate? “Sì – ha risposto Napoleoni - in effetti sono molto cambiate. Le azioni terroristiche a Madrid nel 2004 e a Londra nel luglio scorso non sono costate più di qualche migliaia di euro. A me inoltre risulta che i canali finanziari dei gruppi iracheni non passano più attraverso l’Europa o gli Stati Uniti, ma viaggiano con i corrieri che attraversano il deserto tra l’Arabia Saudita e l’Iraq. I gruppi che agiscono laggiù hanno un fabbisogno settimanale di appena 200 mila dollari, mentre il mercato nero offre uno stinger a cinquanta dollari. Rispetto al 2001 oggi non c’è più bisogno di finanziare cellule in sonno come quelle americane che hanno organizzato gli attentati dell’11 settembre. Gli aspiranti “uomini bomba” si muovono singolarmente attraverso canali molto economici, finanziati da circuiti locali ricavati dai network delle moschee radicali e i luoghi informali di culto che sono molto diffusi in Europa”. In Italia la vicenda giudiziaria di un sospetto terrorista, il marocchino Mohammed Daki, ha sollevato molte polemiche. Prima assolto dal Gip milanese Clementina Forleo dall’accusa di appartenere alla rete di Ansar al-Islam e poi espulso dal ministero dell’Interno per motivi legati alla “sicurezza nazionale”. A lei risulta che in Italia esistano reti terroriste? “Ansar al-Islam contava su alcune basi nel nostro Paese. Si è molto indagato sul mullah Fouad, nato Mohammed Majid, un curdo iracheno soprannominato il “gatekeeper”, il guardiano del gruppo. Fino al 2003, Fouad aveva il compito di reclutare aspiranti suicidi a Parma. Secondo Jean-Louis Bruguière, un magistrato francese specializzato in questo tipo di indagini, Fouad ha inviato decine di persone dall’Europa per sacrificarsi in Iraq”. Che cosa fece Fouad dopo la fuga dall’Italia? “Andò in Siria dove esiste un gruppo che lavora per finanziare Al-Zarqawi – ha continuato Napoleoni - La pista siriana è molto importante per capire i suoi movimenti. Ne fanno parte persone che hanno lasciato la Siria nel 1982 quando il regime si scontrò con la Fratellanza musulmana. A capo di questo gruppo c’è Abu al-Ghadia, membro della shura o “alto consiglio” di Al-Zarqawi, il responsabile del reclutamento dei palestinesi, dei giordani e dei siriani che vanno a farsi esplodere in Iraq. Abu al-Ghadia è stato inserito nel 2005 dagli Stati Uniti nella lista Onu dei finanziatori del terrorismo. Secondo John Snow, segretario del Tesoro, fornisce alla rete di Al-Zarqawi fino a dodicimila dollari al mese”. Un’altra tesi del libro di Loretta Napoleoni è quella, sorprendente, che la rete di Al Qaeda non esiste più. Oggi si deve parlare di “alqaedismo”, dell’uso diffuso del logo inventato da Osama Bin Laden da parte di un’infinità di gruppi che non hanno più alcun rapporto con l’élite qaedista della prima generazione composta dai figli degli sceicchi o da intellettuali come Al Zawahiri, il medico egiziano che rappresenta in quel gruppo l’anello di congiunzione con l’esperienza dei Fratelli Musulmani, il nucleo fondatore dell’ideologia dell’islamismo radicale ideato da Hasan al-Bann, insieme allo scrittore egiziano Sayyd. Si può parlare allora di una vittoria, sia pur parziale, della lotta contro il terrorismo? “Non credo – ha risposto Napoleoni - La rete di Al-Qaeda non esiste più. Non perché l’Occidente sia riuscito a sconfiggerla, ma perché la rete che ha sostenuto le sue attività a livello transnazionale si è disintegrata dopo la guerra in Afghanistan. L’“alqaedismo”, di cui Al-Zarqawi rappresenta l’icona vivente, è una sintesi tra la jihad, la controcrociata che i musulmani muovono contro gli “infedeli” e la fitna, la guerra interreligiosa, in particolare tra i sunniti e gli sciiti. Al-Zarqawi ha risolto il dilemma del movimento jihadista dopo l’11 settembre. Il suo “alqaedismo” coniuga un duplice obiettivo e la fusione di due interpretazioni della jihad: colpire gli sciiti di Moqtada al-Sadr e dell’ayatollah Ali al-Sistani che hanno vinto le elezioni in Iraq e continuare la guerra contro le forze di occupazione. Bin Laden, invece, non ha mai parlato di azioni armate contro i musulmani. I suoi avversari sono sempre state le potenze occidentali”. Infine un’opinione sulla tragedia dei kamikaze. A parte l’Italia, e la Spagna, dalla quale veniva uno dei kamikaze che parteciparono alla strage di Nassyria, quali sono i paesi europei in cui si reclutano aspiranti “bombe umane”? “Il Belgio è senz’altro uno di questi – ha terminato Napoleoni - Muriel Degauque, una donna di Charleroi di 38 anni, convertita all’Islam e sposata con un marocchino naturalizzato belga, si è fatta saltare l’ottobre scorso contro una pattuglia americana. Per i belgi è stato uno choc. Una donna dalla vita insospettabile, indottrinata nelle moschee, che uccide in nome di una guerra lontana. Quello che è più inquietante è l’uso delle donne come kamikaze è una pratica sperimentata anche in Cecenia. Come gli uomini, anche loro sono armi che non costano nulla, o quasi”. |
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