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Quando è scomparsa la rude razza pagana

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Intervista a Mario Tronti. Dopo la lotta dei metalmeccanici sul nuovo contratto si è tornato a parlare di classe operaia. Tronti è stato uno dei suoi principali teorici. "Il destino di questa classe, che aveva prodotto anche cultura e teoria, mi pare segnato da tempo”.

Antonio Gnoli*

Tra gli operaisti Mario Tronti ha ricoperto un ruolo di primo piano. Il suo libro più famoso, Operai e capitale, ha segnato i tempi di una stagione teorica, quella che dalla seconda metà degli anni Sessanta arriva fino alla fine degli anni Settanta. Oggi che cosa pensa Tronti della classe operaia, di quella “rude razza pagana” che a un certo punto delle nostre esistenze sembrò l’architrave della politica italiana? “La vicenda dei metalmeccanici, il contratto appena chiuso, le lotte dure che hanno accompagnato la sofferta trattativa ha bucato l’immaginario giornalistico. E la cosa non accadeva da tempo. Ma il destino di questa classe, che aveva prodotto anche cultura e teoria, mi pare segnato da tempo”.

Segnato in quale direzione?

C’è stato un passaggio, che a me pare irreversibile, dalla centralità alla marginalità operaia. Ed è un movimento che ha motivazioni economiche, sociologiche, politiche e che sta dentro il tempo stretto in cui viviamo.

Tutte ragioni serie

Indubbiamente. Non c’è stato un disegno di occultamento della presenza operaia. E l’attuale emergenza non credo preluda alla rinascita di questo soggetto. Richiama solo una storia che era stata dimenticata.

Dove comincia questa storia?

È una vicenda che parte da lontano, con la prima rivoluzione industriale e diventa dominante nel Novecento, con la grande economia capitalistica, le scienze esatte, il taylorismo. La classe operaia è stata una delle grandi narrazioni ideologiche del secolo scorso. Coglie il limite della narrazione? «Lo dico in senso positivo. Perché è stato un soggetto che ha creato motivazione, appartenenza, organizzazione.

Intende dire che quel soggetto è stato anche una specie di regolatore etico?

Preferirei parlare di regolatore politico. Nel senso che ha segnato la politica nel profondo. E solo in seguito a questo che si è creato, spontaneamente, anche un risultato etico.

Tornerei a insistere sull’idea di classe operaia come narrazione ideologica. Non trova che il difetto fosse proprio nella sua mitologizzazione?

Non dimentichi che la classe operaia è stata un grande soggetto realistico. E quando parlo di ideologia intendo qualcosa che non mascherava la realtà, ma la esprimeva. L’errore del movimento operaio, attraverso le forze partitiche, fu di caricare questa classe di valori universali. Si chiamavano gli operai a fare lotte che riguardavano le sorti dell'interesse generale.

Fu un argine alle derive conservatrici

Se è per questo fu anche al centro della lotta contro i totalitarismi.

Non ne sono sicurissimo. Però vorrei chiederle come giudica il libro di Ernst Jünger dedicato all’operaio?

È un testo al solito acuto, come lo sono i testi di Jünger, ma anche ambiguo. Egli cercò di analizzare la figura del lavoratore da un punto di vista opposto al marxismo che ne fece un modello sociale di riferimento. Tuttavia mi lascia perplesso l’idea jüngeriana che l’operaio, come una sorta di titano, fosse l’espressione della nuova era dominata dalla tecnica. E poi l’altro limite risiede secondo me nell’estetizzazione di questa figura della tecnica.

Un elemento estetizzante si può ricavare anche dal suo libro Operai e Capitale, non trova?

Più che una deriva estetizzante in quel libro c’era una deriva teoreticizzante. Insomma più Hegel che Nietzsche. Anche se una delle grandi invenzioni che rivendico all’opeaismo italiano è aver legato l’irruzione del soggetto operaio del Novecento alla grande esperienza della cultura della crisi.

Quello che allora si chiamò il “pensiero negativo”

Sì, un pensiero che era in polemica diretta con la presa storicista che c’era stata su questo soggetto.

Non ritiene che il tramonto della classe operaia si leghi anche a una certa crisi della modernità?

La classe operaia è un grande soggetto della modernità, il portato dei rapporti di produzione di un capitalismo avanzato con cui è entrata in conflitto. Però non si esaurisce tutta dentro la modernità. Tanto è vero che mentre il capitale è solo il grande soggetto dell’innovazione, la figura dell’operaio appartiene in parte anche alla tradizione. Nel suo corpo c’è tutta la lunga storia delle classi subalterne che nascono prima del moderno. La classe operaia non farà che portare a livello alto questa consapevolezza, rovesciando la subalternità in egemonia e dominio.

Non ha l’impressione che ci sia in queste parole un sentimento idolatrico?

Forse sì. Ma è buffo che un sentimento del genere scatti più oggi che ieri, quando quel tipo di realtà non ha altra chance se non un’atmosfera nostalgica creata da ciò che poteva essere e non è stato. Ma dopotutto non mi pare quello dell’idolatria il maggior peccato che si possa commettere oggi.

Nei fatti che cosa è stato quel soggetto?

Una specie di kathekon paolino. Occorre trattenere il passaggio dal moderno al postmoderno. Non arrestare lo sviluppo ma decelerarlo. Il soggetto operaio, prima di essere travolto dalla storia, è stato in grado di agire come freno.

Perché la sconfitta?

È mutato il contesto in cui la classe operaia agiva, è mutato il capitale contemporaneo. Io non credo che siano cadute le ragioni di una classe, ma di una storia e di un suo sviluppo, questo sì.

È un soggetto definitivamente tramontato?

Bisognerebbe riflettere sul mistero storico che ci sovrasta. Che cosa accade oltre l’Occidente? Che cosa significa il grandioso spostamento geopolitico che vede la storia andare dall’Atlantico al Pacifico? Che cosa succede quando enormi aggregazioni umane si svegliano? È possibile che al livello mondo il soggetto operaio possa nuovamente riemergere. Ma forse la storia sarà un’altra. E allora preferisco stare fermo sulla coscienza della sconfitta più che baloccarmi sui ritorni di fiamma. È un atteggiamento culturalmente più produttivo e forse più onesto. Anche se è molto amaro. Ma l’amarezza fa parte della nostra vita.

* LA REPUBBLICA 45 VENERDÌ 20 GENNAIO 2006 “D I A R I O”.