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La stretta mortale dell'imperatore

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Il secondo mandato presidenziale di George W. Bush. Cambio di strategia o trappola per la debole Europa? Un'intervista a Federico Romero su cosa è cambiato e cosa rimane alla svolta del decennio negli Stati Uniti d'America

Roberto Ciccarelli


George W. Bush è atterrato a Bruxelles con il profilo di un politico a tutto tondo. Grazie al buon successo elettorale dello scorso novembre si è messo alle spalle le ombre che si erano addensate su di lui dopo le elezioni del 2000. Da oggi proverà a coprire l’armatura del crociato della guerra giusta contro il terrorismo con i paramenti dell’imperatore magnanimo capace persino di perdonare l’opposizione degli alleati alla sua guerra contro l’Iraq nel 2003. A Federico Romero, docente di storia dell’America del Nord all’università di Firenze, abbiamo chiesto in che modo Bush riuscirà ad utilizzare il suo credito politico anche per modificare l’orientamento del barometro delle relazioni transatlantiche che in questi giorni sembra volgere verso un appeasement con la “vecchia” Europa, guerra preventiva contro Iran o Siria permettendo.

L’affermazione elettorale di Bush ha rivelato un’insospettabile vitalità politica, almeno agli occhi europei, del partito repubblicano. Si è capito che la sua vittoria non è dovuta soltanto agli eccessi teorici dei neocon, ma ad un progetto che salda il discorso sui valori patriottici e cristiani con quello sulla “società dei proprietari”. Professor Romero di cosa si tratta?

E’ l’idea di spostare per quanto possibile sugli individui la responsabilità non solo del proprio benessere ma anche della propria sicurezza economica futura, circoscrivendo progressivamente il ruolo assistenziale pubblico. Si vuole trasformare quindi i cittadini in investitori (per la propria pensione, per l’istruzione dei figli) più che in titolari di diritti sociali. Per i repubblicani è un valore ideale, ma anche un calcolo politico: i cittadini-investitori sarebbero presumibilmente più propensi a schierarsi elettoralmente con i difensori del mercato, e più lontani dalla cultura della solidarietà garantita dallo stato che è una delle caratteristiche dei democratici. Nella scorsa campagna elettorale questi temi non erano al centro dell’attenzione (lo stanno divenendo ora, con il progetto di parziale privatizzazione delle pensioni pubbliche) ma certo l’insistenza di Bush su una società di proprietari come estensione della libertà individuale è stato un tassello di quella sua immagine incentrata sulla difesa dei valori del paese che ne ha costruito la vittoria.

Per capire meglio la natura del consenso dei repubblicani si ricorre spesso all’alleanza che hanno stretto con le chiese evangeliche su campagne contro l'aborto, l'omosessualità, l'educazione multiculturale e la libertà sessuale, tutti costumi additati come nemici della famiglia tradizionale. A suo parere si tratta di un’alleanza duratura che disegna un blocco sociale organico?

Ho l’impressione che questa idea di un’egemonia conservatrice sia basata su una valutazione affrettata. Il successo elettorale dei repubblicani non si basa sul 60 per cento dei consensi, cosa che indurrebbe a temere l’esistenza di un vero e proprio blocco sociale, ma solo sul 51 per cento. La loro è stata una buona affermazione che mi sembra tuttavia più legata a ragioni contingenti. Voglio dire che quello dello scorso novembre non è il verdetto finale, ma è semmai la prova di un paese diviso a metà, in cui i repubblicani possono contare solo su una maggioranza risicata. La stessa idea che le chiese evangeliche formino un fronte unitario è imprecisa. Questo poteva essere vero negli anni Ottanta quando la Moral Majority raccoglieva milioni di aderenti e conduceva campagne contro l’aborto, l’omosessualità, e pensava lo stato nei termini della legge morale cristiana. Quella conservatrice non è un’egemonia stabile, riesce piuttosto a creare delle alleanze con i fondamentalisti cristiani su questioni specifiche ed è quindi vincolata ad un rapporto di scambio. Starà a Bush mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, in modo particolare il divieto dei matrimoni gay e la limitazione o la soppressione dell’aborto, ma anche direi sulla scelta dei nuovi giudici costituzionali. Aspetterei per lo meno le elezioni di mezzo termine del 2006 per parlare di un blocco sociale consolidato. Ci sono ancora delle questioni, una su tutte quella della povertà, che se affrontate con una buona mobilitazione potrebbe consentire ai democratici di spostare i consensi e convincere alcuni soggetti dello schieramento conservatore a votarli.

Se dunque non si può ancora parlare di un blocco sociale unico è forse possibile inquadrare l’alleanza tra i repubblicani e i fondamentalisti cristiani come il consolidamento di una reazione all’egemonia culturale dei movimenti dei diritti civili degli anni Sessanta che raccoglieva a sua volta l’eredità del New Deal: le leggi sul lavoro, lo stato sociale, la regolazione dell'industria di Stato?

Questo può essere il terreno sul quale è maturata la loro alleanza. Lo dimostra anche la capacità da parte dei repubblicani durante la campagna elettorale di mobilitare il risentimento di intere fasce non urbanizzate della popolazione contro i costumi liberali dei cittadini, soprattutto quelli che vivono negli stati sulle due coste. Una parte del successo di Bush sta nell’avere puntato sulla reazione populistica contro il cosmopolitismo delle élite democratiche e nell’avere creato un immaginario collettivo che evoca un attacco dei democratici contro i valori tradizionali americani, una rappresentazione che punta sulla divisione tra un’America sana e una decadente. In questa operazione ha avuto un certo peso l’uso dei media conservatori come la catena televisiva della Fox, ma anche quello delle radio locali che hanno una grande diffusione sul territorio nazionale. Ciò ha permesso a Bush di presentarsi come il campione dei valori e della morale cristiana guadagnandosi anche il consenso di una parte della gerarchia cattolica americana. Da parte dei repubblicani c’è tutta l’intenzione di rendere stabile questo consenso e di organizzare il nuovo elettorato. Ma anche qui sarei prudente e direi che Bush per il momento è riuscito a coagulare un consenso su alcune determinate questioni. Bisogna aspettare per capire se sarà in grado di soddisfare questo credito politico con la sua base elettorale.

I repubblicani possono oggi contare su una identità politica che appare ben delineata. All’opposto i democratici sembrano soffrirne la mancanza. Eppure, almeno fino alle elezioni del 2000, potevano contare su un consenso non effimero. E forse vero allora che sono rimasti vittime dei successi del clintonismo?

No, i successi di Clinton hanno fatto bene ai democratici. Prima del clintonismo la loro parabola discendente durava dagli anni Settanta. Negli anni in cui Reagan e poi Bush padre governavano, i democratici apparivano sempre più come il partito delle minoranze che non riusciva a parlare al centro. La vittoria di Clinton nel 1992 avvenne quasi per caso, ma furono gli otto anni successivi a rovesciare questa immagine del partito. Clinton seppe riposizionarsi al centro e parlare ai ceti medi urbani. Ciò consentì ai democratici di affermarsi stabilmente negli stati del Nord-Est, ma anche altrove. Resta il fatto tuttavia che si tratta di ceti medi che si differenziano per linee culturali tra cosmopoliti e tradizionalisti, senza dimenticare che rimangono tuttora divisi per dinamiche di reddito. Il partito poi è spezzato in almeno due parti: i New democrats che sostengono le virtù della globalizzazione, i sindacati che si mantengono su posizioni protezionistiche. Dopo Clinton i democratici continuano ad avere le carte in regola per parlare a questi ceti, ma il loro problema è di coagulare gruppi sociali assai frammentati. Lo si è visto durante la campagna elettorale in cui con Kerry hanno raggiunto un’unità effimera, durata il tempo tra le primarie e le elezioni, fondata soltanto sulla parola d’ordine Anyone but Bush, chiunque ma non Bush. Il partito ha mostrato molte difficoltà a fornire risposte unitarie. Molto dipenderà dalle prossime battaglie legislative e dalla scelta del candidato alla presidenza.

E’ stato detto che nel secondo mandato Bush lancerà segnali di pace verso la “vecchia” Europa. La recente visita del Segretario di stato Rice nelle principali cancellerie europee sembra andare in questa direzione. E’ cambiato il vento oppure nei prossimi quattro anni l’agenda sarà ancora dominata dalla teoria dell’esportazione della democrazia?

La nuova amministrazione Bush intende senz’altro proseguire nel suo progetto di una trasformazione in senso democratico dell’intera area Medio-orientale. Il tentativo di riavvicinamento con gli europei parte dalla considerazione che la fase traumatica della rottura con la comunità internazionale del 2003 è ormai alle spalle. Il dibattito oggi è sulla gestione e sull’incentivazione dei primi cenni di democratizzazione nell’intera area. Anche l’appoggio alla nuova leadership dell’Olp nel processo di pace con gli israeliani va in questa direzione. Bush pensa di poter ritrovare un certo consenso tra gli europei per iniziative in tal senso e ritiene che facendo la balia alla democrazia irachena, se così si può dire, possa favorirne la stabilizzazione. Il cambiamento non è di strategia ma di accenti, ed è legato alle trasformazioni messe in moto nell’area. Se e come queste avanzeranno, offrendo quindi un terreno su cui la collaborazione euro-americana possa progredire, dipenderà però anche dalle posizioni di chi si sente minacciato, la Siria e soprattutto l’Iran. E lì le dinamiche di conflitto, che possono aprirsi in qualsiasi momento, possono rendere di nuovo parecchio difficile il dialogo transatlantico.