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![]() L'inquietudine dell'Islam europeoUltima modifica: giovedì 2 marzo 2006 Un'intervista con la studiosa Farian Sabahi, autrice del libro «Islam: l'identità inquieta dell'Europa», un viaggio tra i musulmani del vecchio continente Roberto Ciccarelli
Dare l’opportunità ai musulmani europei di vivere la laicità dell’Europa. E’ l’invito di Farian Sabahi, docente alla Bocconi di Milano e al master in diritti umani a Siena, collaboratrice del Sole 24 ore e della Radio Svizzera, ospite abituale dell’Infedele di Gad Lerner su La7 e autrice di Islam:l’identità inquieta dell’Europa (Il Saggiatore, pp.327, €17,50), un viaggio a metà tra il reportage e l’analisi sui musulmani, di antica e di recente immigrazione, che vivono nel vecchio continente. “Questo libro è nato – racconta - da una collaborazione con la radio svizzera di lingua italiana. Ero l’unica giornalista della radio di origini musulmane e come tale potevo entrare nelle moschee. Mi hanno dato un budget davvero low cost, 500 euro a viaggio. Con me ho portato mio figlio, che oggi ha tre anni, insieme alla tata di diciannove. Mi sembrava di avere un figlio piccolo e una figlia grande. E’ stato un viaggio a dimensione umana e non da inviata”. Lei, Farian, che è figlia di un musulmano iraniano, che rapporto ha con i precetti della sua religione? “Mio padre non mi ha mai fatto mettere il velo. Né a me né a mia madre. Nemmeno alle mie zie iraniane che negli anni Settanta seguivano la moda italiana e francese e amavano le dive del cinema. Il velo era un lontano ricordo di famiglia: se lo metteva mia nonna per uscire, più per tradizione che per un obbligo sociale.” E oggi, quando viaggia in paesi in cui vige l’obbligo di indossare il velo? “Lo porto sempre in borsa, anche dove non è obbligatorio, come in Oman. Quando ho conosciuto il padre di mio figlio, un chirurgo romano che lavora in Yemen, lui mi ha chiesto di indossarlo in pubblico in segno di rispetto e io l’ho fatto senza problemi. Un episodio che mi ha fatto capire come gli italiani, più di altri, siano ossessionati dal velo. Il velo copre, nasconde qualcosa che chiede di essere scoperto. Esercita molto fascino.” Il velo sembra essere diventato da alcuni anni l’ossessione degli stati, come quello francese, che professano la laicità della vita pubblica e proibiscono, ricorrendo a leggi specifiche, l’esibizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici. “In Francia la comunità musulmana ha accettato questa legge per il “principio di necessità” – risponde Sabahi - arrivare ad un compromesso con lo Stato e favorire l’integrazione attraverso l’istruzione”. “In un certo senso – aggiunge – anch’io sono d’accordo con il sistema alla francese, nessuna ostentazione dei simboli religiosi e rispetto della laicità della vita pubblica”. Anche recentemente, in occasione della vicenda delle vignette satiriche, l’Islam europeo è stato usato a fini ideologici e politici per giustificare uno scontro di civiltà tra l’integralismo musulmano e la laicità europea. Lei ha intervistato Dalil Boubakeur, il rettore della Grande Moschea di Parigi, favorevole ad un Islam illuminato ispirato al dialogo e alla tolleranza, il quale pensa che in Europa sia in atto un conflitto contro l’integralismo islamico di diverse origini, dal wahhabismo ad altre correnti. E’ vero ma, a suo parere, come andrà a finire? “In Europa è solo una minoranza a riconoscersi nelle espressioni politicizzate e radicali dell’Islam – risponde Sabahi - un sondaggio ha dimostrato che l’80 per cento dei musulmani francesi non è praticante e una percentuale ancora inferiore frequenta le moschee. Questo dato non cancella tuttavia il sentimento di appartenenza identitaria e culturale all’Islam”. Sempre più spesso, infatti, si incontrano persone che, «come Iqbal, un ragazzo residente del Regno Unito che ho intervistato, sostengono: “io non sono praticante, ma sono un musulmano come tanti inglesi dalla pelle bianca che non vanno in Chiesa, ma che si riconoscono nella Chiesa d’Inghilterra”». Ma allora chi è il “musulmano europeo”? Da quanto le ha raccontato Tariq Ramadan, intellettuale ginevrino di grido, madrelingua francese e popolarissimo nelle comunità musulmane grazie alle cassette dei suoi discorsi che vanno a ruba, significa essere “un europeo di cultura e un musulmano di religione”, vivere senza contraddizioni le due identità perché ogni cultura ha un suo modo di leggere la religione. Sembra una definizione ragionevole, anche se nel suo libro Ramadan viene definito “ambiguo”. Perché? “Tariq Ramadan afferma che non c’è costrizione nella religione citando un verso coranico e poi sostiene che il velo è obbligatorio”. Un’ambiguità che, nel caso di suo fratello Hani, non sembra esistere affatto. Allontanato dall’insegnamento per avere sostenuto il valore della lapidazione delle donne colpevoli di adulterio, Hani Ramadan ha accusato le autorità di attentare alla sua libertà di espressione. “La sua vicenda dimostra che, come ha sostenuto Boubakeur, per rendere compatibili Islam e democrazia è necessario abrogare quei precetti coranici che discriminano la donna e i non musulmani. O almeno allontanarsi da un’interpretazione letterale delle Scritture”. Interpretazione molto diffusa, soprattutto tra i convertiti europei. “Durante un viaggio a Parigi – continua Sabahi - ho incontrato un’Italiana residente in Francia convertitasi all’Islam dopo aver sposato un tunisino. Mi ha domandato se avevo già fatto circoncidere il mio bambino. Le ho risposto che per me la circoncisione dei minori senza fini terapeutici è una mutilazione”. Mutuata dall’Ebraismo, nell’Islam la circoncisione maschile non è prescritta dal Corano ma dalla tradizione ed è praticata da tutti. Nell’Islam europeo, dalla Turchia alla Francia all’Italia, esistono invece donne istruite, giovani, che indossano il velo ma non rinunciano alla loro libertà e la considerano compatibile con la religione. Ma come è possibile – domandiamo – affrontare un conflitto che non sembra trovare una soluzione? «Direi di puntare sull’istruzione – risponde Sabahi – In occasione della pubblicazione di un rapporto sulle comunità musulmane in Svizzera, ho chiesto a Hani Ramadan di farmi conoscere una donna musulmana osservante. Lui mi ha presentato la sorella che mi ha ricevuta in casa sua con il velo integrale ». «Quando ha capito le mie origini musulmane mi ha aggredita perché non indossavo il velo. Io vestivo un tailleur-pantalone, un foulard attorno al collo che non mi copriva i capelli. Occupandomi di queste cose per il mio lavoro universitario, ho avuto la prontezza di riflessi di risponderle “Cara signora le donne non sono tenute a portare il velo anche in casa in assenza di uomini”». La sua esperienza di immigrazione è tuttavia diversa dalla maggioranza delle persone che ha intervistato. Suo padre, invece, è immigrato dall’Iran in Italia nel 1961 per studiare medicina a Bologna, veniva da un paese in cui la borghesia era ancora laica e secolarizzata. E questo le ha consentito di prendere le distanze da una lettura rigida del Corano. “Sì, infatti, l’esperienza di immigrazione di mio padre è molto diversa dalla maggioranza delle persone che ho incontrato. Io sono cresciuta in una famiglia dell’alta borghesia piemontese – racconta Sabahi - Il mio nonno italiano era un industriale, trattava con i sindacati e spesso indossava la tuta da operaio e andava a lavorare in fabbrica con i suoi operai”. “Ma non creda – continua – che il mio processo di integrazione sia stato facile”. L’estrazione sociale non ha evitato a Farian quella che il sociologo algerino Abdelmalek Sayad ha definito la “doppia assenza”: sentirsi nel posto sbagliato, spaesata, in Italia come nel paese di origine del padre. Questo perché la cittadinanza italiana Farian l’ha acquisita pochi mesi prima dei suoi diciotto anni, mentre sua madre l’ha persa per avere sposato uno straniero”. “Mia madre – ricorda – è stata privata per dieci anni del passaporto italiano e dei suoi diritti politici a causa della legge che all’epoca vigeva in Italia”. E il rapporto con suo padre? “Facevo parte di un reparto misto degli scout. Mio padre sosteneva che sua figlia non potesse passare la notte in una tenda in promiscuità con dei ragazzi. Mi veniva a prendere la sera, e tornavo al campo il mattino dopo. Se negli anni Settanta ci fosse stato in Italia un Tariq Ramadan che diceva: niente tenda per le ragazze musulmane, come oggi dice in Svizzera niente ora di piscina con i ragazzi, la mia vita sarebbe stata più complicata”. “Per questo dico di essere favorevole al modello francese d’integrazione: niente velo per le ragazze, la cosa più importante è l’istruzione, l’apprendimento della lingua, insomma una progressiva integrazione. Come ha detto il profeta in un celebre detto: “l’istruzione va cercata anche in Cina”. Una professione di laicità nei giorni in cui il Consiglio di Stato ha ribadito che il crocifisso deve rimanere nelle aule perché “è un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili”. Cosa ne pensa, Farian? “Io non voglio che mio figlio incontri docenti che vogliono fare proselitismo, né a favore dell’Islam né di Comunione e Liberazione. Quando sarà il momento lo manderò alla scuola francese di Torino perché non voglio il crocifisso in aula”. |
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