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La normalità del nemico

Ultima modifica: mercoledì 31 gennaio 2007

Il dibattito sull’opportunità di una norma contro chi nega l’Olocausto ha portato alla luce anche il paradosso della democrazia occidentale: preferire la regolazione del conflitto con un nemico attraverso il diritto penale e non con la politica. “Bisognerebbe – afferma Mario Tronti - trovare un modo in cui il riconoscimento del nemico non arriva fino al punto di farlo scomparire o, all’opposto, di eleggerlo a vero e proprio demonio”.

Roberto Ciccarelli

Con pene più lievi di quelle inizialmente previste, a due giorni dalla “giornata della memoria” del 27 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il disegno di legge che ripristina il “decreto Mancino” del 1993 e colpisce gli atti di discriminazione per motivi razziali, etnici o religiosi. Il governo è stato costretto a cancellare ogni riferimento esplicito al “negazionismo” dopo la reazione indignata dei 150 storici italiani che hanno sottoscritto una lettera avvertendo che “nessuna verità storica di Stato” è possibile. Le idee degli storici negazionisti potranno essere considerate reato solo se i magistrati riscontreranno in esse l’incitamento all’odio razziale. Le durissime pene annunciate (12 anni di carcere per chi nega la Shoah) sono state ridimensionate (4 anni), anche per evitare di alimentare la propaganda mediatica di cui teorici negazionisti come David Irving o Robert Faurisson si sono serviti per diffondere quelle che lo storico francese Pierre Vidal-Naquet definì “ipotesi clownesche” in un articolo su “Le Monde” di qualche anno fa.

Quella del ministro Mastella può essere stata un’imprudenza, che avrebbe tra l’altro regalato alle destre razziste e xenofobe il testimonial della libertà d’opinione perseguitata da uno Stato, ma ha espresso una certa tendenza che si sta affermando nelle democrazie occidentali. Sia che si tratti della memoria del colonialismo francese, della negazione dell’Olocausto che l’anno scorso ha portato in prigione David Irving in Austria, o infine della condanna dei sospetti di terrorismo negli Stati Uniti, le democrazie occidentali sembrano relegare alla materia penale la regolazione del conflitto politico con un nemico e la sua conseguente interpretazione storiografica.

E’ l’opinione di Mario Tronti, Presidente del Centro per la Riforma dello Stato, che vede da tempo nascere un paradosso nel dibattito politico e non solo in quello storiografico sul negazionismo. “Da un lato – afferma - si tende ad indebolire la categoria del nemico storico, per cui tutti parlano di avversario e non di nemico. L’avversario è infatti la declinazione democratica del conflitto. Dall’altra parte, non appena insorge un nemico che non si può considerare semplicemente un avversario, o che non si lascia ridurre a semplice avversario, allora si inizia a parlare di “nemico assoluto”. O si indebolisce la categoria di nemico, fino a farla scomparire, oppure la si assolutezza come una cosa contro la quale tutti i mezzi sono legittimi.

“Ecco – continua - bisognerebbe trovare un modo in cui il riconoscimento del nemico non arriva fino al punto di farlo scomparire o, all’opposto, di eleggerlo a vero e proprio demonio. Bisognerebbe adattarsi all’idea della normalità del nemico, che è poi la normalità del conflitto politico. L’assolutizzazione del nemico rischia di trasformare uno Stato democratico in uno Stato totalitario come ha fatto Bush dopo l’11 settembre con il terrorismo islamico. Chi invece si mette nell’ordine di idee di affrontare un conflitto con un nemico riesce a relativizzare questa categoria riuscendo in questo modo ad affrontarlo con la politica. Ma la normalizzazione del nemico è molto difficile in un tempo che è fin troppo un tempo normale.

Anche lo Stato francese ha provato ad affermare una verità storica per legge. In quel caso si trattava di una legge che affermava la positività della colonizzazione francese nell’Africa del Nord. Perché gli Stati democratici tendono ad intervenire nel dibattito storiografico in maniera così pesante?

Può esserci l’interesse a chiudere la ricerca storica e non ad aprirla. A chiuderla in senso sanzionatorio per non fare emergere un grande dibattito sul passato. Si ha la sensazione che una riflessione sul passato tragico del Novecento (la colonizzazione, l’Olocausto ad esempio) spaventa perché imporrebbe una forma di autocoscienza storica rischiando così di riaprire quelle pagine che dovrebbero invece rimanere chiuse. Io credo che questo passato non deve passare. Deve aiutare a mantenerci vigili sull’andamento della storia e ad allargare la stessa memoria. Oggi assistiamo ad una riduzione della memoria del Novecento ad una valutazione etica. Il pericolo che io vedo è quello della riduzione di questo secolo alla memoria tutta negativa, al ricordo di ciò che è avvenuto e non doveva avvenire. Credo invece che esista una memoria positiva del novecento, un secolo che accanto a grandi tragedie ha dato luogo a grandi eventi, a passaggi storici definitivi. La modernità che conosciamo si è infatti presentata con vari volti, uno dei quali è il tentativo di cambiare le cose in grande. Chi invece invoca una sanzione giuridica contro una certa interpretazione di questa storia delimita la portata della memoria e sposta il dibattito su un terreno improprio.

Eppure va sempre più diffondendosi un uso politico della verità storica stabilita per via giuridica. La Turchia, ad esempio, ha condannato per “attentato all’identità nazionale”il giornalista armeno Hrant Dink (poi ucciso da un fondamentalista) che era tornato a parlare del genocidio degli armeni. Perché la memoria storica è diventata uno strumento della lotta politica internazionale, oltre che di repressione delle minoranze interne?

Perché si è aperta una falla che non si riesce più a controllare. Il caso della Turchia è la prova che il negazionismo potrebbe pretendere una sanzione giuridica quando si instaura un potere politico che rilegge in un certo senso la storia nazionale. Basta vedere il modo in cui, in forma contrapposta a quella italiana, si arriva ad una sanzione come quella turca, per consigliare di non imbarcarsi in una simile avventura.

Condividi l’opinione dei 150 storici che hanno firmato un manifesto che ha preteso con successo dal governo di lasciare al dibattito storiografico il ruolo di stabilire la verità storica e allo Stato quello di punire soltanto i manifesti comportamenti criminali?

Hanno ragione tutti coloro che hanno riscontrato nel provvedimento prima annunciato, e poi ritirato dal governo, il sia pure lontano sospetto di una verità di Stato che scende dall’alto e si esprime in forme giuridiche. La libertà della ricerca è fondamentale. La verità sulla storia del Novecento è ancora tutta da indagare. Ci sono grandi responsabilità da condannare, quelle che hanno portato all’Olocausto ad esempio, ma queste responsabilità interrogano la coscienza civile di un paese. Quello della memoria è un tema al quale anche il Crs è molto sensibile non solo perché gestisce l’Archivio Ingrao che raccoglie le carte dell’ex Presidente della Camera, ma perché presto inizieremo a lavorare sulla memoria del movimento operaio. Quello della memoria e della politica sarà inoltre il tema della prossima assemblea triennale del nostro Centro.

Quale uso fare della storia oggi?

Un uso politico. E’ inevitabile. Di questo nessuno dovrebbe scandalizzarsi. La storia può essere letta a seconda dei punti di vista presenti nella società o nel potere. Diverso è invece l’uso pubblico della storia che deriva da una definizione degli eventi dettata dall’autorità politica. E’ questo che si dovrebbe evitare.