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![]() Un continente in crisi di legittimitàUltima modifica: giovedì 2 marzo 2006 Un intervista con il filosofo tedesco Peter Wagner. La crisi del percorso di unificazione politica dell'Europa dopo i risultati dei referendum in Francia e in Olanda che hanno bocciato la proposta di carta costituzionale e le ambiguità della sinistra. ROBERTO CICCARELLI
Eadesso che fare? Il rifiuto del trattato costituzionale europeo da parte dei francesi e degli olandesi ha aperto una crisi senza precedenti nella storia della costruzione comunitaria, ma non certo l'ultima nel rapporto tra i cittadini europei e le loro classi politiche. Per Peter Wagner, docente di teoria politica e sociale all'Istituto universitario europeo di Firenze, la Costituzione europea non è forse morta, ma è chiaro che il suo processo ha il piombo nelle ali. Per questo, ammette, «sarà forse necessario organizzare, alla fine delle altre ratifiche, un nucleo ristretto di Stati per ricominciare a fare politica a livello europeo». Ciò che oggi Wagner teme è «il rischio che la sinistra torni a rinazionalizzare le politiche sociali europee, mentre è necessario svilupparle a livello sovranazionale». Prima che il Consiglio Europeo prenda in considerazione la crisi aperta dalla Francia e dall'Olanda ci sarà l'effetto domino sulle altre ratifiche?
Questa possibilità esiste. I francesi e gli olandesi hanno dimostrato che è possibile dire no all'Europa. Da qui all'ottobre 2006 ce ne saranno probabilmente altri, forse anche più di cinque. In questo caso sarà impossibile adottare la costituzione. Le classi politiche europee sono cadute nella trappola della loro ipocrisia: non c'è stato infatti un vero dibattito sulla costituzione e farlo adesso è troppo tardi. Ciò ha dimostrato che il processo delle ratifiche sia per via parlamentare sia con i referendum non è stato organizzato in modo serio. Non c'è stato un vero dibattito europeo; due anni di un processo frammentato è un tempo troppo lungo per rendere il dibattito credibile. Eppure il dibattito è stato molto vivace in Francia. Tutti i giornali, per non parlare del web, hanno radiografato la Costituzione articolo dopo articolo....
La partecipazione al referendum è stata altissima, certamente superiore alle normali mobilitazioni per le elezioni del parlamento europeo. Ma si vede che è piuttosto la protesta e la contestazione che mobilitano e molto meno una politica europea in un senso più costruttivo. Quando la Costituzione era ancora un progetto, ed era ancora modificabile, era molto difficile organizzare un dibattito. Questo perché esiste una scissione storica tra la classe politica e la volontà popolare che risale almeno al rifiuto del patto di Maastricht da parte dell'Irlanda e quello dell'euro da parte della Danimarca. La bocciatura della costituzione deriva dunque dalla storica contraddizione tra i cittadini e quelle classi politiche?
E' uno dei problemi emersi dai referendum francese e olandese. Se riflettiamo sulla natura del processo di integrazione costituzionale in corso da tempo si possono individuare almeno due interpretazioni conflittuali: per le classi politiche europee esso obbedisce ad una logica di aggiustamento tecnocratico delle istituzioni dell'Unione Europea dopo l'allargamento a 25 paesi ed impone una razionalizzazione formale dei trattati. Ci sono altri, e io sono tra questi, che pensano che la costruzione europea sia un processo politico di lungo periodo che va oltre una trasformazione istituzionale e coinvolge necessariamente la trasformazione della vita sociale e culturale europea. Da dove nasce l'ipocrisia delle classi politiche?
Dall'uso strumentale di alcune questioni fondamentali come la difesa dello stato sociale a livello europeo. Se ripercorriamo il dibattito francese che ha preceduto il referendum del 29 maggio, la classe politica ha mostrato invece tutta la sua ipocrisia: ha dato per acquisito che esisteva un consenso sulla costituzione, ma allo stesso tempo ha evitato di mostrare tutti i rischi che questo processo coinvolge. Chirac ha riconosciuto la necessità di un welfare a livello europeo, ma fino ad oggi non ha mai fatto nulla per costruirlo. Pensava che sarebbe bastato presentarsi come il difensore della solidarietà in Europa, ma tutti sapevano che lo faceva per questioni interne. Anche la sinistra riconosce la mancanza di uno stato sociale a livello europeo, ma non ha presentato soluzioni capaci di convincere i suoi stessi elettori....
Sì, questo è il problema di tutta la sinistra europea. In Germania, ad esempio, i socialdemocratici rischiano di perdere le prossime elezioni perché non riescono a conservare un livello accettabile di garanzie sociali a livello nazionale. La vera questione oggi è come difendere lo stato sociale a livello sovranazionale in un mondo globale che non permette più soluzioni locali. La sinistra europea, come quella francese che si è schierata sia per il Sì sia per il No, invece, non vede il problema e non indica nemmeno la strada per dare all'Europa una politica sociale comune. Ma io voglio essere ottimista e preferisco dire che, nonostante queste due bocciature siano una sconfitta per l'Europa sociale, penso che abbiano comunque rivelato l'esistenza di un processo politico in atto. Oggi abbiamo capito qual è il vero obiettivo della politica europea: la necessità di coniugare a livello continentale la politica economica a quella sociale. L'Europa sociale deve essere considerata parte integrante del processo di elaborazione dei nuovi fondamenti costituzionali. Serge July, il direttore di «Libération», sostiene che quella del no è una vittoria di Pirro perché la sinistra non potrà cambiare la parte più liberista della Costituzione. Secondo lei dopo il no sarà impossibile usarla come cassetta degli attrezzi per socializzare l'Europa?
Condivido l'analisi di July. Non è un caso che gli inglesi, storicamente favorevoli ad un'idea di Unione Europea come un grande mercato, rimproverino al Trattato costituzionale di avere ancora troppi contenuti sociali. Su questo terreno la Costituzione è ambigua perché non risolve la contraddizione tra i diritti sociali e le necessità del mercato, ma rimane lo strumento per garantire la sicurezza sociale che i suoi popoli richiedono. Per quanto riguarda la sinistra socialista che ha votato no, vive nell'illusione che si possa tornare a politiche sociali a livello nazionale, come quelle che François Mitterand fece durante il suo primo mandato presidenziale. Questa sinistra ignora che, se questo è possibile, lo è solo a livello europeo. L'unico risultato che hanno ottenuto è stato quello di fare a pezzi il partito che oggi non è più in grado di esprimere una posizione unitaria - e forse in generale hanno compromesso il dibattito su questo punto centrale nella sinistra. Cosa pensa della «sinistra radicale» che si è opposta alla costituzione?
E' ormai difficile superare il loro scetticismo per cui l'Europa rimarrà sempre liberista. Nella loro gioia per la vittoria del no, come in quella di Bertinotti in Italia, vedo l'assenza di un progetto strategico a lungo termine sull'Europa, ma anche il rischio di una rinazionalizzazione della politica europea. Il no di sinistra rifiuta un'europeizzazione senza strategia, quella liberista che abbiamo conosciuto sino a pochi anni fa, ma ha il grande limite di non proporre alcuna strategia alternativa. Oggi il problema è capire se si può affrontare a livello continentale la trasformazione del modello sociale. Quelli del no dicono di difendere quello che abbiamo per evitare i rischi che derivano dal mercato, ma io sono convinto che da questa proposta non nascerà nulla di nuovo. Anche la sinistra, come i conservatori, guarda all'Europa solo in funzione del guadagno di qualche punto percentuale nelle battaglie elettorali nazionali. Se la sinistra non cambia atteggiamento c'è il rischio che l'Europa politica non esista più. E allora il neoliberismo sarà l'unico vincitore. A leggere l'editoriale del neocon Bill Kristol sul Weekly Standard sarà George Bush a gioire di questa sconfitta della «Vecchia Europa». Lei crede che questa costituzione potrà comunque garantire all'Ue il ruolo di alternativa al potere degli Stati Uniti?
E' troppo presto per dare una valutazione di questo tipo, ma era chiaro sin dall'allargamento dell'Europa a 25 paesi che ci sarebbero state delle difficoltà ad organizzarsi per limitare l'egemonia degli Stati uniti. Ciò sarà possibile solo quando l'Europa rimedierà alla scissione tra il livello nazionale e quello europeo nella difesa del sistema sociale che rimane uno dei punti distintivi rispetto alla società americana. Ma questo dipende dal modo in cui la sinistra saprà esercitare e dunque costruire una sua egemonia in Europa. L'Europa futuraRicercatore cosmopolita, Peter Wagner ha lavorato all'«Istituto universitario europeo» di Warwick in Inghilterra, ma anche al «Wissenschaftszentrum für Sozialforschung» di Berlino e all'«Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales» di Parigi. Tra le sue pubblicazioni ci sono studi e contributi sulla cultura politica europea. In Italia ha curato, insieme a Toni Negri e Heidrun Friese, il libro Europa politica. Ragioni di una necessità (manifestolibri). |
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