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La carriera dell'UranioUltima modifica: giovedì 20 aprile 2006 Londra-Roma-New York. Storia dell'intrigo internazionale che ha portato alla guerra contro Saddam Hussein Londra10 aprile 2002, Camera dei Comuni, Londra. Il primo ministro Tony Blair afferma per la prima volta che il regime iracheno è in possesso di armi di distruzione di massa: “E’ una minaccia per il suo popolo e per la regione e, se gli verrà permesso di sviluppare quelle armi, sarà una minaccia anche per noi”. Qualche mese dopo, per non lasciare cadere la provocazione, il colpo di teatro. 24 settembre, i servizi segreti britannici esibiscono le prove: l’Iraq può colpire chiunque in 45 minuti con armi chimiche e batteriologiche, “e sta attivamente cercando di acquisire una dotazione di armi nucleari”. Un dossier di 50 pagine basato anche sulle prove inconfutabili raccolte nel 1998 dagli ispettori di Richard Butler, di cui Blix scrive delle sue note frequentazioni con la Cia. “Sfido chiunque sulla base di queste prove a dire che è una richiesta irragionevole [l’intervento militare contro l’Iraq] da fare alla comunità internazionale”, concluse Blair (1). Stavano preparando il patibolo, mentre si cercava ancora di fare adottare all’Onu una risoluzione, la “1441” dell’8 novembre 2002, che imponeva all’Iraq un regime coercitivo di ispezioni alla ricerca delle armi, oltre che una serie di umilianti concessioni della sua sovranità, per dare una facciata legale a quella che sarebbe diventata la più grande covert action orchestrata dai servizi segreti inglesi dai tempi del Quarto Protocollo di John Le Carrè. La nuova risoluzione 1441 era per gli iracheni difficile da accettare, anche se non tardarono a collaborare. “Quando ricevetti la bozza i miei pochi capelli si drizzarono. Sembrava più un documento del Dipartimento della Difesa americano”, scrive Blix. “Gli iracheni dovevano avere la pazienza sulla sedia del dentista. Aprire felicemente la bocca e convincersi che non fa male”. Ma la cura faceva male, eccome, e gli iracheni non resistettero a lungo su quella sedia delle torture. Il ministro della Cultura Yousif Hummadi articolò la prima reazione, aprendo un baratro: “E’ un complotto sionista ai danni dell’Iraq”. La grossolanità della reazione dice molto degli iracheni, quasi vittime predestinate del complotto anglo-americano. Rivolgendosi a Blix, Hummadi gli diede dello spione, delegittimando l’ultima, e forse già sfumata, possibilità di impedire una guerra certamente mortale per il regime (2). Ma la nostra storia non si svolge solo al tavolo delle improbabili trattative tra la Unmovic e i baffuti gerarchi col basco nero del regime iracheno. E’ molto più grande e coinvolge i media di mezzo mondo. La progressione del complotto è vertiginosa, un batti e ribatti transatlantico tra Downing Street e la Casa Bianca, con una sosta a Roma, con dichiarazioni barocche, a dir poco fantasiose. 26 agosto 2002 il Vice Presidente americano Dick Cheney dichiara: “Il ritorno degli ispettori in Iraq non darà alcuna prova della condiscendenza di Saddam alla risoluzione Onu”. Tema parzialmente accantonato nel discorso del presidente Bush all’Assemblea Generale dell’Onu del 12 settembre successivo, alla ricerca di un consenso multilaterale: Saddam Hussein aveva giocato con l’Onu e i suoi ispettori al gatto col topo per anni, continuando a sviluppare il suo progetto di armi di distruzione di massa. Attenzione, fermiamo il rullo del film. Bush dice alla “comunità internazionale” che è certo che Saddam abbia quelle armi. Di questo non si discute, ed è da questa asserzione che nasce la risoluzione 1441, oltre che la gigantesca concentrazione di truppe americane (200.000) in Kuwait prima della fine delle ispezioni nel marzo 2003. Blair aveva già da tempo depositato il suo dossier sulla scrivania di Bush. Ed era quella la verità, nessuna discussione. Molti, commenta Blix, pensarono che il discorso di Bush intendesse esplorare il percorso multilaterale, ma era vero il contrario: Bush era andato all’Onu per ottener un alibi per giustificare l’azione militare già programmata da tempo. Una doppiezza molto ben orchestrata che avrebbe tenuto in scacco l’Onu e i suoi ispettori per alcuni mesi, prima della levata di scudi degli altri membri del consiglio permanente tra il febbraio e il marzo successivo. La guerra contro l’Iraq sarebbe stata unilaterale, ma il tentativo di coinvolgere l’Onu nella guerra contro lo “Stato canaglia” iracheno obbediva certamente ad un progetto di una sua delegittimazione, legato in primo luogo alla menzogna del dossier di Blair. Ma vediamola questa storia del dossier, anche per capire come la Ragion di Stato abbia sfidato i limiti della sua onnipotenza, avviando un’operazione di manipolazione della stampa senza precedenti. E’ stato il giornalista americano Seymour Hersh a rivelare come le prove dell’esistenza delle armi provengano dal bazar internazionale delle informazioni vendute e comprate dalle barbe finte dei paesi coinvolti nella guerra preventiva contro l’Iraq, a cominciare dall’Italia (3). Poco dopo l’11 Settembre 2001 la Cia ricevette un rapporto dal servizio segreto militare italiano, il Sismi, sulla visita ufficiale fatta nel febbraio 1999 in Niger e in altri tre Paesi africani dall’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede Wissam al-Zahawie. L’evento era stato segnalato dalla stampa locale e dalla AFP francese. L’ambasciatore americano, Charles O. Cecil, stese un rapporto di routine per Washington, così come i servizi britannici. A quel tempo il Niger, che aveva inviato alcune centinaia di uomini a sostegno della Prima Guerra del Golfo, stava cercando il sostegno economico degli Stati Uniti. Il rapporto del Sismi era una miscellanea di informazioni sulla lotta internazionale contro il terrorismo. La notizia per cui il viaggio di Zahawie era stato organizzato per acquistare dell’uranio era sepolta nel mezzo di altri dati. Il Niger ha esportato per decenni questo metallo conosciuto come il “yellowcake” e che può essere usato come carburante per i reattori nucleari, o essere convertito nell’uranio utile per costruire armi atomiche. In due anni e mezzo questo dossier italiano ha fatto il giro del mondo e non ha mai riscontrato eccessivo interesse. Il genere letterario è piuttosto inflazionato dopo il 2001 e i suoi cultori devono averlo considerato come letteratura secondaria. Tranne che per quella piccola, nascosta, informazione: se dimostrata avrebbe potuto costituire la prova che Saddam stava cercando di ricostruire il suo arsenale nucleare e smentire la Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (I.A.E.A.) che sosteneva tutt’altro. Sebbene il rapporto del Sismi non soddisfacesse le quinte colonne americane, che lo ritenevano amatoriale e inconsistente, il vice presidente Dick Cheney giudicò quel semplice sommario di allegati una traccia interessante. La I.A.E.A. era al corrente dell’esistenza dell’uranio nigeriano e lo aveva messo al sicuro quel materiale già durante gli anni 80. Fine della storia, ma non per Cheney che chiese alla Cia di ritornare sulla questione ancora una volta. Il 30 Gennaio 2002 la Cia affidava al Congresso un rapporto che sostiene che “Bagdad potrebbe cerca di acquistare materiale che potrebbero permetterle di ricostruire il suo programma nucleare”. Una settimana dopo, Colin Powell disse alla House International Relations Committee, “per quanto riguarda il programma nucleare, non c’è alcun dubbio che l’Iraq lo stia sviluppando”. Alla fine di Febbraio la Cia persuase l’ex ambasciatore Joseph Wilson a volare in Niger per verificare discretamente se in Niger ci fossero per davvero i saldi per l’uranio. Il viaggio durò otto giorni e non produsse nulla. Wilson apprese però un particolare che è stato successivamente dimenticato. In Niger, nessun accordo di vendita dell’uranio è valido se non ha la firma del Primo Ministro, del Ministro degli Esteri e del Ministro delle Miniere. Inoltre le ultime quantità di uranio erano state vendute ad aziende giapponesi ed europee. La carriera dell’uranio nigeriano raggiunse in ottobre il massimo fulgore nel bazar internazionale della verità. Un dossier di 22 pagine in francese ed inglese, carta intestata “Governo del Niger” o “Ambasciata del Niger”, arrivato nelle mani di Elisabetta Burba, giornalista del settimanale Panorama, da una fonte confidenziale. La storia aveva dell’incredibile, tanto più che era difficile spiegare la ragione della presenza di quei documenti in Italia. Fatte le dovute verifiche la Burba ammette che la sua fonte “non aveva ricevuto quei documenti dalla luna” come ha ammesso in un’intervista a Hersh. RomaDalla luna no, ma dal quartiere Prati di Roma, sede dell’ambasciata del Niger, forse sì. Capodanno 2001, l’ambasciata del Niger denuncia uno strano furto di documenti, timbri e carta intestata. E’ probabile che si tratti dello stesso materiale finito nelle mani della giornalista di Panorama. Anche perchè gli argomenti del dossier, una serie di lettere, sembrano essere gli stessi del rapporto del Sismi. Ma con un particolare in più: come dimostreranno gli esperti dell’ I.A.E.A., su quei documenti c’era la firma del ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Allele Habibou non più in carica dal 1989, mentre gli accordi Niger-Iraq sul traffico dell’uranio erano successivi. Anche la firma del presidente del Niger Tandja Mamadou era stata visibilmente falsificata. Nella ricostruzione di Hersh, il direttore di Panorama Carlo Rossella consigliò Elisabetta Burba di sottoporre il dossier all’ambasciata americana di Roma. Il 9 ottobre gli americani di Via Veneto avevano in mano una copia del dossier. Due ex agenti della Cia hanno poi rivelato a Hersh che l’ambasciata passò il dossier a Whashington e poi al Pentagono: “Tutti sapevano che erano completamente falsi – fino a quando non arrivarono al Pentagono dove furono creduti” (3). New YorkIl 7 Dicembre il governo iracheno fece pervenire a New York, sede delle Nazioni Unite, il rapporto di 12.000 pagine sui suoi armamenti in cui negava di detenere arsenali di armi di distruzione di massa. Pochi credettero ai reprobi, a cui non era concesso nemmeno l’onere della prova. Il 19 Dicembre, nel comunicato che respingeva il dossier iracheno, il Dipartimento di Stato poneva una domanda: “Perché il regime iracheno sta nascondendo l’accordo con il Niger?”. Il 28 gennaio 2003, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, il presidente Bush compie il passo finale: collega il dossier “italiano” a quello inglese. “Il governo britannico ha appreso che Saddam Hussein ha recentemente cercato di acquisire significative quantità di uranio dall’Africa”. C’è un po’ di confusione in queste parole, ma anche una bella verità, finalmente: il dossier “italiano” (entrato ufficialmente in possesso degli americani il 9 ottobre 2002) era stato già incluso in quello inglese del 24 settembre 2002, almeno per quanto riguarda la notizia principale: l’Iraq ha le armi, o almeno ci sta provando, quanto basta per dire che non ha rispettato la risoluzione 1441. Una spy-story dall’intreccio complicato, ma con un finale ormai noto. Gli americani e gli inglesi avevano delle fonti segrete sulle armi irachene e sembravano preferirle alle indagini condotte sul campo dagli ispettori Onu. Oggi sappiamo che erano informazioni false, provenienti da una tesi di dottorato malamente copiata dai servizi segreti inglesi: “Non sto dicendo che Blair e Bush parlavano in cattiva fede” conclude Blix “ma penso che sarebbe stato necessario ricorrere ad un pensiero critico per evitare affermazioni che hanno ingannato il pubblico”. Il tramonto del pensiero critico nella gestione dei conflitti internazionali, e della vocazione dei suoi fedeli servitori con valigetta diplomatica, è uno dei risultati della guerra americana contro il terrorismo e gli “Stati canaglia”. In questo dramma, l’eroe è anche la vittima principale della macchinazione ordita ai danni delle Nazioni Unite. La sua parzialità ci aiuta tuttavia a scoprire particolari significativi della verità. Si prenda ad esempio il discorso del Segretario di Stato Colin Powell al Consiglio di Sicurezza del 5 Febbraio 2003, quello in cui sosteneva che gli iracheni avevano costruito su alcuni camion laboratori di antrace, un vero capolavoro da avanspettacolo informatico: “Fu pronunciato” commenta Blix “con bravura da un uomo che aveva avuto nella sua carriera numerose occasioni di usare PowerPoint durante i briefing davanti ad un pubblico di militari”. Diversamente dal suo presidente nel discorso della settimana precedente, Powell non menzionò il Niger. In quei giorni, scrive Hersh, gli uomini della I.A.E.A. assediavano il dipartimento di Stato americano per ottenere le informazioni necessarie: “Dissi in un’intervista” scrive Blix “che alcune di queste agenzie sembravano essere come dei librai che sedevano sui loro libri e non volevano prestarli”. Le indagini non portarono a nulla e, anzi, la reticenza di Powell fece intendere che anche lui considerava false le prove. Blix racconta della sua ammirazione per Mohammed El Baradei, direttore della I.A.E.A., quando il 7 marzo 2003 disse che le prove portate dagli americani e degli inglesi al consiglio di sicurezza erano false. “Non sollevai nemmeno un sopracciglio, ma al momento mi dicevo essenzialmente questo: “Wow!”. Per molti mesi avevo trovato curioso che l’Iraq volesse cercare di acquistare uranio grezzo o yellowcake. L’uranio che si estrae e si concentra in uno yellowcake deve passare attraverso un processo chimico ed industriale molto complesso prima di diventare esplosivo per bombe nucleari. Con i loro mezzi di produzione distrutti, perché gli iracheni avrebbero cercato di comprarlo? Se fossero stati in grado un giorno di liberarsi delle sanzioni, avrebbero potuto estrarre l’uranio nel loro Paese, come avevano fatto prima della Guerra del Golfo. La storia dello yellowcake. Questa storia non reggeva all’esame del senso comune. Ma allora non era l’unica questione nell’affare Iraq che non andava d’accordo con il buon senso, anche se non ho mai dato voce ai miei dubbi” . La riservatezza di Blix infittisce il mistero. Temeva di essere spiato e diffamato. Lo ha confermato il 27 febbraio 2004 il vecchio capo degli ispettori, l’australiano Richard Butler, secondo il quale i servizi segreti di Stati Uniti, Inghilterra, Russia e Francia hanno intercettato le informazioni di Blix, oltre ad avere interferito con l’attività del Segretario Generale Kofi Annan. Le conclusioni della Unmovic, presentate il 7 Marzo 2003, confermarono ad ogni modo il clima di ostilità degli americani e degli inglesi contro Blix. Erano sostanzialmente quelle delle ispezioni dell’Unscom nel 1998: le armi non esistevano più sin dal 1991, quando il regime decise la loro distruzione, compresa quella dei documenti che ne avrebbero dimostrato l’esistenza. Furono confermate le rivelazioni del genero di Saddam Hussein, il generale Hussein Kamel, poi ucciso per tradimento, fatte nel 1995: l’Iraq aveva eliminato il suo programma nucleare, anche se rimanevano ancora dei dubbi su quelli chimici e biologici. Tutto inutile. La guerra era stata già decisa. Nel settembre 2003, con il discorso di Bush all’Assemblea Generale, la richiesta americana di una nuova risoluzione era ancora l’alibi multilaterale per giustificare l’intervento armato in nome dell’Onu. A fine Gennaio, niente più alibi. Gli anglo-americani avevano sancito l’inutilità delle ispezioni e con esse quella dell’Onu. Come in ogni tragedia, la terribile rivelazione della verità è compensata dal riconoscimento del valore dell’eroe perdente. A più di un anno di distanza dalla fine della guerra, infatti, Blix sostiene che le ispezioni hanno raggiunto paradossalmente il loro scopo: “L’assenza delle armi proibite è molto probabilmente il risultato dell’imposizione del regime delle ispezioni, sostenuto dalla pressione anglo-americana. L’Onu e il mondo erano riusciti a disarmare l’Iraq senza saperlo”. Note
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