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Esteri: un'Europa forte. Ma gli Usa?Ultima modifica: domenica 26 marzo 2006 Mattia Toaldo e Mattia Diletti
Sull'Europa l'Unione compie una scelta precisa, ma saprà condurre una politica estera diversa da quella, suicida, in voga oggi a Washington? Il programma dell'Unione non è certo un testo di agile lettura: solo sulla politica estera stiamo parlando di 28 pagine, scritte spesso in un linguaggio da addetti ai lavori con riferimenti a politiche e norme conosciute si e no da un migliaio di persone in tutto il paese. Detto ciò, dal punto di vista dei contenuti ci sono passi in avanti notevoli rispetto alle politiche dei passati governi di centrosinistra e anche rispetto alle molte incertezze dimostrate in questi ultimi anni. La parte sulla politica estera è divisa in due capitoli: quello sull'Europa dal titolo “Un paese protagonista del futuro europeo" e quello sui rapporti internazionali intitolato "Noi e gli altri”. La parte sull'Europa è la più coraggiosa e anche la più innovativa sul piano delle proposte concrete. Si delinea un'Unione più forte, dotata di una politica di difesa comune e un ministro degli esteri unico, un'Europa che lotta contro i paradisi fiscali, che garantisce al suo interno standard sociali omogenei, che si dota di un corpo di “caschi bianchi” che interviene come forza di interposizione civile e umanitaria nelle aree di crisi. Molto coraggiosa anche la parte sul ruolo dell'Ue nelle organizzazioni internazionali in cui si chiede non solo il seggio unico all'Onu ma anche l'unificazione delle quote dei paesi europei all'interno di Fmi e Banca Mondiale: una mossa che cambierebbe, e non di poco, gli equilibri mondiali. Insomma, niente male. Il problema, perchè c'è sempre un problema, è che questo programma fa poco i conti con la realtà:
La parte sulla politica internazionale sembra invece scritta col bilancino, attenta a non scontentare nessuno nel centrosinistra e vittima dell' “ossessione legalista” di cui fu vittima la coalizione già ai tempi dell'Iraq: non importa cosa si fa, l'importante è che ci sia un voto dell'Onu. La linea “legalista” si vede soprattutto nella parte che riguarda i possibili futuri interventi armati laddove si promette di attenersi all'articolo 11 della costituzione muovendosi solo per missioni di polizia internazionale, distinte dalla normale guerra in base a 3 criteri: il mandato del Consiglio di Sicurezza; una forza dell'Onu che sia veramente estranea alle parti in conflitto; un rapporto stretto tra mezzi messi in campo e fini da perseguire. Una formula che promette di replicare tutte le situazioni che si sono svolte nel passato: che succederà se ci sarà una nuova “emergenza umanitaria” sul modello di quella del Kosovo e il Consiglio di sicurezza dovesse rimanere bloccato dai veti? E sarebbero favorevoli i partiti del centrosinistra ad una guerra all'Iran se ci fosse un voto del palazzo di vetro? Sarebbero della stessa opinione anche se un intervento del genere corresse il rischio (piuttosto probabile) di un'escalation? E' lecito aspettarsi divisioni ed incertezze. Anche sull'Iraq, come già detto da più parti, la linea pecca di vaghezza. Si propone il ritiro “nei tempi e nei modi concordati con l'autorità irachena” e la successiva sostituzione con un “impegno” dell'Onu. E qui di nuovo i dubbi si sprecano:
Ma anche quando si esce dalla contingenza l'ossessione legalista non si placa e anzi le si affianca un'altra: quella della “governance multilaterale del mondo” e cioè l'idea che il pianeta possa essere governato da una serie di soggetti pari tra di loro attraverso decisioni condivise. Peccato che a furia di parlare di governance e di “governo a rete” ci si dimentichi che, soprattutto in politica estera, esiste ancora il vecchio “potere” e la forza conti sempre molto: ve li immaginate gli Stati Uniti che, dall'alto della loro vertiginosa spesa militare, imbarazzati dalle loro basi sparse in decine di paesi del globo, decidono di sedersi allo stesso tavolo con l'Europa per decidere delle sorti dell'umanità? Ubriacati dalla ricerca della governance multilaterale ci si dimentica di problemi molto più spinosi come il futuro della Nato (ci si limita a dire che è “un'alleanza che sta cambiando”, verso dove di grazia?), la proliferazione delle armi nucleari e il nodo della difesa della democrazia con mezzi pacifici tuttaffatto risolto dagli avvenimenti degli ultimi anni. E' probabile che sentiremo ancora gente come Giuliano Ferrara dire che bisogna scegliere tra le dittature e l'uso delle armi. Come se questa alternativa non fosse stata già smentita dalla guerra in Iraq. In conclusione, tuttavia, il giudizio non può essere negativo: la parte sull'Europa compie una scelta precisa, se il centrosinistra saprà portarla avanti con coraggio ne deriveranno anche scelte di politica internazionale conseguenti. Un'Europa più forte, dotata di un esercito proprio e realmente autonoma dagli Stati Uniti potrebbe fare una politica estera diversa da quella, suicida, in voga oggi a Washington. E non è detto che i nodi che oggi sembrano essere irrisolti come l'uso della forza e le “missioni umanitarie”, non possano essere superati con il proseguire del dibattito interno. Giudizio complessivo: promettente, ma c'è ancora molto da fare. 21/02/2006 |
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