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Giustizia: il nodo del penaleUltima modifica: domenica 26 marzo 2006 Stefano Anastasia
Quadrare il cerchio, come si fa? La proposta sembra essere quella di seguire la strada maestra, «un nuovo codice penale» che preveda «riduzione e razionalizzazione delle ipotesi di reato. Sarà capace l’Unione di arrivare ad un nuovo codice penale o sarà anch’essa stregata dal mito securitario che vuole una pena per ogni accidente? Dopo cinque anni di Governo Berlusconi, sembra quasi ardimentoso il tautologico slogan «la giustizia per i cittadini» che il monumentale programma dell’Unione reca in epigrafe alla sua parte dedicata alla futuribile politica della giustizia. Ardimentoso e, quindi, discriminante: ciò che fino a ieri era per lui e i suoi, domani sarà tutti e tutte (i “cittadini”). Non a caso la parte dedicata alla giustizia penale non ha timore di rinvangare il vecchio mito egualitario e di promettersi «uguale per tutti». Ne segue la promessa di cancellare il cancellabile di questi anni, a partire da «tutti gli aspetti del nuovo ordinamento (giudiziario, ndr) in stridente contrasto con i principi costituzionali». «Riacquistato l’indispensabile clima di libertà, autonomia e indipendenza … il primo obiettivo da realizzare è una giustizia efficace e tempestiva». Ne abbiamo parlato non poco, qui al Crs, nell’ultimo anno (rinvio al dossier La sfida del tempo ragionevole e a Democrazia e Diritto Numero 2/2005), ed è inutile tornarci su. Soprattutto nella giustizia civile, efficacia e tempestività fanno la qualità di un sistema di amministrazione della giustizia. Senza di esse, la giustizia si privatizza, nelle concorrenti forme - legali o criminali - che garantiscono l’una e l’altra, efficacia e tempestività. Anche nel penale la giustizia dell’Unione vuole essere rapida, pur premettendo che «l’efficienza non può mai andare a detrimento delle garanzie». Quadrare il cerchio, come si fa? La proposta sembra essere quella di seguire la strada maestra, «un nuovo codice penale» che preveda «riduzione e razionalizzazione delle ipotesi di reato, … tendendo verso l’obiettivo del diritto penale minimo»: meno giustizia, migliore giustizia. Vecchio e caro proposito, giustamente condito con aneliti di ridimensionamento della pena carceraria. Se ne discusse anche nella passata legislatura, quella dei governi Prodi, D’Alema e Amato, ma non se ne fece nulla. Se ne discusse anche prima d’allora e dopo d’allora, finanche nella sgangherata legislatura appena conclusa (chi si ricorda di Carlo Nordio, pm e presidente di un apposita commissione ministeriale finita nel nulla?). Se ne discute sempre, insomma. Finora senza successo. Perché? Qual è la maledizione del codice penale? E’ presto detto, torniamo poco più sopra e citiamo integralmente: «il nuovo codice si uniformerà ai seguenti principi: riduzione e razionalizzazione delle ipotesi di reato, ridefinendo i beni giuridici da tutelare e riservando la sanzione penale ai fatti di accertato disvalore e pericolosità sociale, tendendo verso l’obiettivo del diritto penale minimo». Un nuovo codice penale che abbia l’obiettivo di minimizzare il diritto penale deve compiere, dunque, scelte di valore: cosa punire e cosa no, con un favore per la depenalizzazione piuttosto che per la criminalizzazione. Sarà capace l’Unione di compiere queste scelte, di assumersene la responsabilità e di convincerne l’opinione pubblica? O sarà anch’essa stregata dal mito securitario che vuole una pena per ogni accidente? un capro espiatorio per ogni sofferenza? Se tutto va bene, avremo cinque anni per capirlo. (21/02/2006) |
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