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Costituzione: un argine all’avventurismoUltima modifica: domenica 26 marzo 2006 Claudio De Fiores
L’Unione cercherà di abolire la “devolution” con il referendum costituzionale che si terrà con ogni probabilità il prossimo mese di Giugno. Ma propone soluzioni poco convincenti all'avventurismo costituzionale di Berlusconi e della Lega: la riduzione del quorum referendario e l’istituzionalizzazione delle primarie, ad esempio. Generiche le indicazioni sul sistema elettorale. La proposta del Senato territoriale non può essere pensata come Senato delle autonomie locali Dopo la vittoria del referendum sulla controriforma costituzionale del governo Berlusconi, l’Unione nel suo programma punta ad un’altra politica costituzionale. Su questo punto il programma ha un impianto positivo Lo si desume dall’apertura del programma dedicata alle questioni istituzionali. La difesa della costituzione è il primo punto. Quasi a volere dimostrare che la costituzione e i suoi principi sono il Dna delle forze che fanno parte dell’Unione. E’ tanto più rilevante questo aspetto perché si ricollega ad un’autocritica che sembra emergere in più parti. L’Unione non persegue più progetti di una “grande riforma” della Costituzione, sia perché si dice espressamente che la costituzione non può essere oggetto di patteggiamenti strumentali, non può essere cioè appannaggio della maggioranza di governo. Questo non è poco per un complesso di forze che in passato aveva sostenuto la stagione delle bicamerali e che nel 2001 aveva approvato la riforma del Titolo V con una maggioranza di appena 4 voti. Non si tratta solo di un’affermazione di principio visto che tutto ciò si converte anche in una serie di proposte di carattere normativo. Mi riferisco all’elevazione del quorum per le modifiche costituzionali e per l’elezione del Presidente della Repubblica. Anche con riferimento espresso alla riforma del Titolo V questi elementi di autocritica si rivelano ancora più dettagliati. Viene nuovamente invocato l’interesse nazionale, anche se sotto le mentite spoglie di “interesse della Repubblica”. La tutela e la sicurezza nei rapporti di lavoro torna ad essere parte integrante della legislazione esclusiva dello Stato. Certo, accanto ad alcune soluzioni positive, tra le quali menzionerei anche l’introduzione della “sfiducia costruttiva”, vi sono altri aspetti che non convincono. La riduzione del quorum referendario e l’istituzionalizzazione delle primarie (Su questi temi veda la rubrica Questioni primarie e La scheda dell'ultimo volume di Enrico Melchionda "Alle origini delle primarie" presenti su questo sito). Queste soluzioni consoliderebbero una torsione in senso plebiscitario del sistema, svalutando definitivamente la mediazione istituzionale e il ruolo dei partiti. Così come convince poco il sostegno ai processi di aziendalizzazione dell’organizzazione amministrativa consolidatisi in questi anni e che hanno indotto i poteri pubblici a ragionare più sulla base del parametro manageriale costi-benefici, che non quale istanza di attuazione dei diritti civili e sociali. Così come generiche appaiono anche le indicazioni sul sistema elettorale. Si parla infatti di un sistema in grado di coniugare rappresentanza e governabilità, ma non vi è traccia di una critica alle logiche del maggioritario che hanno in questi anni compresso la rappresentanza e hanno connotato le ragioni della governabilità in senso autoritario. Infine, vi sono delle indicazioni che convincono solo in parte perché rivelano un impianto contraddittorio. Penso all’istituzione di un Senato territoriale, una soluzione giusta e auspicabile, ma che non può essere pensata come Senato delle autonomie locali. Il Senato per potere operare quale autentica ed efficace sede di raccordo tra Stato e entità territoriali non può che essere un Senato regionale. Un Senato delle autonomie rischierebbe di esprimere istanze conflittuali tra il neo-centralismo regionale e gli enti locali (comuni e province). In secondo luogo, assolutamente ambiguo è il riferimento alla questione delle garanzie dei diritti sociali e civili. Il programma afferma il principio della “omogenea garanzia dei diritti sociali e civili”. Una svolta auspicata, e in contraddizione, con la tutela dei livelli essenziali di prestazione contenuta nell’articolo 117, lettera M, della nostra Costituzione. Questa svolta non può essere veicolata attraverso una modifica legislativa di carattere ordinario, come indicato nel programma, perché rischierebbe di assumere una connotazione recessiva sul piano dei rapporti tra le fonti. L’“omogeneità dei diritti sociali e civili” deve essere affermata in Costituzione travolgendo l’attuale impianto della lettera M dell’articolo 117 e la sua filosofia di riferimento. |
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