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Lavoro e Welfare: ricette poco chiare

Ultima modifica: domenica 26 marzo 2006

Vincenzo Cramarossa

Dal rumore di fondo emerge, forse, la scelta del modello scandinavo. E' forse il tentativo di istituire una "flexsecurity" anche in Italia?

La parte del programma dell’Unione riservata a Lavoro e Welfare, risulta eccessivamente verbosa senza purtroppo ripagare il lettore in esaustività.

Dopo la lettura delle 32 pagine (di cui 6 dedicate alle questioni del lavoro, 7 alla previdenza e le rimanenti allo stato sociale) la prima reazione è la perplessità: tante idee che pure non sembrano bene incontrarsi fra loro. Ciò che emerge chiaramente (una sorta di rumore di fondo) è, almeno nelle dichiarazioni d’intenti che superano di gran lunga le proposte concrete, la scelta del cosiddetto modello scandinavo come parametro di riferimento.

Mai nominata apertamente, ma citata varie volte negli incontri preparatori del programma e ripresa nell’impostazione generale, l’ambizione sembra quella di introdurre anche nel nostro paese la Flexicurity: una strategia politica nata e applicata in Danimarca negli anni ’90 che cerca, “allo stesso tempo e deliberatamente di aumentare la flessibilità del mercato del lavoro, dell’organizzazione del lavoro e delle relazioni industriali da un lato, e di aumentare la sicurezza del lavoro e la sicurezza sociale soprattutto per le fasce più deboli dentro e fuori del mercato del lavoro dall’altro”(1).

Questo il concetto generale che poi si declina in misure specifiche da prendere contestualmente sui due versanti delle regole del mercato del lavoro e del welfare.

Nel programma della coalizione del centrosinistra sono malamente ed in modo sparso accennati alcuni di questi provvedimenti:

  • eliminazione delle eccessive differenze nei costi e nelle tutele tra lavoratori interinali e lavoratori a tempo indeterminato;

  • politiche mirate per quelle figure che faticano più di altre ad inserirsi nel mercato del lavoro (giovani, donne, anziani, lavoratori delle aree depresse, disabili);

  • investimento sui centri per l’impiego, riprogrammazione degli ammortizzatori sociali.

Scarsa è in realtà l’attenzione a quelli che per gli studiosi di questo approccio sono i prerequisiti perché tale ricetta possa in qualche modo funzionare: un’organizzazione del lavoro che permetta un’elevata mobilità (leggi maggiore facilità di assumere e licenziare), un forte uso del decentramento contrattuale (che può essere più o meno coordinato a livello nazionale), una pressione sufficiente dal lato della domanda che si traduca in un aumento della domanda di lavoro. Le politiche attive del lavoro servono, infatti, a “fluidificare” il mercato del lavoro e, successivamente, a stabilizzarlo ma non possono da sé generare una buona condizione macroeconomica.

Piuttosto che concentrarsi su tali precondizioni il programma parla genericamente di “binomio welfare e lavoro” senza delineare chiaramente le sue scelte strategiche. Alcune affermazioni sono poi incoerenti con la scelta del modello di riferimento. Se da un lato si annuncia che si vuole un bilanciamento delle tutele tra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori a tempo indeterminato (senza specificare che per far ciò bisognerà ridurre la tutela dei secondi a vantaggio dei primi), dall’altro si nega la realtà laddove si afferma che la forma di lavoro ritenuta “normale” è quella del lavoro a tempo indeterminato. Un conto è evitare l’aggiramento delle tutele e dei costi per cui passa il largo utilizzo dei contratti a termine, altra disconoscere che i contratti a tempo parziale rispecchiano oramai una necessità nella realtà produttiva (in Danimarca – se proprio è questo il modello cui si vuole rifarsi – un terzo della popolazione cambia lavoro ogni anno).

Il tema della precarietà é affrontato – ci pare - in modo retrivo: come già sottolineato da Giuseppe Bronzini nell'intervento pubblicato su questo sito (Lavoro e Welfare: un'occasione mancata), si cerca di ricondurre le figure contrattuali ad una rigorosa distinzione tra lavoratori autonomi e subordinati secondo gli “oggettivi requisiti funzionali e organizzativi” evitando di introdurre concetti quali la subordinazione economica. La stessa figura della dipendenza economica, per la verità, riemerge quando si parla delle indennità di disoccupazione che si vogliono incrementare ed estendere “a tutti i lavoratori (anche discontinui, economicamente dipendenti e non subordinati)”. A questo riguardo una corretta applicazione delle politiche attive del lavoro prese a prestito dalla Flexicurity prevederebbe invece incentivi selettivi e condizionati e non misure di carattere puramente assistenziali. Oltre al più volte evidenziato problema della copertura finanziaria (2) per l’applicazione di tali misure c’è anche un serio problema di applicabilità: come si intendono (ad esempio) far funzionare i servizi per l’impiego che sinora hanno dato pessima prova di sé? La risposta sembra debba trovarsi in un generico maggior coordinamento con gli enti locali.

Le forme di lavoro flessibile introdotte dalla Legge 30 e rimaste praticamente inutilizzate saranno esplicitamente abolite, il contratto a progetto sarà ricondotto ad un utilizzo più coerente grazie alla garanzia che dovrebbe discendere da regole generali dettate dalla contrattazione collettiva.

Le relazioni industriali dovrebbero segnare il ritorno alla piena partecipazione dei sindacati ed al riconoscimento pieno del ruolo della contrattazione nazionale. E’ evitato ogni riferimento esplicito alle pratiche concertative (richiamate però da Prodi nel suo intervento al congresso di Rimini della CGIL) che hanno segnato le precedenti legislature di centrosinistra. Il “superamento” (termine ambiguo con cui s’intende la profonda modifica e non l’abolizione) della Legge Biagi dovrebbe quindi tradursi in un cambio di rotta rispetto al tentativo di decostruzione del sistema di relazioni industriali operato dal governo Berlusconi che mirava alla marginalizzazione della CGIL e ad un ruolo più subalterno degli altri sindacati confederali. Intanto CISL e UIL così come la Confindustria, temendo un riavvicinamento eccessivo tra un futuro governo di centrosinistra e la CGIL (facilmente prevedibile stanti le reciproche testimonianze di condivisione programmatica tra Prodi ed Epifani) si limitano a prudenti richiami alla pace sociale ed alla necessità di aprire un dibattito per la modifica della contrattazione.

La reciproca fiducia fra tutti gli attori delle relazioni industriali è però indispensabile alle riforme del mercato del lavoro che con difficoltà si possono evincere dalla lettura del programma.

C’è spazio, nell’ultima delle 6 paginette dedicate al lavoro anche per accennare - e solo per accennare -ad una riforma della rappresentanza sindacale (che, tanto per non scontentare nessuno, tenga conto di entrambi i criteri della democrazia diretta e di mandato sul cui utilizzo da tempo si dividono CGIL e CISL), ad un intervento (quale di grazia?) sul diritto di sciopero ed alla riforma del processo del lavoro!

Da anni l’Italia attende riforme radicali nel mercato del lavoro, che soffre di troppe distorsioni dovute alla sua eccessiva rigidità nell’organizzazione del lavoro e – per molti ma non per tutti - una scarsa flessibilità salariale (per cui i contratti nazionali non tengono conto del diverso costo della vita) e numerica dovuta per alcuni all’eccessivo peso della contrattazione centralizzata. Tali anomalie individuabili soprattutto nelle aree a forte disoccupazione non sono superabili solamente con un cambio di regole (3) ma di una loro soluzione non vi è traccia nel pur prolisso programma ulivista.

Passato il concetto che una riforma del mercato del lavoro non possa aversi senza una riforma (o meglio una “ricalibrazione”) del welfare, il programma dell’Unione pensa al secondo – insistendo su sgravi contributivi, aumenti generali delle indennità (tutti interventi costosi e per cui non si capisce dove verranno reperiti i fondi) senza dirci nulla del primo.

Volendo giudicare un programma – che ha tra i suoi obiettivi quello di abolire e “superare” quel poco e male che il governo uscente avrebbe realizzato – dal modo confuso in cui il centrosinistra “mette la freccia” è difficile indovinare ciò che potrebbe accadere quando deciderà di “dare gas” e soprattutto dove si troveranno i soldi del “carburante”.

Essendo un programma elettorale frutto di massicci compromessi l’accordo è chiaro nell’individuare ciò che il governo precedente non ha fatto o ha fatto male e nel ripetere alcune espressioni chiave largamente condivisibili nella loro evidenza: “lotta alla precarietà, previdenza sicura e sostenibile, diritti di cittadinanza”.

Quanto al modo in cui tutto ciò dovrebbe realizzarsi non è dato saperlo all’elettore che voglia farsene un’idea leggendo il programma.

Note

1) Wilthagen, T. and R. Rogowski (2002) ‘Legal Regulation of Transitional Labour Markets’, in G. Schmid and B. Gazier (eds.) The Dynamics of Full Employment: Social Integration through Transitional Labour Markets, Cheltenham: Edward Elgar, 233-273.

2) Alberto Alesina, Corriere della sera, 16 febbraio 2006.

3) Si legga la sottolineatura di Nicola Borri in calce all’articolo di Riccardo Faini su http://www.lavoce.info/news/comment.php?cms_pk=2013