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Da sinistra prende corpo un miraggio...Ultima modifica: giovedì 20 aprile 2006 Un virus si sta diffondendo nelle democrazie contemporanee. Cosa significano, e quali nuove emergenze portano, le primarie introdotte in Italia? Per il momento sono esperimenti frammentari e molto distanti dal modello originario. I consigli di Enrico Melchionda per un uso critico delle primarie dell'Unione. Enrico Melchionda*
Un virus si sta diffondendo nelle democrazie contemporanee, provocandovi un’infezione che sottopone il loro organismo a una dura prova. E’ il virus del direttismo, o del plebiscitarismo, che attacca quei meccanismi e quelle strutture che consentono ai cittadini di indirizzare e di controllare il governo rappresentativo. Pretendendo di realizzare una partecipazione più diretta dei cittadini al processo di governo, esso va a colpire in particolare i corpi intermedi, ritenuti un ostacolo inutile all’autentico funzionamento di una democrazia di massa. Di questa invece il direttismo minaccia la salute e distrugge gli anticorpi, senza neppure riuscire a correggere le pecche della democrazia rappresentativa, visto che in realtà ne esaspera semplicemente le modalità maggioritarie e d’investitura. Sono convinto che avesse ragione John Dewey (1927, 146), forse il più importante esponente intellettuale del progressismo, quando sosteneva che le malattie della democrazia possono essere curate solo con «più democrazia». Ma il paradosso, con il direttismo, è che la malattia venga scambiata per la cura. Il che non vuol dire che esso venga fuori dal nulla: senza dubbio ha origine da una crisi della rappresentanza nelle democrazie di massa. Ma, facendo balenare il miraggio di un superamento della rappresentanza tout court, il direttismo rischia di travolgere la democrazia reale invece di potenziarla. Abbiamo a che fare, dunque, con una malattia insidiosa oltre che contagiosa. Di essa non si sa molto, e dei suoi pericoli si ha ancora scarsa coscienza. Né esiste, ovviamente, un vaccino adeguato per contrastarla. Ma è ormai tempo di mettersi all’opera, prima che sia troppo tardi. L’infezione del direttismo ha già alle spalle una lunga fase di incubazione, ma adesso minaccia una vera e propria epidemia. Perché, rispetto all’inizio, il virus ha probabilmente subito una mutazione, e addirittura si presenta in forme diverse ad ogni infezione. E allora tornare al momento in cui è iniziato il contagio e raccogliere un campione originale del virus può essere la strada giusta per creare finalmente il vaccino. Ora, se la nostra metafora ha un senso, per capire il direttismo bisogna tornare nell’America dell’età progressista, e per la precisione al Wisconsin di Robert La Follette. E’ lì che infatti furono sperimentati per la prima volta i meccanismi volti a superare le strutture intermedie di rappresentanza, dando origine all’ideologia stessa del direttismo. Ed è da lì che quest’esperimento e quest’ideologia si diffusero in un baleno, città dopo città, contea dopo contea e stato dopo stato, in tutti gli Stati Uniti, facendone uscire il sistema politico completamente trasformato nel giro di soli due-tre decenni. Così come bisogna ritornare a quell’origine per capire perché le sedimentazioni del direttismo abbiano costituito il terreno favorevole e amplificato in maniera eccezionale l’impatto delle trasformazioni sociali, tecnologiche e istituzionali intervenute in America a partire dagli anni sessanta. Tra le riforme volute dai progressisti, quella prediletta fu certamente l’istituzione delle elezioni primarie. Come vedremo, essa fu il loro principale cavallo di battaglia per molte ragioni, ma fondamentalmente perché univa alla facile fattibilità e alla sua portata apparentemente modesta una capacità distruttiva senza pari. Da un punto di vista formale, infatti, le primarie sono uno strumento proprio — per quanto accessorio — della democrazia rappresentativa, nel senso che si limitano a intervenire sul modo in cui gli elettori scelgono i propri rappresentanti. Ma, dal momento che strappano dalle mani delle organizzazioni politiche il compito di nominare i candidati alle elezioni, esse realizzano integralmente e in un punto nevralgico il principio direttista per eccellenza, che è quello dell’investitura plebiscitaria dei leader politici. Capire come e perché furono concepite, dove e da chi furono intraprese, allora, può davvero aiutarci a riflettere sul significato e sugli effetti che questo istituto ha per un regime democratico. Certamente servirà ad approfondire la nostra conoscenza della politica americana, che per noi europei rimane pur sempre una realtà lontana, poco o mal conosciuta, a causa di pregiudizi o di luoghi comuni. Invece essa per il resto del mondo si rivela più che mai condizionante, con il passar del tempo, nonché capace di fornire modelli e innovazioni, o di anticipare problemi e pericoli, con cui prima o poi anche le altre democrazie si trovano a fare i conti. Ed è sicuramente questo il caso delle elezioni primarie, che da alcuni anni a questa parte sono prese in seria considerazione e cominciano ad essere sperimentate da altre democrazie, anche mature. Per quanto non manchino — e non siano mai mancate — le critiche e i tentativi di rimetterle in discussione, e per quanto non si possa dire che richiamino molta partecipazione, le primarie sono un’istituzione di cui tutto sommato gli americani vanno fieri, così come avviene del resto con le altre istituzioni e tradizioni politiche che hanno contraddistinto il loro «eccezionalismo»: il presidenzialismo, il federalismo, lo stato minimo ecc. E una ragione in più per esserne fieri gli è data dal successo che altrove stanno avendo ultimamente queste istituzioni, apparse a lungo non esportabili perché troppo legate al contesto specifico di quel paese. Comunque sia, le primarie rimangono un’istituzione «americana», che oltreoceano si dà ormai per scontata, come se fosse un attributo naturale della loro democrazia. Eppure non è stato sempre così. Quando le primarie furono introdotte non sembrarono affatto una cosa naturale. La loro introduzione è abbastanza recente, almeno secondo il metro di valutazione di noi europei, visto che risale appena a un secolo fa. Ma quel che più conta è che l’introduzione delle primarie negli Stati Uniti non fu per niente pacifica, anzi fu motivo di discussioni e conflitti assai intensi. Poiché le sue implicazioni, lo si sarebbe visto, erano enormi. Ed è appunto di tali vicende che si occupa questo libro. Ora, a un secolo di distanza, andrebbe tratto qualche insegnamento da quell’esperienza. Soprattutto dovrebbe trarlo chi, come noi, si trova di fronte agli stessi dilemmi della democrazia americana di fine Ottocento. Perché, pur in un’epoca così diversa, l’Europa si ritrova oggi ad affrontare le sfide che scaturiscono dal declino della democrazia dei partiti. Forse è già troppo tardi. Stiamo assistendo già da tempo a processi di smobilitazione dell’elettorato di massa, al rafforzamento e alla presidenzializzazione degli esecutivi, allo sviluppo della personalizzazione e delle elezioni candidate-centered, alla pressione politica degli interessi organizzati e alle influenze più o meno ovattate dei media. Non si sono fatte attendere le esplosioni populiste e i sentimenti anti-partitici, che segnalano le inquietudini crescenti verso il funzionamento della democrazia tradizionale. Così dalle ondate di protesta e di disaffezione esce ogni volta rinvigorita, negli atteggiamenti e nelle aspettative politiche dei cittadini, l’ideologia direttista. Perciò si fa forte la tentazione di cavalcare quest’ideologia da parte di attori politici che non riescono più a credere in se stessi, nella propria funzione e nella propria identità. E, al solito, la tentazione tocca soprattutto le sinistre. E’ in questo quadro che si affacciano per la prima volta sulla scena europea e italiana meccanismi come le elezioni primarie. Per ora si tratta ancora di esperimenti frammentari e molto distanti dal modello originario. Ma, ormai lo sappiamo, la caratteristica del meccanismo è quella di autoalimentarsi, di tendere a estendersi e a intensificarsi. Infatti, le analogie con la vicenda americana che ho cercato di ricostruire in questo libro, fornendone anche una parziale ma significativa documentazione, sono già numerose e davvero impressionanti. Ne indico solo due, che dovrebbero dare il senso di quale sia la strada su cui ci stiamo incamminando. Una riguarda la retorica che si accompagna con la proposta: mi riferisco in particolare alla frottola secondo cui le primarie servirebbero a incrementare la partecipazione, a riavvicinare cittadini e potere e a realizzare una forma di democrazia diretta. A quanto pare, nell’ansia di cogliere l’immagine di «modernità» evocata dallo strumento, nessuno si pone il problema di capire se è davvero possibile che la partecipazione e l’influenza dei cittadini al processo di governo possa fare a meno di strutture collettive di rappresentanza che — invece di invocare l’improbabile protagonismo degli individui isolati immaginati dalla filosofia liberale — dia loro forme stabili di identificazione politica e li mobiliti, sapendone interpretare interessi, bisogni e culture. E nessuno si chiede se, in mancanza di queste strutture, non avverrà piuttosto che, da una parte, entrino direttamente nel gioco politico attori e interessi che nessuno sarà poi in grado di contrastare e che, dall'altra, molti cittadini privi di strumenti per farsi valere preferiscano alla fine restarsene a casa. L’altra analogia con l’esperienza americana riguarda il ruolo «coercitivo» che svolgono in questa circostanza le convenienze contingenti e la competizione politica. Tutte le volte che nei sistemi partitici europei si è fatto ricorso alle primarie — per quanto «chiuse» — ciò è avvenuto per risolvere controversie più o meno manifeste sulle candidature all’interno di un partito o, come nel caso dell’Italia, all’interno di un’alleanza elettorale. Anche negli episodi in cui si è trattato di un tentativo di procurare un maggior grado di legittimazione a un candidato di fatto già pre-selezionato, di solito esisteva un conflitto potenziale da prevenire. In ogni caso, il ricorso alla procedura di selezione diretta da parte degli iscritti o degli elettori era sempre l’indicatore di una destrutturazione del partito o di una crisi di legittimazione dell’élite partitica in atto. Ecco che allora in questo quadro, pur di risolvere i contrasti, l’élite partitica si rende pragmaticamente disponibile a rinunciare alla propria prerogativa più preziosa, essendo convinta di poter governare la procedura e le sue possibili conseguenze. Ma non si pone affatto il problema di fronteggiare direttamente le cause che sono alla base dell’emergenza stessa. Con il risultato che non solo l’emergenza si ripresenterà ma che il malessere e le difficoltà del partito si aggraveranno sempre di più. Ponendo, insomma, le premesse del suo disfacimento. Come sappiamo, è stato esattamente questo il destino finale a cui è andata incontro la democrazia americana in seguito alla scelta dissennata, di cui ci siamo occupati in questa ricostruzione, di annientare i partiti di massa e di inseguire il miraggio del direttismo. Non so fino a che punto i cittadini di oltreoceano ne siano veramente fieri e soddisfatti, anche se per molti aspetti il modo di funzionare della loro democrazia lascerebbe pensare che ad esso siano piuttosto rassegnati. Del resto, è da loro che ho sentito quella specie di proverbio che dice che puoi trasformare un acquario in una zuppa di pesce ma non puoi riottenere un acquario da una zuppa di pesce. E’ vero, l’abbiamo visto: loro ce l’avevano l’«acquario» e di esso hanno fatto una «zuppa di pesce». Noi non so se ce l’abbiamo ancora un «acquario», né quanto sia ancora in salute, ma se così fosse dovremmo imparare a proteggere e curare i nostri «pesci» piuttosto che seguire in maniera insensata l’American way al… «pan bagnato». * Dall'introduzione al libro "Alle origini delle primarie. Democrazia e direttismo nell'America dell'età progressista. Sfoglia La scheda del volume pubblicato da Ediesse |
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