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l’Europa dei 25, un anno dopoUltima modifica: lunedì 30 maggio 2005 Molte sono ancora le differenze soprattutto su argomenti sensibili come la liberalizzazione nella circolazione dei servizi. I Quindici intendono infatti fare rispettare le loro esigenze nella negoziazione del budget 2007-2013 dell’Unione Europea per mantenere ad un livello accettabile i fondi comunitari. Su questo tema i malintesi si sono moltiplicati La discrezione con la quale è stata firmata l’adesione di Bulgaria e Romania il 25 aprile scorso a Bruxelles la dice lunga sullo spirito degli europei un anno dopo l’allargamento più importante nella storia dell’Unione. L’arrivo di dieci nuovi Stati il 1 maggio 2004 è avvenuto senza intoppi contribuendo a riunificate sul piano politico e economico un continente devastato prima dalla seconda guerra mondiale, e poi diviso per cinquant’anni dalla guerra fredda. Ma è lontano dall’essere compiuto. Il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha salutato l’anniversario come “un evento felice per tutti gli europei” definendo l’allargamento come “un’unione di culture e non solo di nazioni e di popoli”, numerose differenze continuano a permanere. Nelle mentalità ad esempio e più concretamente nell’assetto finanziario dell’Unione. “Ci vorrà pazienza e tempo” ha aggiunto Barroso per permettere agli europei di “conoscersi meglio”, anche se i primi dati sono incoraggianti: la crescita interna e gli investimenti esteri sono cresciuti vertiginosamente nei paesi neo-membri. In Polonia, ad esempio, il paese più grande tra i nuovi entrati, l’esportazione di prodotti alimentari verso la Germania sono triplicate. L’Austria è diventata il più grande investitore estero in Slovenia, il terzo in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Céca. Gli Stati baltici, Lituania, Estonia e Latvia, hanno registrato nell’ultimo anno una crescita sostenuta nei tassi di produttività nell’ordine, rispettivamente, del 6,4, 6 e 7,2 per cento assicura la Commissione Europea. A dispetto dei timori orchestrati dai detrattori dell’allargamento, nell’ultimo anno non si è registrata alcuna onda migratoria verso la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Svezia, che hanno deciso di aprire immediatamente il loro mercato del lavoro, né verso la Germania che aveva imposto una soglia di sbarramento nei confronti dei lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri. Nessuno ha fatto richiesta delle clausole di salvaguardia previste nei trattati per bloccare un’improbabile migrazione di massa. Secondo i dati dell’agenzia Eurostat, la disoccupazione rimane alta, anche se la crescita dei nuovi dieci membri si mantiene ben al di sopra della media europea: 4,9 per cento nel 2004 contro il 3,7 per cento del 2003. Nel 2005 la crescita è stata fissata al 4 per cento, vale a dire ben due volte superiore alla media dei Quindici (http://epp.eurostat.cec.eu.int/cache/ITY_OFFPUB/KS-NK-05-005/EN/KS-NK-05-005-EN.PDF). Nemmeno il funzionamento delle istituzioni europee non è stato paralizzato, come alcuni avevano previsto, anche se da più parti si dice che le discussioni a venticinque, nel Consiglio come nella Commissione, sono “più complicate e meno conviviali” perché gli interessi dei Dieci divergono spesso da quelli dei Quindici. Molte sono le differenze soprattutto su argomenti sensibili come la liberalizzazione nella circolazione dei servizi. I Dieci intendono infatti far pesare sulla negoziazione del budget 2007-2013 dell’Unione Europea le loro esigenze per mantenere ad un livello accettabile i fondi comunitari. Su questo tema i malintesi si sono moltiplicati. La ripresa, soprattutto in Francia e in Germania, rimane infatti molto debole e una diversione dei fondi dai settori delicati, ad esempio l'agricoltura, implica timori per il “dumping sociale” come si è visto recentemente per la direttiva Bolkestein. Un’altra conseguenza dell’allargamento è quella che ha portato il Cancelliere Gerhard Schröder a ridurre le tasse per le imprese dal 25 al 19 per cento al fine di favorire gli investimenti esteri in Germania e rendere il mercato locale più competitivo rispetto a quello dei Dieci. E’ stata una decisione sofferta che ha creato pesanti disagi e risentimenti nei lavoratori della Siemens che ha imposto ai sindacati tedeschi un accordo su 48 ore di lavoro pagate con il salario corrispondente a 40 ore per evitare che l’azienda delocalizzasse in uno dei nuovi paesi europei dell’Est. I sondaggi di Eurobarometro registrano da tempo una sostanziale avversione verso un nuovo allargamento dell’Unione a nnuovi paesi senza una decisa armonizzazione dei regimi fiscali e sociali. Questa atmosfera spinge ad una certa prudenza nonostante le speranze della Polonia, la spinta impetuosa della Turchia ad entrare nell'UE e gli ardori neo-europeisti dell’Ucraina che intende avvicinarsi all’Unione Europea dopo la cosiddetta “rivoluzione arancione”. L'anniversario sul webUn anno dopo, il dossier di "Libération". La vita politica dell'Europa a 25 vista da un giornale "critico" ed "europeista". |
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