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Pirro a Bruxelles

Ultima modifica: giovedì 20 aprile 2006

Obbligando l’Ucraina ad accettare di pagare cinque volte più caro il gas russo – 230 dollari ogni mille metri cubi invece di 50 – Vladimir Putin ha certamente vinto una partita ma non la guerra. Con l’uso dell’arma energetica, Putin ha mostrato che le vecchie repubbliche dell’ex Unione Sovietica sono ancora alla mercè del grande fratello moscovita. Ha punito gli ucraini che hanno proclamato l’indipendenza della “rivoluzione arancione” l’anno scorso e si sono messi sulla strada di un difficile democratizzazione richiesta in primo luogo dagli americani.

Ma questa vittoria ha il fiato corto. Tassando l’Ucraina con il pretesto che delle leggi del mercato, il presidente russo ha mostrato soprattutto l’inesistenza degli accordo ufficiali firmati da Gasprom, la società che detiene il quasi monopolio del gas russo e che è controllata direttamente dal Cremino, con l’Ucraina fino al 2009.

Allo stesso tempo, Putin ha lanciato un messaggio che gli europei farebbero bene a meditare. Malgrado il loro gusto per la “pacificazione” dei conflitti, gli europei sbaglierebbero a gioire troppo presto per la risoluzione di una grave crisi tra la potenza russa rinascente e la giovane democrazia ucraina. La loro dipendenza dal gas russo non è affatto diminuita, anzi. Se invece l’Unione Europea decidesse di diversificare i propri mezzi di approvvigionamento energetico, la Russia perderebbe a tutti gli effetti uno dei suoi strumenti principali di pressione politica su Bruxelles.

Le ripercussioni del conflitto per l’approvvigionamento di alcuni paesi membri dell’UE hanno condotto Bruxelles a rilanciare l’idea di una politica energetica comune. La Commissione era stata incaricata, durante il vertice di Hampton Court il 27 ottobre 2005 a presentare delle proposte. Nel suo discorso al Parlamento Europeo, alla vigilia del vertice, Tony Blair aveva spinto in questa direzione, denunciando una situazione nella quale ogni paese definisce le proprie priorità “semplicemente in funzione dei propri bisogni, ma senza alcuna considerazione per il potere collettivo che noi potremo avere in Europa se fossimo pronti a unire le nostre risorse”
Andris Piebalgs, commissario europeo per l’energia, ha citato questa dichiarazione di Blair per chiedere una politica comune dell’energia. Piebalgs ha sottolineato anche che tale politica non è stata prevista in alcun trattato europeo. Il progetto di Costituzione colma in parte questa lacuna prevedendo alcune misure per assicurare il funzionamento del mercato dell’energia, la sicurezza degli approvvigionamenti, l’efficacia energetica, lo sviluppo delle nuove energie.

Martin Bartenstein, il ministro austriaco dell’economia (l’Austria è il presidente di turno dell’UE fino al prossimo giugno), ha dichirato che le questioni energetiche saranno al centro del Consiglio europeo del 23-24 marzo. Bartenstein ha evocato la necessità di investire nella produzione e nel trasporto del gas liquido.

Una direttiva, adottata nel 2004, ha costruito un quadro comunitario minimo. Questa legislazione dovrebbe essere acquisita nelle legislazioni nazionali entro il 19 maggio 2006. Essa prevede delle misura di garanzia in casi d’urgenza. Misure che però le autorità europee non possono adottare direttamente perché tocca agli operatori industriali nazionali e agli Stati membri intervenire. Solo nel caso in cui gli Stati membri avessero difficoltà a gestire la situazione, l’Unione potrà intervenire con misure eccezionali. Una direttiva che esclude quindi una visione politica d’insieme su uno dei veri problemi che l’Unione Europea dovrebbe affrontare nel prossimo decennio.