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La politica di un agitatore filosoficoUltima modifica: sabato 24 giugno 2006 Louis Althusser, Marx nei suoi limiti (Mimesis). Althusser amava definirsi un “agitatore politico in filosofia”. Distinta per natura e ampiezza di obiettivi dalla propaganda, la sua agitazione si opponeva alla filosofia nel tentativo di produrre degli effetti e cambiare il corso della congiuntura politica e culturale Quando nel 1965 Althusser pubblicò Per Marx nella prefazione ironizzò sui “filosofi senza opere” prodotti dalla congiuntura e dalle pratiche settarie del partito comunista francese nella guerra fredda. Colmo dell’ironia sarebbe se lui stesso, in fin dei conti, non fosse nient’altro che un “filosofo senza opera”, ricordato per una serie ristretta di volumi, alcuni determinanti, ed un’altra più composita di inediti pubblicati in due volumi una decina di anni fa in Francia e che vengono proposti da qualche tempo anche in Italia. E’ il caso di questo inedito del 1978, Marx nei suoi limiti (Mimesis, pp.157, €13) i cui contenuti erano stati pubblicati parzialmente in Italia in Discutere lo stato dalla De Donato di Bari e in un quaderno del Manifesto per un editore romano, Alfani, ormai introvabili. Althusser amava definirsi un “agitatore politico in filosofia”. Distinta per natura e ampiezza di obiettivi dalla propaganda, la sua agitazione si opponeva alla filosofia nel tentativo di produrre degli effetti e cambiare il corso della congiuntura politica e culturale. Alla fine degli anni Sessanta, quell’agitatore politico cercava di occupare posizioni nel campo politico e teorico. Pensava in termini di strategia quasi militare, ogni passo doveva essere fatto per conquistare l’egemonia sulla scena universitaria e su quella politica. E in effetti il decennio successivo fu definito da molti “althusseriano”. La sua era una lotta per l’egemonia, ma ebbe esiti alterni. Althusser cercava di definire la specificità della “filosofia marxista”, una nozione che rimarrà sempre al fondo della sua riflessione. Abbandonata l’idea iniziale della filosofia come “teoria della pratica teorica”, una specie di utopia positivistica che vedeva nella filosofia la “scienza delle scienze”, approdava all’idea di una filosofia marxista “scientifica” usata dalle classi subalterne come strumento teorico nell’ambito della lotta di classe. Ne usciva l’immagine di un Marx scienziato che Althusser utilizzò con grande efficacia, anche per sottrarla all’ “umanesimo antropologico” di Feuerbach (che conosceva per averlo tradotto) e portare Marx al rifiuto di “ogni fondamento filosofico nell’uomo, nella natura dell’uomo”. Era il momento in cui l’anti-umanesimo di Heidegger scuoteva l’antropocentrismo che si era impadronito del soggetto e della riflessione filosofica e formulava una speciosa ontologia, Adorno con feroce ironia la definiva kitsch, che era una reazione all’angoscia soggettiva della trasformazione della società in un contesto di alienazione e di funzionalizzazione totale dell’individuo alla macchina di produzione capitalistica. L’agitatore che non si sentiva a suo agio nelle vesti curiali del filosofo individuava invece nell’occultamento di tale contesto e nella disuguaglianza nella redistribuzione della ricchezza il carattere della filosofia, la sua ideologia, il cui compito era di far accettare al soggetto l’ordine economico nell’illusione di essere padrone della sua vita. Contro la filosofia che voleva la società prodotta dalla volontà di un soggetto, Althusser rivelava che essa era in realtà il prodotto di un processo senza soggetto, in altre parole della dinamica dei rapporti di classe. “In tutto il mondo mi si accusò di strutturalismo - scriverà post res perditas nella sua autobiografia L’avvenire dura a lungo - di giustificare l’immobilità delle strutture nell’ordine costituito e l’impossibilità della pratica rivoluzionaria, quando invece abbozzavo una teoria della congiuntura”. In Marx nei suoi limiti, e a dispetto di quanto affermava nel saggio introduttivo di Leggere il Capitale sulla rottura epistemologica tra il giovane Marx e quello del Capitale, Althusser sostiene invece che rimangono ancora elementi di hegelismo nell’“unità fittizia” dell’ordine di esposizione del Capitale. Partendo infatti dall’elemento più semplice e astratto, il valore, per arrivare a quello concreto del processo di sfruttamento del capitale, Althusser scorge in Marx una dialettica hegeliana rovesciata che lo avrebbe condotto a un’interpretazione “economicista” dello sfruttamento. Una nuova frattura si presentava all’interno del Capitale riproducendo, sia pure su basi diverse (l’astrazione determinata), il rapporto con la Scienza della logica di Hegel, ma anche quello con Feuerbach a cui Althusser attribuiva ancora l’ispirazione del capitolo sul feticismo. Althusser affrontò il biennio 1976-1978, caratterizzato dall’ “euro-comunismo” e dalle posizioni revisioniste dei partiti comunisti francese e italiano rispetto a buona parte della storia del marxismo, in maniera fortemente polemica, ma anche facendo ricorso all’autocritica. Autocritica, parola con un passato pesantissimo, ma che egli usò nei termini di una critica di sé che in francese ha una tradizione razionalistica che va da Bayle a Voltaire. Il movimento di questa critica contava su ragioni fortemente esistenziali e penetrava ancora una volta nel lavoro teorico in un vorticoso processo di ridefinizione la sua giovanile ipoteca teorica idealistico-positivistica. “Finalmente qualcosa di vitale si libera dalla crisi e nella crisi del marxismo!” disse al convegno di Venezia, organizzato dal Manifesto e dove, nel novembre 1977, convennero numerosi esponenti della sinistra intellettuale europea anche d’oltre cortina. Althusser riconosceva così non solo la crisi politica del marxismo, esploso dopo la svolta del XX congresso del Pcus nel 1956, ma anche il suo smarrimento teorico. Era tuttavia una crisi da interpretare dialetticamente perché “per la prima volta nella sua storia può diventare oggi l’inizio della sua liberazione”. E in quella crisi affrontava l’altra questione spinosa: la teoria marxista dello stato. Tornava la sua amara ironia quando ridicolizzava le “piccole equazioni di Gramsci” (Stato=coercizione+egemonia) ma lo faceva, forse, più per amore della polemica contro alcuni intellettuali che per un’effettiva liquidazione del filosofo italiano con il quale sosteneva di essere in ottimi rapporti ancora nel 1970, quando spiegava la propria teoria sugli apparati ideologici di stato. Per Althusser il marxismo contava su una teoria dello stato, ma che doveva essere ripensata all’altezza della congiuntura. Era escluso che si reggesse solo su un’idea negativa del potere: una volta preso, bisognava distruggerlo. Non era del tutto vero, oppure era solo una semplificazione eccessiva. Gramsci, e prima ancora Lenin, avevano sostenuto la distruzione dello stato come distruzione delle forme del dominio o di subordinazione già dentro lo stato borghese. Le obiezioni anti-marxiste non coglievano il problema reale della teoria: se è vero che il corpo dello stato è costituito dalle masse, non è detto che possa funzionare ammettendole immediatamente nei propri apparati. C’è bisogno di egemonia. E di tempo. Schiacciato dalle necessità della guerra civile e del comunismo di guerra, lo stesso Lenin cedette e tornò sui suoi passi, sostiene Althusser. Il marxismo era rimasto fermo per anni su questo “limite assoluto” della teoria. Il colpo di coda tardivo della crisi politica iniziata un ventennio prima portava lo sconcerto di quei limiti nei tardi anni Settanta, nel cuore stesso della teoria, come in quello del suo principale attore: il partito. L’interruzione brusca e, se si vuole, drammatica con la quale termina Marx nei suoi limiti è l’esatta rappresentazione del rompicapo di Althusser: si può dare lotta di classe senza partito? E si può dare un partito (comunista) se non esiste più quella politica? La crisi era matura, ma fu solo l’anticipazione di quella liberazione critica all’ombra della quale viviamo ancora oggi.(R.C.) |
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