Il Blog di MercurioCrs

MercurioWebLogIl Blog di MercurioCrs MercurioCRSLa newsletter del CRS |
![]() Una "scienza" sottratta all'utopiaUltima modifica: sabato 24 giugno 2006 Guido Carandini in "Un altro Marx. Lo scienziato liberato dall’utopia" (Laterza). Marx viene qui rivestito nuovamente di un camice bianco da scienziato della società che analizza le dinamiche storiche del capitale che sono oggi certo diverse (quello statunitense non è quello asiatico, per non parlare di quelli europei), ma seguono la stessa struttura economica. Al centro la teoria del valore-lavoro, sempre lei, sulla quale si sono versati fiumi di inchiostro Marx dopo i marxismi. E’ la parola chiave della nuova onda di studi su Marx che attraversa da qualche tempo il dibattito. Come interpretare questa distinzione? Desiderio forse di liberarsi di un secolo e più di storia in cui è stato detto molto di Marx? Se così fosse, separare Marx dai marxismi sarebbe solo un’operazione di malafede, segnata con ogni probabilità da un intento revisionista, e anticomunista al fondo. Se si vuole tornare al testo di Marx, e di esempi recenti ce ne sono (innanzitutto R. Finelli, Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx, Bollati Boringhieri, più indietro R. Fineschi, Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del “capitale”, La città del sole 2001) la distinzione tra Marx e i marxismi deve essere intesa in termini dialettici: prima il testo, poi le interpretazioni. Ma l’uno senza l’altro non esistono. Una storia del testo marxiano, e delle sue interpretazioni, è inevitabile per restituire Marx al suo tempo e noi al nostro. Anche Guido Carandini in "Un altro Marx. Lo scienziato liberato dall’utopia" (Laterza, pp.196, €15) invoca uno spirito nuovo per rileggere Marx all’altezza dei tempi. Già autore di libri su Marx, docente di dottrine economiche e deputato del Pci, Carandini fa la sua scelta: preferisce Marx ai marxismi, ma non fa altro che riproporre un’idea di Marx secondo un marxismo ben definito, quello rivendicato in Italia da Della Volpe e Colletti, in Francia per un certo periodo da Althusser. Marx viene qui rivestito nuovamente di un camice bianco da scienziato della società che analizza le dinamiche storiche del capitale che sono oggi certo diverse (quello statunitense non è quello asiatico, per non parlare di quelli europei), ma seguono la stessa struttura economica. Al centro la teoria del valore-lavoro, sempre lei, sulla quale si sono versati fiumi di inchiostro. Diciamolo subito: per Marx la teoria del valore-lavoro è una tesi politica, non una legge economica, o un mezzo di interpretazione scientifica dei fenomeni sociali. Se fosse pensata come una legge economica, cioè dal punto di vista della scienza dell’economia capitalistica, infatti, il valore-lavoro sarebbe un errore: il valore non ha alcun corrispettivo nei prezzi delle merci. Se fosse invece interpretata come legge scientifica della società, il lavoro non sarebbe altro che la spiegazione deterministica di un comportamento pensato in funzione della sua utilità economica. E’ il vecchio tranello dei riformisti che si ostinano a vedere nel Capitale un trattato di economia politica, quando invece è una critica dell’economia politica. Il lavoro è infatti per Marx l’unica forza che rende omogenea la società, ne misura il valore, è fin dal principio l’elemento vivente che permette alla macchina della produzione di funzionare. Il lavoro in Marx viene prima del capitale, il capitale è condizionato da quella “sorgente viva” del valore che è appunto il lavoro ed in base al quale si misura l’esistenza stessa del valore in una società capitalistica. In Marx, allora, il lavoro è la misura del valore perché la classe operaia è la condizione del capitale. Vale qui, ancora una volta, richiamare l’ordine della lettura delle opere di Marx che si è affermato dopo la pubblicazione in Italia di Operai e capitale di Mario Tronti (Einaudi). Il Capitale deve essere letto, filologicamente e storicamente, insieme ai Lineamenti per la critica dell’Economia politica (Grundrisse) nei quali Marx mostra la massima consapevolezza del meccanismo di produzione di capitale, ma anche, e soprattutto, del passaggio politico della forza-lavoro a classe operaia. I Grundrisse, nella loro forma di monologo ininterrotto, sembrano un libro molto più avanzato del I e del III libro del Capitale che Carandini invece considera la tappa finale del Marx “scienziato sociale”. Qui il lavoro non è mai una forza oggettivata, mortificata nelle sue determinazioni dalla schiavitù della produzione. A Marx non interessa svelare semplicemente la legge economica che rende la società capitalistica superiore a quella feudale, ad esempio, ma individuare il punto in cui quel sistema di produzione e di potere può essere dissolto dall’emergenza di una soggettività politica, quella operaia. In questo senso, e contrariamente a quanto Carandini sembra attribuire allo stesso Marx nel dialogo iniziale che apre il suo libro, è da escludere che Marx abbia stabilito un’ora X nella quale il sistema capitalistico crollerà. Marx ha fatto tutto il contrario: è il processo di produzione a produrre la sua stessa contraddizione politica, il comunismo altro non è che la forma conflittuale della lotta di classe che si dà direttamente nel capitale. La forma politica di questa contraddizione non è mai stata compresa dai riformisti se non come astratta regolazione economica del conflitto sociale attraverso politiche di redistribuzione della ricchezza sociale guidate dallo stato. Per questa ragione è da escludere che Marx sia il teorico del crollo del capitalismo in vista dell’affermazione salvifica di una società comunista nella quale i produttori siano liberi di dotarsi di un ordine sociale più giusto. Quest’ultimo è piuttosto il riflesso sbilenco e millenarista condizionato di tutta una serie di studi, il più famoso è quello di Karl Löwith “Significato e senso della storia”, citato dallo stesso Carandini, che attribuisce a Marx una visione della storia di tipo provvidenzialistico. La necessità della fine del dominio capitalistico è data dal rifiuto del lavoro salariato, o meglio dalla sottrazione del lavoro alla contraddizione del capitale. In questo compito della classe operaia si riscontra, è evidente, tutta la contingenza che è politica prima che economica, della lotta tra capitale e lavoro. Una contingenza drammatica, dagli esiti non certo prevedibili, ogni conflitto che si rispetti non ha quasi mai un lieto fine. Ci sono stati nel XX secolo, e questo Carandini lo rivendica, degli esiti democratici del conflitto, ma sempre passeggeri: il patto keynesiano che ha permesso al movimento operaio, e dura sino ad oggi sia pure con molte difficoltà, una cittadinanza negli apparati dello stato e una redistribuzione della ricchezza. Ma oggi non più, anche queste vecchie certezze, che sembrano sempre più privilegi di una aristocrazia marginale, vacillano. La nuova forza-lavoro dissolta nelle fabbriche dello sfruttamento post-fordista, milioni di precari solo in Italia, non sembra vantare una soggettività politica. Ciò però non significa che entrambi possano fare a meno della contraddizione che sta alla base del capitale. E quindi della politica che li spingerà a lanciare i dadi e a scommettere nuovamente sulla loro esistenza dentro e fuori dalla società capitalistica. (R.C.) |
|
Sito realizzato da |