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![]() Grammatiche politiche per una nuova sinistraUltima modifica: sabato 24 giugno 2006 Roberto Finelli, "Tra moderno e postmoderno. Saggi di filosofia sociale e di etica del riconoscimento", Pensa, 2005. Quando si torna a parlare del 68 e della stagione dei movimenti chiedersi se si tratta di un’operazione-nostalgia destinata a intonare l’inno del come eravamo. Sempre più spesso, ormai, quella stagione fa rima con una metafisica della gioventù che tutto ha detto e nulla ha lasciato ai posteri. Roberto Finelli è uno di quei filosofi che il 68 lo hanno fatto dall’altra parte della cattedra, ma non per questo hanno rinunciato a vedere le potenzialità di quella stagione. Anzi, col tempo hanno maturato uno sguardo disincantato che permette di rimettere le cose nel loro giusto ordine. Quella stagione, è la tesi del nuovo libro di Finelli "Tra moderno e postmoderno. Saggi di filosofia sociale e di etica del riconoscimento" pubblicato dall’editore leccese Pensa (pp 349, €19), rappresenta a tutt’oggi una tragedia. La tragedia del mancato incontro tra la cultura dell’individuazione, elaborata dalle minoranze più raffinate e creative dei movimenti e quella dell’eguaglianza rappresentata dalla tradizione del comunismo storico. L’una, che aveva cominciato ad articolare una teoria dei bisogni non limitata alla bisognosità materiale ma allargata al valore dell’autenticità, cioè al diritto d’ognuno al riconoscimento d’un proprio progetto di vita, non omologabile a quello di altri. L’altra che, accanto alla scuola pubblica, e in qualche modo alla prima Rai, quella di Bernabei, aveva svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo antropologico e culturale (dimenticare Pasolini?) dell’allargamento della democrazia in Italia. C’è chi sostiene, e non da ieri, che quella cultura dei movimenti diede sfogo all’ansia di narcisismo e di spoliticizzazione di una società fortemente schierata che avrebbe trovato nella “Milano da Bere” e in Drive-In l’approdo sicuro per il regime del conformismo di massa in cui viviamo. Finelli è invece tra quelli che pensano che i movimenti siano state le principali vittime di questa strategia di neutralizzazione alla quale ha partecipato involontariamente la cultura e l’etica di un’antropologia della penuria tipica della sinistra italiana. Basata sul soddisfacimento paritario e senza differenze dei bisogni di tutti, questa cultura spinse la politica comunista a permanere nella cornice della valorizzazione dell’eguaglianza, dimenticando però le esigenze di una maggiore individuazione (desideri, bisogni e stili di vita dei singoli/e). La mancata fecondazione di queste due culture venne alimentata da una duplice mancanza teorica: se da una parte c’era un partito degli intellettuali che ragionava sulla triade De Sanctis-Croce-Gramsci, facendosi tentare da un marxismo umanista più che dall’analisi della potenza astratta e spersonalizzante del capitale, dall’altra c’era invece la tentazione di esaltare l’“operaio massa”, o “l’operaio sociale” che, aggiunge Finelli, si rifaceva sia ad una matrice positivistico-tecnologica (l’idea cioè che ad ogni trasformazione produttiva del Capitale corrispondesse una valorizzazione delle potenzialità antagonistiche ed eccedenti della forza lavoro – l’operaismo) che di prometeismo fichtiano-gentiliano. Per Finelli queste culture hanno percepito, ma solo con ritardo, la natura del passaggio dal moderno al postmoderno del capitale. Un capitale che al giro di boa del millennio si è fatto sempre più astratto e impersonale tanto da produrre direttamente anche il simbolico, cioè le rappresentazioni e le ideologie più diffuse del senso comune. L’obiettivo dei saggi raccolti in questo volume è quello, ambizioso, di fornire una nuova grammatica politica ed antropologica alla sinistra per comprendere il cambiamento avvenuto negli ultimi anni. A partire da una rinnovata mediazione tra marxismo e psicanalisi (già peraltro affermata nella recente introduzione di Finelli al libro di Herbert Marcuse, Psicoanalisi e politica, pubblicato dalla Manifestolibri). Oggi, scrive Finelli, una nuova politica dell’emancipazione non può non fare i conti con i due inconsci che circoscrivono la vita del singolo: quello individuale che nasce dal corpo emozionale e quello sociale che nasce dal capitale come soggetto astratto. In tempi in cui la politica di centro-sinistra sembra irrinunciabilmente riassunta in formule organizzative, quella del partito democratico, Finelli la immagina come una dimensione organizzativa che si faccia contenitore delle sperimentazioni di una antropologia e di una prassi che legano l’asse verticale (il rapporto tra la mente e il corpo) con l’asse orizzontale (relazione io-altro/i) della soggettività. L’unica soluzione, a suo avviso, che tiene conto degli enormi spazi che attraversano la vita di ciascuno e che, essendo inconsci, sono, come suggerisce Freud, senza linguaggio. La tensione di Finelli verso la politica si è fatta, con gli anni, sempre più etica. Un’etica intesa come condizione trascendentale, ineliminabile di esistenza per le classi subalterne. L’etica senza politica rimane confinata ad una forma di consolazione dall’esclusione e dalla precarietà, ma la politica senza etica non riuscirà mai seriamente a creare un nuovo incontro tra le culture dell’individuazione e quelle dell’eguaglianza, né a ripensare i luoghi dell’organizzazione politica come occasione per sperimentare sia la libertà dell’individuo di interagire con il proprio Sé, sia il coraggio di entrare in una relazione sociale di riconoscimento o di disconoscimento, di amore o di odio con gli altri. (R.C.) |
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