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La storia controcorrente di Nicola Massimo De FeoUltima modifica: sabato 24 giugno 2006 N.M.De Feo, Ragione e rivolta. Saggi e interventi 1962-2002(Mimesis 2005).Il tragico e il rivoluzionario in un filosofo la cui produzione non è stata solo scientificamente cospicua, ma senz’altro radicalissima nel progetto generale e negli esiti. La sua solitudine fu solo la conclusione non scontata di un’avventura del pensiero che fece dell’inattualità la propria cifra geniale Roberto Ciccarelli
A leggere l’appassionata prefazione di Toni Negri al volume postumo Ragione e rivolta. Saggi e interventi 1962-2002, (Mimesis, pp.339, €19), curato da Ottavio Marzocca, la vicenda di Nicola Massimo De Feo sembra sospesa al filo di un mistero. Com’è possibile, si chiede Negri, che un pensiero che oggi riaffiora dagli scritti sul margine di una produzione che non è stata solo scientificamente cospicua, ma senz’altro radicalissima nel progetto generale e negli esiti, abbia potuto maturare a Bari dove De Feo insegnò filosofia morale dal 1971 al 2001? Una domanda che racchiude il rovello di questo filosofo, ma che forse non coglie ciò che, in fondo, mistero non fu, perché quella solitudine fu solo la conclusione non scontata di un’avventura del pensiero che fece dell’inattualità la propria cifra geniale. Fu un pensatore innanzitutto nietzschiano, De Feo, la cui inattualità rispetto al contesto in cui viveva e lavorava era di sicuro stridente. Di quell’inattualità egli fece l’elemento principale della sua filosofia, ma anche della sua militanza politica. Già negli anni Sessanta, infatti, nell’esperienza microfisica che fece nella dura battaglia politica e giudiziaria condotta per conto del Pci come membro del consiglio d’amministrazione dell’ospedale di Barletta che portò all’arresto del suo direttore, De Feo interpretava la militanza anche nel segno di una denuncia della deriva burocratica e verticistica in cui il partito si trovava coinvolto. La freddezza del partito fu l’evento scatenante che lo portò a ripensare la propria militanza politica, ma anche su un piano diverso a capire come, nonostante la destalinizzazione, il socialismo rimaneva una risposta omogenea alle varie forme “riformiste” che il capitalismo aveva elaborato con le politiche keynesiane e lo stato sociale. Ugualmente importante a questo proposito è un altro evento, sospeso tra finzione e realtà, che De Feo raccontava. Il suo primo viaggio a Berlino nel 1961, poche settimane dopo la costruzione del Muro, lo ricordava bene. Era appena arrivato in treno a Foggia e venne derubato di tutto. De Feo scelse di proseguire. Arrivato a Berlino Est, trovò una città asserragliata, palpabile era la guerra fredda appena incominciata. Passò per necessità la notte all’addiaccio e s’imbattè in un gruppo di militari che sembravano volerlo assalire per violentarlo. In quel momento, il mondo del socialismo reale si trasfigurava davanti ai suoi occhi: pur avendo soddisfatto i bisogni della sopravvivenza quotidiana aveva amplificato i segnali della frustrazione sessuale. Riconsiderando successivamente, quell’episodio accedeva alla dimensione della mitologia e ne guadagnava dal punto di vista ermeneutico: il riformismo “democratico” o “totalitario” incidevano sull’individuo fino ad espropriarlo perversamente della soggettività e cancellarne i bisogni. Era questo l’elemento potente del suo pensiero: usare la memoria per leggere la storia mettendo in prospettiva i suoi eventi minimali in un pensiero che rifletteva la forma interiore di una realtà profondamente conflittuale, mostrandone da un lato la disumanità e dall’altro scoprendone le ragioni storico-sociali. Anche il suo pensiero seguiva lo stesso ritmo. Partendo da una sperimentazione del tutto peculiare, quella dell’incontro tra fenomenologia ed esistenzialismo praticata da Giuseppe Semerari, uno dei fondatori della rivista Aut Aut e protagonista di una lettura fenomenologica del marxismo insieme a Enzo Paci, De Feo aveva metabolizzato Nietzsche al punto di assumerne integralmente lo spirito: comprendeva la storia in tutto il suo peso procedendo controcorrente, smascherandone i valori esistenti e rovesciandone la verità dominanti. Era questa tensione radicale, espressa nei volumi scritti nel giro di una manciata di anni, Kierkegaard, Nietzsche, Heidegger. L’ontologia fondamentale del 1964 e Analitica e dialettica in Nietzsche del 1965, che attraversava il suo pensiero e lo allontanava dal ruolo di professore universitario, spingendolo piuttosto ad una critica radicale dell’istituzione accademica insieme ad un uso non accademico ma addirittura sfrontato delle sue fonti. Forte di questa sensibilità De Feo s’immerse nei nuovi movimenti. Seguì a distanza le esperienze di Potere Operaio, del Manifesto e poi del Pdup maturando contemporaneamente la coscienza di una militanza alternativa a quella del partito comunista. Questa scelta controcorrente lo portò a registrare il bisogno di apprendimento diffuso che nasceva accanto e ai margini della comunità politico-culturale che si appoggiava a Bari sulla sezione universitaria del Pci che all’epoca contava sette-ottocento iscritti, sulla casa editrice De Donato e si diffondeva nel marxismo, variamente attraversato da istanze critiche, nei corsi di alcuni influenti intellettuali come Giuseppe Vacca, Franco De Felice e Arcangelo Leone De Castris. Con un gesto radicale De Feo iniziava invece a ragionare sulla storia dell’altro movimento operaio a cui dedicò per oltre vent’anni una ricerca forsennata e di cui si conoscono solo parzialmente i risultati di una pesca miracolosa. Agli studi iniziali sul dibattito politico nella Germania dell’età bismarckiano-guglielmina di cui l’Introduzione a Weber (1970), Weber e Lukàcs (1971) e Max Weber (1975) rappresentano i contributi più importanti apparsi in Italia sul sociologo tedesco, aggiunse più tardi Riformismo, razionalizzazione, autonomia operaia. Il Verein für Sozialpolitik 1872-1933 (1992), affresco storico dei lavori dell’associazione per la politica sociale guidata da Sombart e Weber, in cui apparve tutto il suo spessore di ricercatore. Sulla base dell’analisi critica della razionalizzazione che aveva investito lo stato e trasformato l’operaio massa in agente funzionale della produzione capitalistica, De Feo articolava il passaggio ad una nuova figura sociale che rifiutava tale razionalizzazione: l’operaio sociale, quella fascia di intellettualità diffusa che incontrava giornalmente nell’università di massa e vedeva debordare in molte città europee. Per ragioni legate alla mancata industrializzazione del Mezzogiorno, per l’operaio sociale che De Feo incontrava valeva molto di più la rivendicazione dei bisogni e la ricerca di una liberazione individuale, che il rifiuto del lavoro imposto all’operaio massa dalla razionalizzazione capitalistica. E questo fu il rovesciamento di un’antropologia consolidata ispirata anch’essa al produttivismo per cui solo nelle zone di sfruttamento intensivo della forza-lavoro si può dare la nascita del soggetto anti-capitalistico. Fu in quel magmatico e frenetico libro del 1992, L’autonomia del negativo tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale, che De Feo coniugò invece l’operaismo di Panzieri, Tronti, Negri, Ferrari Bravo con la tradizione della rivoluzione sociale teorizzata dagli anarco-comunisti Johann Most, Joseph Peuckert, Arnold Roller, e poi dall’autonomo tedesco Karl Plättner, in cui l’elemento fondamentale dell’opposizione alla “sussunzione reale” del capitale ai danni della società era la rivolta prima individuale e poi collettiva contro la repressione sessuale, linguistica e patriarcale degli apparati di stato e del capitale sul corpo e la mente del soggetto. L’incontro con l’operaismo fu certamente determinante per reinquadrare i suoi studi sulla Kultur dell’intelligenza liberal-borghese (Spengler, Weber, Sombart, Troelstch, Thomas Mann, Heidegger e Jaspers) e di quella comunista (Bloch e Lukàcs, che studiò a lungo). De Feo coglieva la coscienza del processo di espropriazione radicale dell’essere umano ridotto a forza-lavoro del capitale (la “deiezione” e l’ “impersonalità” dell’essere di cui Heidegger parlava in Essere e Tempo). Fu allora che scoprì nei Grundrisse di Marx la risorsa essenziale per superare le spinte hegeliane e idealistiche che imperversavano nel marxismo teorico italiano spingendolo al rovesciamento del pensiero del negativo e alla distruzione dell’ideologia che da Kierkegaard a Heidegger aveva occultato le sue potenzialità liberatrici che De Feo traduceva invece nella contraddizione marxiana tra la “miseria assoluta” e la “possibilità generale della ricchezza come soggetto e attività” del lavoro vivo. Ridotto allo spettro di un corpo mutilato, represso sessualmente e scisso dai suoi bisogni, infatti, l’individuo si ribellava alla morale produttivistica borghese attraverso il movimento della trasgressione e della rottura integrale della propria identità ridotta a mera funzione del processo del capitale. De Feo formulava così un’antropologia politica basata sul corpo, sulla sua potenza e sui flussi desideranti che attraversano l’io, in cui il soggetto del lavoro vivo in quanto “sorgente viva del valore” reagiva all’espropriazione del capitale con le lotte contro il lavoro e per la liberazione sociale. Ciò gli permise di dare al suo discorso un risvolto politico immediato che utilizzò anche in chiave di una critica marxiana a Freud sulla base della lettura dell’Economia libidinale di Jean-François Lyotard, dell’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari e della trilogia della sessualità di Michel Foucault. Negli anni del “pensiero debole” la sua fu una resistenza teorica. Non rinunciò mai alla critica della coscienza chiara e distinta dell’intellettuale engagé, preferendo far affiorare le mille voci segrete delle soggettività minori che incontrava nell’università, piuttosto che impartirgli la linea di condotta. Nei fatti De Feo non avrebbe mai costruito filiere teoriche e nemmeno una “scuola”, ma riuscì ugualmente a far tracimare questo sapere fino agli anni Novanta quando, con il movimento della “Pantera” l’intelligenza di massa si manifestò per l’ultima volta nell’università prima di disperdersi nelle fabbriche diffuse del precariato. Il mistero De Feo si schiarisce così in una ben precisa storia degli intellettuali forse ancora tutta da scrivere. Tragica fu la chiusura di un ciclo di lotte, e forse di una stagione culturale, che lo indussero alla solitudine, ma non a rinunciare alla propria inattualità rispetto allo spirito del tempo. Ed è all’interno di questa storia che egli cercò di riavvicinare i poli della contraddizione tra rivoluzione sociale e politica, tra sovversione individuale e collettiva, che in fondo fu la vera questione del suo pensiero. |
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