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![]() La rivoluzione è un lancio di dadiUltima modifica: sabato 24 giugno 2006 Gianfranco La Grassa, "Gli Strateghi del Capitale" (Manifestolibri). Il comunismo è una scommessa simile a quella che Pascal fece sull’esistenza di Dio”. “Tornare a Marx? No grazie. Dico di più: se è possibile bisogna andare anche oltre Lenin”. Gianfranco La Grassa ha scritto molto di Marx, e di Lenin. Non si può sostenere certo che abbia qualche preclusione di tipo politico o teorico per i due capisaldi della storia del movimento operaio. Docente di economia politica a Pisa e a Venezia, ha scritto numerosi volumi sulla crisi del marxismo degli anni Settanta fino a condurre, nel decennio successivo, una critica delle ideologie contemporanee che annunciavano svolte epocali e predicavano la fine della storia. Oggi torna con un nuovo libro Gli strateghi del capitale. Una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin (Manifestolibri, pp.191, €18) che parte da una premessa la cui sostanza politica è controcorrente. Almeno per una parte cospicua della sinistra. Gran parte del marxismo novecentesco, e con esso i partiti e i sindacati del movimento operaio, ha vissuto nella convinzione che la classe operaia fosse il fulcro della trasformazione e destinata a diventare dominante, anche numericamente. Per La Grassa questa convinzione oggi, come ieri, è infondata. La classe operaia, anche di recente, ha condotto battaglie sacrosante per migliorare la propria condizione, ma non è mai stata il soggetto sociale capace di riassumere i bisogni di un’intera società e di guidare lo sviluppo del capitalismo moderno. La Grassa si cimenta poi in una breve ricostruzione del profilo sociale e ideologico della classe operaia nel Novecento. Partendo dalla scommessa politica del secolo scorso: raggiungere l’egemonia attraverso il progresso democratico e riformista sostenuto dai partiti comunisti (e socialisti) e dai sindacati. Una scommessa che ha prodotto un “riformismo redistributivo” delle risorse in un settore della società, quello dei “ceti medi a basso salario”, i lavoratori dipendenti dell’industria. Il realismo della dirigenza comunista, unito all’idea di una classe operaia come soggetto della trasformazione economica e civile di un paese, condusse la maggior parte delle socialdemocrazie europee dei paesi capitalisticamente avanzati a confondere l’iniziale aumento delle masse lavoratrici con l’ineluttabilità di una presa egemonica sulla società da ottenere attraverso un lento, ma continuo processo democratico di tipo riformista e consensuale. Per La Grassa, questa teoria – che corrispondeva ad una linea politica molto precisa– ignorava non solo la gigantesca ristrutturazione capitalistica avvenuta dalla metà degli anni Settanta, ma anche la formazione di “ceti medi intellettualizzati dei servizi”, “i soggetti della produzione mentale, intellettuale” – insomma il cosiddetto “terziario avanzato” portatore di altre istanze, spesso nemmeno politiche. Fu un processo imponente, scrive La Grassa, che ebbe enormi contraccolpi sulla composizione sociale di quella stessa classe, estendendo la sfera della produzione a settori della società talvolta lontani dalla sua storia e dalla sua mentalità. L’idea che la classe operaia sia l’unico soggetto della trasformazione sociale fa parte di una dottrina elaborata inizialmente dal “Papa rosso” Karl Kautsky, colui che Lenin ha definito “rinnegato” per aver spinto la socialdemocrazia europea ad appoggiare la prima guerra mondiale. Davanti al degrado delle organizzazioni dei lavoratori salariati, Lenin comprese che la classe operaia, lasciata a se stessa, avrebbe portato ad una lotta di tipo soltanto redistributivo (del reddito, delle condizioni di vita e di lavoro) senza intaccare l’egemonia capitalistica. Fu così che il capo della rivoluzione russa prese congedo da un marxismo improntato ad un economicismo piatto e deterministico, basato sullo sviluppo delle forze produttive. Così non fu per i dirigenti del movimento comunista mondiale i quali, a dispetto di Lenin che non aveva portato la sua critica a Kautsky fino in fondo, aderirono all’idea che, dopo avere preso il potere in paesi a basso grado di sviluppo capitalistico, si dovesse procedere all’industrializzazione e a fare crescere la classe operaia perché decisiva per la transizione al comunismo. La rivoluzione culturale cinese, scrive La Grassa, “fu l’ultimo sussulto agonico di questo marxismo-leninismo”. E aggiunge che il comunismo, oggi, “non è una necessità storica”, “il futuro è invece del tutto aperto” e “noi non saremo mai la levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere del capitalismo”. La constatazione per cui oggi nessuno è in grado di indicare i tratti di una società alternativa al capitalismo, aggiunge La Grassa, spinge ad un anticapitalismo etico e irrilevante dal punto di vista politico. E i conflitti di classe diventano il prodotto di una competizione all’interno della “classe dominante” per la conquista dell’egemonia “sul modo di produzione”. Il comunismo è una scommessa”, conclude La Grassa, “simile a quella che Pascal fece sull’esistenza di Dio”. Con la differenza, aggiungiamo noi, che Pascal scommetteva con se stesso. Noi, invece, dovremmo scommettere sui conflitti capaci di rovesciare – lì dove è possibile - la separazione tra chi comanda e chi è subordinato e non solo prendere posto in platea per applaudire il film diretto dai papaveri delle élites globali. Il biglietto, ormai, costa troppo. Mentre un certo tipo di scommesse talvolta portano con sé spettacoli più sovversivi di questo film già visto.(R.C.) |
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