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La nazione, questa incompresaUltima modifica: sabato 4 febbraio 2006 Claudio De Fiores, «Nazione e costituzione» (Giappichelli). Storia di un concetto tra le due sponde dell'Oceano. Da territorio che si costituisce in popolo a forma politica dell'ethnos; da fonte dello stato a finzione per legittimare il «dominio del terzo stato» Qualcuno ha scritto che è il problema più importante e tuttavia malposto che ci sia ai nostri giorni. Vuoi perché, ormai, da Jürgen Habermas a Toni Negri, da David Held a Étienne Balibar, nel dibattito internazionale capita sempre più spesso di parlare della crisi dello Stato-Nazione piuttosto che di un suo futuro, ma anche perché è un tema al quale i giuristi, i politici, senza dimenticare i filosofi, hanno sempre attribuito definizioni fuorvianti, concezioni erronee, se non proprio tentazioni razziste. Claudio De Fiores, giurista dell’università di Napoli, ha dedicato a questo tema un importante studio, Nazione e costituzione (Giappichelli, pp. 389, €40), primo volume di un’opera che si propone un viaggio nella storia del concetto dal XVI secolo ai nostri giorni. Ma allora cosa farne della nazione? Per De Fiores il ruolo storico e costituzionale dello (stato)-nazione non è quello di rifondare il vincolo etnico, ma quello di trasformare la “nazione di sangue” in “nazione di cittadini”. Un esito che, rivela De Fiores nelle sue conclusioni, pur prestandosi a combinazioni variegate dovute a contesti geopolitici differenti, può essere riassunto nel conflitto tra una via autoritaria e una via democratica alla nazione. La preferenza per quest’ultimo modello ispira senz’altro il libro di De Fiores e si articola in quattro nuclei storico-tematici. Il primo è quello che congiunge, nella costellazione della cultura umanistica europea – a partire cioè da Machiavelli, Erasmo, Botero, Guicciardini fino a Campanella – la nazione al concetto di “patria”. Una congiunzione tipica che deriva da un doppio vincolo di appartenenza: alla comunità nazionale e all’organizzazione istituzionale di uno stato, la Repubblica. Il secondo è quello che trae origine da Vico, il primo non solo ad avere distinto nella sua Scienza nuova prima (1725) la nazione da una dimensione esclusivamente etnica per integrarla con il concetto di “popolo”, ma anche ad avere dimostrato che questo concetto è “un fenomeno storico e non naturale”, che deriva da particolari circostanze politiche e non spirituali. Solo a partire dall’illuminismo francese, la nazione diventa sinonimo di costituzione e unica fonte di legittimazione della sovranità. A partire dall’illuminismo francese e da Benjamin Constant, la nazione diventa sinonimo di costituzione. La nazione viene considerata l’unica fonte di legittimazione della sovranità sia dai sostenitori della ghigliottina che dai protagonisti della reazione monarchica assiepati sugli spalti del Congresso di Vienna. Diversa, per De Fiores, la situazione dall’altra parte dell’Oceano dove da poco era stata celebrata la rivoluzione americana. Qui l’ideologia della nazione assume le sue dimensioni globali. I Padri Fondatori (da Jefferson a Hamilton) a Filadelfia nel 1776 avevano intrapreso un’altra strada: la nazione è il territorio che si fa popolo e ne rivendica l’indipendenza. Una definizione che avrebbe nel secolo successivo trasformato la politica e la storia del costituzionalismo. La nazione diventa così il fondamento razionale del diritto e della politica e si sviluppa con l’aiuto delle leggi fatte dallo stato e con l’esercizio dei diritti da parte del “popolo sovrano”. Due rivoluzioni, quella francese e quella americana, che usano la nazione per riempire di contenuti il grido contro il privilegio sociale e a favore dell’autogoverno democratico e dell’indipendenza territoriale contro le vecchie potenze coloniali. Ma tutto ciò per un breve periodo. Negli Stati Uniti, scrive De Fiores, il mito della frontiera produrrà una nazione dimezzata che accoglie una popolazione di schiavi e discrimina le donne, gli indiani e gli afroamericani. Per l’Europa, la nazione dei cittadini sognata da Robespierre assumerà in breve tempo gli asfittici connotati della “nazione del Terzo Stato”, espressione del dominio della borghesia, per poi trasformarsi nella “Grand Nation” di Napoleone. Nell’esperienza tedesca la nazione coincide con il Volksgeist, l’incarnazione della sintesi tra popolo e spirito e tra etnia e politica. Era la reazione alla penetrazione della teoria rivoluzionaria francese della nazione in Germania. Qualche decennio dopo Georg Jellinek criticherà la visione “troppo denigratoria” di Hegel e tornerà a connettere la nazione allo Stato, evitandone tuttavia ogni commistione. Stato e nazione rappresentano infatti per Jellinek due “essenze” separate: per il maestro di Heidelberg lo stato è ancora un’entità naturale, personale, detentrice della sovranità, mentre la nazione è un’entità storica. Ma è solo sulla scia della cultura marxista del primo Novecento, che l’idea di nazione, protesa fino a quel momento a neutralizzare il conflitto sociale, torna invece a sposare le rivendicazioni democratiche delle masse. Da Otto Bauer a Rosa Luxemburg a Lenin, la nazione diviene nuovamente soggetto politico capace di “autodeterminazione”. Il vincolo tra borghesia e nazione, evocato da Sieyès, viene così rotto a favore di un nuovo progetto che intendeva realizzare l’“uguaglianza dei diritti politici”, proclamata inutilmente dalla borghesia francese nel 1789, attraverso la costruzione del socialismo. Qui la nazione diventa oggetto di polemica politica ferocissima. Lenin criticherà aspramente gli esiti filo-nazionalistici dei partiti socialisti durante la prima guerra mondiale che avevano ceduto al principio di gerarchia fra i popoli del mondo e alla “retorica guerrafondaia”. Nell’età dell’imperialismo, scriveva Lenin, la politica non può più limitarsi all’arena nazionale ma deve privilegiare la prospettiva globale. Intuizioni preziose che il sopravvento in Europa del “nazionalismo razziale” nazi-fascista e la successiva guerra mondiale avrebbero però travolto.(R.C.) |
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