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Chomsky e Foucault cronaca di un dialogo tra sordi

Ultima modifica: sabato 4 febbraio 2006

Filippo Del Lucchese

Un colloquio diventato ormai "classico" e tradotto per la prima volta nella sua interezza dalle edizioni Derive Approdi in un libro titolato Della natura umana

“Lo sentite? Si direbbe un animale”. Con queste parole, ne La metamorfosi di Kafka, il procuratore spezza definitivamente la speranza di Gregorio, svegliatosi nel proprio letto col corpo di un insetto, di tornare a comunicare con la propria famiglia. La sua voce non era più compresa, benché a lui fosse sembrata abbastanza chiara.

Da quel momento Gregorio non appartiene più alla cerchia umana. La sua mente sembra ancora lucidissima ma il suo corpo non ha più niente di quella dotazione biologica che caratterizza l’Homo sapiens da almeno 40000 anni. Ridotto a uno scarafaggio, non è più capace di tradurre la facoltà di linguaggio in un discorso comprensibile. Qual è dunque, dopo questa eccezionale e grottesca ‘conflagrazione’ dell’identità materiale, etica e sociale di Gregorio, la sua natura? È ancora un uomo? È di nuovo un animale? Su questa soglia di crisi Kafka evoca, in modo geniale, i contorni di un problema filosofico e politico di enorme rilevanza, quello della natura umana e, più in particolare, del linguaggio come testimonianza concreta dell’appartenenza degli individui a una medesima specie.

È questo l’argomento di cui hanno discusso Noam Chomsky e Michel Foucault nel 1971 a Eindhoven, in Olanda, durante un’emissione televisiva. Un colloquio divenuto ormai un classico (non solo ai libri tocca questa sorte) e che viene pubblicato ora in italiano in edizione integrale (Della natura umana. Invariante biologico e potere politico, DeriveApprodi, 2005, pp. 135, 10€). Si tratta della prima e unica occasione in cui i due filosofi si sono confrontati e l’impressione che deriva dalla lettura è quella di un incontro volutamente mancato.

Le schermaglie che caratterizzano la prima parte più teorica, dedicata alla natura dell’uomo, si trasformano in aperto disaccordo nella seconda, sulle implicazioni politiche di quest’idea. L’importanza del testo è confermata dagli stimoli che ancora offre nei due ambiti, quello delle scienze cognitive e quello più propriamente politico. Ne da prova – un’eccezione nel panorama italiano – il progetto filosofico-politico della rivista Forme di vita (sempre edita da DeriveApprodi), che nei primi due numeri ha introdotto queste tematiche, sottolineandone l’importanza anche e soprattutto in una prospettiva di movimento. La questione in gioco è nientemeno che la seguente: è possibile comprendere e descrivere che cosa sia la natura umana intesa come invariante biologico, come ciò che permane nell’uomo al di là delle contingenze, delle epoche storiche, dei determinati modi di vita e di produzione? E in questo caso, quali conseguenze e quali progetti politici si possono dedurre da tale concezione?

Al riguardo la posizione di Chomsky, decisamente più loquace e a suo agio nel dibattito, deriva meccanicamente dalle sue ipotesi linguistiche, con cui dall’inizio degli anni ’60 ha contribuito in modo determinante all’attacco sviluppato contro il comportamentismo. La critica di Chomsky consiste nel rovesciare la dissociazione tra uomo biologico e uomo naturale. Per il filone culturalista, infatti, niente di ciò che nell’uomo è biologicamente invariante può influire sul comportamento e, più in generale, sulle costruzioni culturali, prima fra tutte il linguaggio. Ma proprio lo studio delle lingue viene messo a frutto contro le tesi comportamentiste. Ne risulta, con Chomsky, un vero e proprio «ritorno della natura umana», come sostiene Diego Marconi in uno dei saggi che costituiscono la postfazione del volume.

Questa categoria, a lungo denigrata, torna in auge mostrando ora l’infinita varietà delle lingue, delle culture, delle forme di vita, solo come una differenza di superficie sotto cui permane, invariato, un sostrato biologico da cui dipendono i processi cognitivi: sempre gli stessi, per noi come per l’uomo di Cro-Magnon. Da questa posizione Chomsky fa discendere (nel ’71 come ancora oggi) le proprie critiche al capitalismo così come un modello desiderabile di ‘società giusta’. Facendo leva sulla «creatività congenita» del linguaggio enuncia, in modo tanto risoluto quanto inefficace, il proprio manifesto anarco-sindacalista.

Si capisce allora il disagio di Foucault di fronte al rapporto fra natura umana e progetto politico, così ‘chiaro e distinto’ nel manifesto di Chomsky. Innanzitutto la natura umana, per il filosofo francese, non è un concetto scientifico, ma piuttosto un criterio o un «indicatore epistemologico». Non è utile né interessante (e forse impossibile) comprenderne quel tipo di significato, quanto piuttosto capire come, quando e perché nel discorso scientifico si affermi il concetto, creando un dominio, l’antropologia, separato da altri ambiti, come la teologia, la biologia, la storia.

Con Foucault, Stefano Catucci sottolinea nella sua postfazione come queste conclusioni affondino le proprie radici in un testo ancora inedito, la tesi complementare di dottorato dedicata all’Antropologia pragmatica di Kant, che si affiancava alla tesi principale, divenuta successivamente la Storia della follia. Foucault sostiene inoltre che la natura individuale, intesa come invariante biologico, si forma nella storia, entro e attraverso dinamiche materiali e contingenti. Entro, cioè, dei rapporti di forza, forgiata dalla disciplina del lavoro, nel corpo «intossicato da veleni», tanto alimentari quanto morali, a cui cerca incessantemente di resistere.

Forse solo Judith Butler si spingerà successivamente a un tale livello di radicalità, sostenendo che il sesso, non meno del genere, non è dato ma normativamente ‘costituito’ dalla capacità performativa del discorso. Non è possibile quindi, per Foucault, far leva su una determinata nozione di natura umana per fondare un programma di azione politica.

Ed è senz’altro salutare questa denuncia del riduzionismo insito in qualsiasi tentativo di dedurre il dover essere (etico, morale, materiale, poco importa¼) dall’essere, cioè dall’essenza della natura umana. Tuttavia sarebbe un grave errore, come sostiene Paolo Virno nell’ultimo saggio di postfazione – né con Chomsky né con Foucault – gettare il bambino con l’acqua sporca. Legare indissolubilmente ciò che nell’uomo si è biologicamente sedimentato come invariante (nel tempo immemorabile dell’evoluzione naturale) con ciò che è culturalmente costruito (nel ferro e nel fuoco del tempo storico) non autorizza a negare l’esistenza stessa di quell’invariante.

E qui sta l’interesse politico di una questione che potrebbe apparire solo filosofica o peggio antiquaria. Se il ‘materialismo storico’ del Foucault di Eindhoven (in un’accezione naturalmente ben diversa da quella tradizionale) tenta di far piazza pulita del ‘materialismo naturalistico’ à la Chomsky, il rischio è però, secondo Virno, di perdere la presa lasciando scivolar via il concetto di invariante biologico. Poiché questo consiste sostanzialmente nella generica facoltà di linguaggio, si fa irrinunciabile e urgente comprenderne a pieno la natura e le implicazioni proprio nel tempo presente. Nell’epoca, cioè, in cui la comunicazione e il linguaggio affiorano al centro dei rapporti di produzione capitalistici così come dei conflitti. Diventa determinante, «proprio ora», ciò che nell’uomo «da sempre» esiste, cioè l’innata e generica facoltà di linguaggio.

«Nessuno sa ancora – scriveva Spinoza – ciò che può un corpo». Nessuno sa ciò che può in termini di desiderio e di resistenza ma neanche, in modo ambivalente, in termini di sfruttamento o di alienazione. Uno storicismo radicale che, a favore dell’acquisito, si disinteressi completamente dell’innato rischia di perdere di vista tale questione. La posta in gioco è invece evidente, così come la profonda attualità del dibattito Chomsky-Foucault e l’urgenza di riprendere oggi le questioni qui sollevate: la natura sociale della comunicazione, le funzioni della sfera pubblica, le caratteristiche dell’azione politica e collettiva, in una parola la natura della moltitudine.

Se dal riduzionismo di Chomsky è illecito trarre conclusioni sull’essenza e le caratteristiche di un ‘mondo diverso’, la messa in prospettiva della critica foucaultiana suggerisce la necessità di indagare ulteriormente le ricadute politiche della facoltà di linguaggio, intesa a un tempo come invariante biologico della specie e come caratteristica della comunicazione nel tempo presente. L’esito di questo dibattito non è una conclusione ma la premessa e forse la condizione necessaria di una teoria politica della moltitudine. Senza portare a fondo questa riflessione, come per l’insetto di Kafka, il rischio è di finire a contemplarne, con mente in apparenza lucida, il corpo del tutto impotente.