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Una guerra culturale sotto i lumi di Broadway

Ultima modifica: mercoledì 24 maggio 2006

Il fascino esercitato sugli studiosi postcoloniali è bersaglio di sprezzanti attacchi per aver considerato il sapere scientifico un gioco linguistico «French Theory», l' appassionata vicenda di una costellazione teorica in transito tra le due sponde dell'Atlantico. Tra aspre critiche e successi editoriali

Roberto Ciccarelli

Nell’aprile del 1992 l’università di Cambridge propose a Jacques Derrida, allora 62enne, una laurea honoris causa in filosofia. Un nutrito numero di professori manifestò rumorosamente il proprio dissenso contro una filosofia, il “decostruzionismo”, che giudicavano “assurda”, “perversa” e “negatrice di qualsiasi importanza della scienza, della tecnologia e della medicina”. Ne seguì un dibattito irrituale che coinvolse l’intero corpo docente dell’università inglese e che si concluse con una votazione in cui prevalse una maggioranza di 336 voti favorevole a Derrida.

L’opposizione dei 204 professori di Cambridge a Derrida era il riflesso condizionato di una polemica trentennale che riesplose pochi anni dopo. Il fisico americano Alan Sokal pubblicò nel 1996 sulla prestigiosa rivista americana Social Text un saggio pieno di assurdità pseudo-scientifiche dal titolo indecifrabile: “Trasgredire le frontiere: verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica”. Fu lo stesso Sokal ad auto-denunciare la “ciarlataneria” scientifica del suo saggio su un’altra rivista, Lingua Franca, dimostrando che l’intera produzione accademica americana ispirata all’epistemologia e alla filosofia francese era un’idiozia, scientificamente parlando.

Fiero del successo del suo falso d’autore ripreso dai maggiori giornali europei, l’anno dopo Sokal pubblicò, insieme a Jean Bricmont, Imposture intellettuali (pubblicato in Italia da Garzanti) in cui accusava Derrida & Co., di rifiutare la tradizione razionalista dell’Illuminismo in nome di un relativismo cognitivo che vedeva nella scienza una mera “narrazione” della realtà. Sul “Manifesto” ne scrisse Marco D’Eramo (il 6 novembre 1996 e il 16 giugno 1999) il quale denunciò l’ingenuo “positivismo” ottocentesco di Sokal e di una parte significativa dell’accademia statunitense.

La guerra culturale franco-americana continuò senza esclusioni di colpi un paio di anni dopo la “fine” del secondo conflitto iracheno con la pubblicazione di un’antologia imponente, curata da Daphne Patal e Will H. Corral, Theory’s Empire. An Anthology of Dissent (Columbia University Press) nel quale la condanna della filosofia francese era accompagnata dal disprezzo per la haute cuisine servita nell’Esagono (ne ha parlato sul Manifesto Remo Ceserani il 10 e l’11 settembre 2005).

Europa-Stati Uniti. E ritorno. Perché l’insofferenza della filosofia analitica americana, vera disciplina dominante da decenni nella cultura anglosassone, nei confronti del “decostruzionismo” (meglio conosciuto come “postmoderno”), è solo l’ultimo atto della storia di un processo culturale globale iniziato negli anni Sessanta, quando il pensiero della differenza fu esportato da una provincia orgogliosa, la Francia, nel cuore dell’Impero. Una storia alla quale hanno partecipato pensatori e pensatrici di nazionalità diverse elaborando una nuova presa teorica, e politica, sulla realtà. Che oggi vale la pena raccontare.
Lo ha fatto senza alcuno spirito nazionalistico François Cusset nel volume French Theory (La Découverte, pp.380, €12,50). French Theory è una genealogia della polarità culturali franco-americana, una delle più importanti del pensiero contemporaneo. Un libro che descrive con ricchezza d’analisi, e una grande partecipazione etica e politica, un processo culturale che ha modificato il pensiero contemporaneo scrivendo un nuovo capitolo delle scienze umane e di quelle sociali.

Impara a guadagnare!

Se il terreno di contaminazione franco-americano fu l’esperanto anti-imperialista che gli studenti di Nanterre e della Columbia parlavano ancora a metà degli anni Settanta, il vero processo di ritraduzione (e trasformazione) del pensiero francese avvenne nella crisi del sistema universitario Usa.

Quello degli anni Settanta fu il decennio del ritorno all’ordine nelle università degli Stati Uniti. Con l’esaurimento del movimento studentesco e di quello contro la guerra in Vietnam, la recessione economica, gli studi universitari tornarono ad essere intesi come anticamera al mercato del lavoro. Due slogan anticiparono l’epoca della restaurazione reaganiana: “Learn to earn!” (Impara a guadagnare!) e il neologismo “multiversità” che indicava un’università lontana dai precetti della vecchia istituzione humboldtiana fondata sull’unità e sull’universalità del sapere.

L’università americana era la “fabbrica della conoscenza”: insegnare in fretta pillole di universo, downsizing dei docenti improduttivi, trattare i saperi che le 2550 università (e dei 15 milioni di studenti) come vettori di produzione di merci immateriali sul mercato mondiale della conoscenza. Hannah Arendt lo scrisse già negli anni Sessanta: l’insegnamento era diventato tecnica senza oggetto, più che trasmissione di un contenuto. Negli anni Ottanta, in piena controrivoluzione neoliberista, l’università divenne il vivaio per la crescita dei figli delle élites mondiali, mentre il mestiere di professore incarnava sempre più un ruolo neutrale. Era il rovesciamento dell’idealtipo del docente universitario immaginato da Jean-François Lyotard nel suo famoso libro La condizione postmoderna (Feltrinelli): non più il baluardo della resistenza all’egemonia del capitale dentro l’università, ma la sua trasformazione in burocrate della trasmissione di file pedagogici.

Un pensiero “forte”

Le facoltà umanistiche continuavano invece a perdere iscritti perché non erano più concorrenziali sul mercato degli studenti. Provarono allora a reagire, emancipandosi dalla tradizione austera del modernismo letterario, dallo scientismo logico-matematico di Bertrand Russel e di Rudolph Carnap, dal funzionalismo cognitivo di Hilary Putnam. Prima venne l’incontro con la teoria critica di Herbert Marcuse, giunta negli Usa con l’immigrazione degli intellettuali tedeschi della Scuola di Francoforte, ma quello con la filosofia francese fu il punto di non ritorno.

La French Theory piombò nella crisi di identità delle humanities e giocò il ruolo di prima attrice nella concorrenza tra atenei. Per l’università di Yale, Berkeley, Cornell o Irvine, il modo migliore per far brillare i nuovi prodotti parigini di importazione era quello di accaparrarsi una conferenza di Foucault o di Lyotard o di Derrida. Come nel basket o nel football, di cui le università statunitensi costituiscono da sempre il serbatoio inesauribile di talenti, ogni ateneo mirava a schierare la squadra migliore degli intellettuali francesi. I decostruzionisti di Yale scendevano in campo contro gli epistemologi della letteratura di Cornell, il team di Harvard contro gli studiosi postcoloniali della City University di New York.

La svolta avvenne tra il 1974 e il 1978 quando nacquero riviste come Semiotext(e), Diacritics, SubStance, che raccoglievano le esperienze parigine di Tel Quel e traducevano negli Usa Nietzsche, Marx e le avventure posthegeliane del pensiero della differenza. Per Cusset la teoria francese era attraente per almeno tre ragioni: era ispirata da un certo eroismo del ruolo dell’intellettuale; mescolava il bisogno della liberazione individuale con le lotte delle minoranze e soprattutto intercettava la cultura già postmoderna di William Burroughs o di John Cage, la poesia di Allen Ginsberg o l’etica-estetica beat di Jack Kerouac, senza trascurare le avanguardie video di Nam Jum Paik, quella teatrale del Living Theatre e quella dadaista di Duschamp, oltre alla pop art di Wahrol, inserendola in un “pensiero forte”: la filosofia della “decostruzione” di Derrida, la “schizo-analisi” di Deleuze e Guattari o la “critica al sapere-potere” di Foucault.

La French Theory guadagnava un’egemonia accademica intervenendo su un terreno sensibile: quello della frontiera che allora separava la contro-cultura dei movimenti dall’università. Parlava cioè all’esistenza e agli stili di vita degli individui, dava strumenti alla critica culturale e a quella della violenza (sociale, sessuale, epistemica), costruiva un terreno comune etico e politico per la nuova immigrazione degli intellettuali critici dall’India (Gayatri Spivak o Homi Bhabha) come dal Medioriente (Edward Said, il cui referente era Gramsci, ma che meriterebbe ben altro che una citazione). Una sfida colta parzialmente da intellettuali come Richard Rorty il quale partiva da posizioni pragmatiste alla John Dewey ed era sensibili alle piattaforme progressiste e riformiste della sinistra Usa.

L’esperanto della critica

Al principio l’effetto francese sull’università Usa fu disastroso. Cusset ripercorre la formazione di quella episteme letteraria fondata su una lettura pan-testualista diffusa negli anni Ottanta nelle facoltà umanistiche: per capire il mondo basta leggere i testi, perché in quei testi c’è tutto ciò che il mondo può offrire all’interpretazione e alla coscienza del suo interprete. L’attività della critica veniva ridotta a gioco linguistico e al relativismo narrativo (più che normativo) e vedeva nel discorso filosofico, letterario o storico solo dei racconti incastrati in una struttura metastorica. Era nato un nuovo gergo, il “Derridoodle” o il “pomo-lingo”, la parodia di un linguaggio scientifico fatta da Sokal e che ancora l’altro ieri i professori di Cambridge rimproveravano a Derrida. Se ne distaccò, per l’indubbio talento letterario e critico, il “quartetto di Yale”: Paul de Man e Harold Bloom i più conosciuti. E anche i più controversi.

Ma il vero banco di prova della French Theory negli Usa fu quello politico. Fu qui, avverte Cusset, che avvenne la politicizzazione della teoria, insieme alla sua definitiva relativizzazione. Se infatti Derrida e Foucault decostruirono in Europa le pretese dell’oggettività della teoria caratterizzata dal logocentrismo e dall’imperialismo della ragione europea, gli americani (in realtà gli intellettuali immigrati come la Spivak traduttrice inglese nel 1973 della Grammatologia di Derrida, 30 mila copie vendute in pochi mesi) misero in chiaro che ogni teoria non è altro che un dispositivo transitorio, tattico e politico. La visione del mondo dei colonizzatori britannici in India, ha costruito l’identità sessuale favorendo il dominio maschie, ma poteva essere anche usata per rovesciare il regime dell’enunciazione sociale che condannava i subalterni a pensare con le categorie dei dominanti.

Ritradotto e de-nazionalizzato il pensiero francese della differenza ispirò Corpi che contano o Gender trouble di Judith Butler secondo la quale i generi sessuali sono una costruzione continua di norme del controllo. Le drag queen ne smascherano l’artificio e ne fanno la parodia pubblica. Ma c’era un pericolo, avvertiva la papessa degli studi queer, Eve Kosofsky Sedgwick nel suo libro-culto Epistemology of the Closet: la teoria della differenza rischiava di diventare un feticcio perché favoriva un’illusione ottica: quella di rappresentare le minoranze, mentre riproponeva la logica autarchica del discorso universitario. Alla fine le “soggettività minori” venivano ridotte al ruolo di oggetto di studio e non di pratica politica della differenza.

Equivoci marxisti

Il problema della presa di parola da parte dei colonizzati, dei marginali, delle donne sollevato da Sedgwick era, ed è, politico. Ma per i teorici marxisti come Terry Eagleton e Alex Callinicos, il pensiero della differenza trasformava la lotta di classe in un mero problema di enunciazione. “Per rivendicare il diritto all’aborto – scrisse in maniera sprezzante Todd Gitlin – questi teorici pensano che basta travestirsi da Madonna”. Per Fredric Jameson, indubbiamente il teorico più interessante di questa generazione, la French Theory era limitata dal suo antiumanesimo estetizzante. Dagli Usa questa insinuazione rimbalzò persino in Italia: Deleuze e Lyotard erano nemici di Marx perché con la loro “economia libidinale” e “desiderante” incarnava le caratteristiche del nuovo capitalismo degli anni Ottanta. E offrivano una via d’uscita anarchica e irrazionale.

Era un errore politico, commenta Cusset. Non solo perché Derrida, e il decostruzionismo, recepirono splendidamente Marx (Spettri di Marx, Raffaello Cortina e gli studi della Spivak sul diritto) all’interno di una vasta lettura sui temi della giustizia (di cui ormai Forza di legge, Bollati Boringhieri, è un caposaldo). Ma era anche una sottovalutazione sociologica del problema di fondo che vivevano gli intellettuali emigrati negli Usa dai paesi appena decolonizzati, come dall’Europa: arrivare ad un programma di emancipazione improntato ai principi dell’illuminismo (democrazia, costituzione o nazione), facendo però attenzione a de-occidentalizzare i concetti di questa tradizione e a sottolineare la violenza della teoria sui colonizzati trasformandola in strumento di negoziazione politica con i dominanti. Qualcuno allora capì che la critica dell’autorità non doveva limitarsi alla critica dell’istituzione universitaria o dell’autore, ma doveva mordere anche le caviglie del potere.

Un pensiero globale

Le femministe e i teorici americani della decostruzione hanno messo il pensiero della differenza contro se stesso, ampliando la sua portata strategica alla critica della politica novecentesca della rappresentazione, del popolo, della nazione. Hanno messo in chiaro che viviamo in una comunità che non può essere assoggettata ai concetti totalizzanti della nazione sovrana, del mercato globale o delle riterritorializzazioni identitarie aggressive, ma vive di sperimentazioni viventi tra singolarità e differenze.

Fino ad oggi abbiamo pensato che da Oltreoceano giungessero soltanto gli ordini del giorno fissati dalle agende multiculturaliste o da quelle dei neocons americani. Invece, dietro le file disordinati della scolastica testualista e del gergo della critica letteraria, riemerge oggi un pensiero composito, esplorativo e pratico che mira alla rottura di ogni idealismo metafisico, di ogni scientismo positivista, di una morale totalitaria. E’ un pensiero che si libera dei referenti negativi del Padre ed è una macchina etica che serve a Harvard, come a Roma o a Parigi, per deprogrammare il risentimento, l’odio di sé e per gli altri, ma anche la nostalgia per l’epoca eroica della lotta di classe che oggi porta all’inazione e alla rassegnazione politica.

E’ accaduto negli Stati Uniti tra gli anni Settanta e Novanta. E continua ad accadere ai quattro angoli del pianeta E continua ad accadere ai quattro angoli del pianeta, come dimostra il fenomeno editoriale rappresentato da Impero di Michael Hardt e Toni Negri, i quali riprendono la tradizione sedimentata negli Stati uniti dalla French Theory e hanno usato il mercato editoriale statunitense come cassa di risonanza di un pensiero critico corrispondente al tempo della globalizzazione. La French Theory rimane una cassetta degli attrezzi utile a decifrare le operazioni del potere e l’imposizione delle norme. Ed è utile per creare nuovi concetti per la resistenza e per la vita dei dominati, delle minoranze, delle donne e degli uomini.

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