Sei in: Home / Testi / Le recensioni / Filosofia / Ipotesi sul baricentro Foucault

Ipotesi sul baricentro Foucault

Ultima modifica: giovedì 2 marzo 2006

Filippo Del Lucchese

Judith Revel Michel Foucault. Expériences de la pensée (Bordas, Paris, pp. 253, € 19) è un libro che, per chiarezza espositiva, precisione argomentativa e rispetto del testo foucaultiano, si presenta davvero come uno dei migliori lavori in circolazione

Di fronte alla curiosità di un colto viaggiatore occidentale, il governatore dell’isola di Glubbdubrib non lesina certo i propri servigi. Sua Eccellenza ha la capacità di evocare lo spirito di qualsiasi persona defunta a cui si voglia porre qualche domanda. Dopo aver caldamente ringraziato Sua Altezza, il signor Lemuel Gulliver chiede di poter incontrare alcuni sommi poeti e filosofi del passato. Compaiono allora Omero e Aristotele, alla testa dei rispettivi interpreti e commentatori, uno stuolo tanto numeroso da non trovar posto nella scena negromantica superbamente disegnata da Jonathan Swift. La cosa più curiosa è la completa estraneità di quei due grandi dal gruppo di dotti e sapienti che li seguono, di cui non avevano mai sentito parlare. Molti di loro, inoltre, avevano ormai preso la decisione di risiedere nella zona più lontana degli inferi da quella abitata dai loro maestri, per un senso di colpa e di vergogna per aver stravolto completamente il loro messaggio.

Ancor più del traduttore, suggerisce con ironia Swift, l’interprete o il commentatore è il primo e più pericoloso dei traditori. Ma la storia della filosofia è per definizione composta di interpretazioni e commenti. Come sfuggire allora al pericolo di un accumulo incessante di nuove letture che spesso fanno vivere gli autori almeno tanto quanto fanno violenza alla loro opera? Le interpretazioni si susseguono, sono opposte l’una all’altra, pretendono novità assoluta spesso sull’unica base dell’“acume” di chi le formula e non, per esempio, su nuove conoscenze. Gli interpreti, inoltre, non si accaniscono soltanto l’uno contro l’altro, ma spesso anche sopra e contro l’oggetto del proprio studio. Una lettura empatica si sovrappone allora a un’analisi che sarebbe illusorio pretendere oggettiva, ma che si vorrebbe almeno rispettosa dell’imperativo dell’ascolto e attenta al testo, alle sue condizioni di produzione, alle intenzioni dell’autore.
Una delle questioni principali su cui spesso si dibatte, ad esempio, è quella della coerenza interna del pensiero di un filosofo.

La storiografia si è spesso sbizzarrita cercando di dare una spiegazione a ciò che può apparire di volta in volta un’incoerenza, un’ambivalenza, un’inspiegabile paradosso o un semplice “salto logico” nel percorso intellettuale di un autore. Sono naturalmente i “più grandi”, fra i grandi filosofi, a subire maggiormente questo lavorio interpretativo: Aristotele, per esempio, che è stato lungamente considerato un autore monolitico e sistematicamente imprigionato nel “canone” della tradizione. All’inizio degli anni ’20 è di Werner Jaeger, a partire dai frammenti e dai testi a margine, il tentativo – in seguito pesantemente contestato – di render conto dell’evoluzione del suo pensiero. Tentativo che si accompagna alla proposizione di un vero e proprio paradigma ermeneutico più generale, di carattere storico-genetico, attento alle discontinuità non meno che alla linearità. Machiavelli, ancora, ha dovuto subire l’incessante tentativo di un recupero che si voleva fin da subito parziale. Molti interpreti si sono sforzati in tutti i modi di separare Il Principe – considerato un’opera moralmente mostruosa e quasi di circostanza – dai Discorsi, testo cardine delle virtù civili e repubblicane, più coerente, secondo taluni, con una lettura ‘buonista’. E naturalmente Marx, per cui è relativamente recente la lettura, questa volta opportuna, che coglie le discontinuità all’interno del suo pensiero, in particolare la rottura epistemologica collocata ad esempio da Althusser negli scritti del 1845-46 e attraverso cui si consuma il distacco dall’antropologia feuerbachiana dei testi giovanili. La coerenza interna di un’opera, quindi, diventa un problema storiografico autonomo – e talvolta bizantino – che segna simbolicamente, ma non sempre legittimamente, l’ingresso di un autore nel pantheon dei “grandi”.

Fra i filosofi più recenti è accaduto e sta accadendo a Michel Foucault il destino di venir letto, riletto e interpretato a colpi di interpretazioni più o meno radicalmente discontinuiste. Complice, senza dubbio, la lenta, meditata e ancora incompleta opera di pubblicazione degli inediti corsi al Collège de France. Ma è complice anche la natura stessa dell’opera di Foucault, composta dalla serie dei libri pubblicati nel corso degli anni (da "Maladie mentale et personnalité" del ’54 a "Le souci de soi", terzo tomo dell’ "Histoire de la sexualité" dell’84, attraverso "Histoire de la folie à l’âge classique" del ’61, "Les Mots et les choses" del ’66, "Surveiller et punir" del ’75 solo per citare alcuni capisaldi) così come da una massa enorme di interventi, articoli, prefazioni, interviste che punteggiano in modo altrettanto significativo il trentennio di attività del filosofo (raccolti da Gallimard nei 4 volumi di Dits et Écrits, che solo una deprecabile miopia imprenditoriale ha impedito all’editore italiano di tradurre integralmente).

Il tema della discontinuità è al centro del recente volume di Judith Revel Michel Foucault. Expériences de la pensée (Bordas, Paris, pp. 253, € 19), che per chiarezza espositiva, precisione argomentativa e rispetto del testo foucaultiano si presenta davvero come uno dei migliori lavori in circolazione. Proprio il rapporto fra i testi “maggiori” e la “massa discorsiva” che comprende anche i testi “periferici” permette a Revel di far chiarezza e suggerire alcune tesi sul problema degli n-Foucault che una certa critica ha moltiplicato negli ultimi anni. Come per lo Spinoza di Deleuze, per cui esistono più piani di lettura, rappresentati da un diverso “movimento” delle proposizioni e degli scoli dell’Etica (una delle ipotesi, bisogna dirlo, tra le meno forti ma tuttavia non essenziale in questa lettura deleuziana, ormai classica e per altri versi formidabile), così Revel riconosce un fenomeno analogo nell’articolazione insieme evidente e contraddittoria dei libri e dei testi periferici. Tutt’altro che meramente compilativo, questo lavoro permette non solo di far luce sulle articolazioni fra i vari lavori di Foucault, ma anche di offrire spunti teorici innovativi sul rapporto fra alcuni concetti chiave del lessico foucaultiano come archeologia/genealogia, biopolitica/biopoteri, disciplina/controllo, etica/estetica (Revel è autrice anche di un "Vocabulaire de Foucault", edito per Ellipses Marketing nel 2002 e ha inserito un utile “Glossario minimo” dei termini foucaultiani in chiusura della sua monografia).

Sappiamo quanto Foucault rifuggisse apertamente dall’idea di dare vita a una “scuola”. Sappiamo quanto i movimenti del suo pensiero fossero bruschi, talvolta secchi, “di legno e di ferro” secondo la bella espressione usata da Deleuze nell’Abecedario, quasi a voler materialmente “scartare” la possibilità di essere racchiuso in questo o quell’alveo di identità teorica, di appartenenza scolastica o perfino di parentela ideologica. Valorizzando questa scelta intellettuale, tuttavia, il rischio è grande di produrre l’immagine di un filosofo senza storia e senza dialogo, un’icona più da galleria degli orrori esegetici che da manuale di storia della filosofia. Lo spazio interpretativo tra questi due estremi è comunque ampio e il lavoro di Revel consiste proprio in una sapiente cartografia del percorso – si potrebbe dire del “divenire” se il termine non fosse troppo abusato e quindi depotenziato – del pensiero foucaultiano.

La tesi è paradossalmente semplice: esiste un “baricentro problematico”, tra gli scritti maggiori e quelli periferici, che indica una coerenza interna all’opera del filosofo. Baricentro paradossale, perché questa coerenza si può riconoscere – dopo aver decostruito il complesso impianto delle cesure che la tradizione ha conficcato, come dei paletti, lungo l’opera di Foucault – in un vero e proprio “pensiero della discontinuità”. È un progetto coscientemente perseguito, che risponde alla volontà di sfuggire a un’idea lineare della storia della filosofia, sia estrinseca (il posto di un autore nella storia della filosofia) sia intrinseca (la coerenza interna del suo pensiero). Ma è anche volontà di sfuggire all’idea stessa di “continuità storica”, che sarà messa in pratica forgiando diverse metodologie di indagine, a partire dall’archeologia, attraverso la genealogia, fino alla “pratica filosofica”. La continuità che attraversa l’opera, quindi, deriva da una coerenza non lineare o, come precisa Revel, proprio dalla critica della linearità, dal rifiuto dell’identità, dall’avversione per ogni forma di unità sistematica del pensiero.

In questa luce si possono rileggere alcuni temi classici della storiografia foucaultiana, come il complesso rapporto con lo strutturalismo, l’abbandono progressivo della centralità del testo letterario a favore di un’estensione dell’indagine ad ambiti di natura non linguistica, così come il rapporto con alcuni autori con cui Foucault instaura un dialogo intenso durante la sua vita scientifica.
Di particolare interesse l’interpretazione del rapporto con Marx e il marxismo. Una delle esperienze più significativa, in questo contesto, è senz’altro la militanza di Foucault nel “Groupe d’Information sur les Prisons” (GIP). All’inizio degli anni ’70, in un’atmosfera profondamente marcata dal maggio ’68, a cui pure Foucault non ha assistito perché all’epoca in Tunisia, il filosofo prende parte alle attività del gruppo, il cui obiettivo esplicito è un nuovo tipo di presa di parola militante, l’apertura di un orizzonte conflittuale profondamente diverso dai tradizionali schemi di lotta e di contestazione.

Nell’esperienza del GIP, Foucault limita il proprio intervento “esperto”, in prima persona, da un lato riflettendo su una possibile ridefinizione del rapporto fra teoria e pratica, dall’altro con un obiettivo immediatamente politico, che non è quello di incrementare il sapere sociologico attraverso la pratica politica, ma di accrescere l’“intolleranza attiva” – spinozianamente l’indignazione – verso l’esperienza infame della reclusione e della repressione scatenata contro i detenuti (la lunga serie di rivolte, inaugurata a Toul nel dicembre del ’71, è il sintomo di questa guerra a bassa intensità così come dell’emergere di una nuova soggettività politica). Il pensiero di Foucault incrocia qui Marx e il marxismo in modo obliquo. Del marxismo contesta naturalmente una certa linearità e rigidità nella definizione dei soggetti tradizionali in lotta, che si accompagna a un’interpretazione teleologica della storia. Non è la lotta di classe a interessarlo, ma quel tipo di “uomini infami” che abitano le galere repubblicane, quella “plebe non proletarizzata” che eccede la categoria omogenea del proletariato classico e che viene continuamente ridefinita da istituzioni come la polizia, la giustizia, il diritto. Ma come è noto anche il giudizio su Marx, in alcuni scritti, è abbastanza netto. In Les mots et les choses, ad esempio, insieme al pessimismo di Ricardo, l’ottimismo rivoluzionario di Marx è descritto come una mera possibile figura del rapporto fra antropologia e storia, incapace di determinare qualsiasi rottura epistemologica di un certo rilievo.

Così, come sottolinea opportunamente Revel, è ancora più significativo veder riapparire Marx come un riferimento centrale nella successiva riflessione foucaultiana sul potere. A partire dagli stessi anni dell’esperienza del GIP, Foucault comincia ad approfondire un’analisi del potere interessata più al suo funzionamento che alla sua rappresentazione. La critica è rivolta a una concezione sovranista del potere, basata su schemi contrattualistici e giuridici. La natura del potere, sostiene Foucault, non è esclusivamente giuridica. La varietà dei poteri, le diverse figure del dominio che attraversano tutti gli strati e i rapporti sociali non hanno nella sovranità alcun massimo comune denominatore. Al contrario, la loro molteplicità e differenza è originaria, si potrebbe dire perfino immanente, giocata contro la pretesa trascendenza del paradigma contrattualista. Alcune pagine di Naissance de la biopolitique, il corso al Collège de France del 1978-79 (Nascita della biopolitica, Feltrinelli 2005) sono una vera e propria boccata di aria fresca contro un’idea ancora meramente negativa e trascendente del potere. Sono le pagine dedicate all’Homo œconomicus, a un David Hume quasi “spinozista” nell’affermare l’immanenza del principio di obbligazione, dei meccanismi del mercato e del “soggetto di interesse” rispetto al “soggetto giuridico”. Insieme al Pierre Clastres de La società contro lo Stato, sostiene Revel, è proprio Marx a essere utilizzato per affermare questa pluralità originaria del potere e ad aprire la successiva indagine sulla sua natura non solo coercitiva ma anche produttiva.

Sarebbe interessante, a questo punto, approfondire maggiormente le cause non solo del proficuo dialogo intessuto con questi autori ma, proprio a partire dal tema del potere e del possibile significato della resistenza, anche di alcuni “mancati incontri” di Foucault con gli autori dell’immanenza radicale. Se il passaggio dall’interesse per la disciplina a quello per la governamentalità fosse letto come una vera e propria cesura si capirebbe perché, ad esempio, Machiavelli sia rigidamente e indebitamente collocato da Foucault all’interno del primo modello (ad esempio, da ultimo, in Sécurité, territoire, population, il corso al Collège de France del 1977-’78, anche questo tradotto da Feltrinelli nel 2005). Sia considerato, cioè, come un autore che chiude la vecchia epoca della Ragion di Stato piuttosto che aprire quella di una nuova modernità possibile. Meno evidente il “mancato incontro” con Spinoza, nonostante la vera e propria rivoluzione storiografica che Foucault aveva sotto gli occhi, avvenuta nello spinozismo nel 1968-69, anno della pubblicazione dei lavori di Gilles Deleuze e Alexandre Matheron.

Se invece la governamentalità e, più in generale, l’analitica del potere, sono secondo la convincente ipotesi di Revel un passaggio all’interno di un percorso coerente, entro e attraverso un “pensiero della discontinuità”, questi mancati incontri assumono forse un tutt’altro significato teorico. L’interesse generico e a tratti perfino superficiale per Spinoza, ad esempio, rende ancor più “singolare” la riflessione del filosofo, facendo delle sue analisi un campo ancora aperto di indagine sul presente. Le conclusioni sul neoliberismo come cuore pulsante dell’“economia politica” della vita, la nascita della biopolitica a cavallo tra XVIII e XIX secolo sono davvero un problema presente, nel senso di ancora attuale e ancora irrisolto. Sono un crogiolo in cui forse poter mescolare degli “ingredienti” che Foucault stesso non ha impiegato, ma di cui ha reso possibile pensare la problematica entro un nuovo orizzonte e che a loro volta possono dispiegare le condizioni per sperimentare inedite pratiche di liberazione.

“Foucault e il GIP”

Un anno dopo la creazione, insieme a Jean-Marie Domenach e Pierre Vidal-Naquet, del Groupe d’Information sur les Prisons e all’indomani della rivolta nel carcere di Nancy, Foucault interviene il 17 gennaio 1972 in una conferenza stampa autoconvocata nell’atrio del Ministero della Giustizia, a Place Vendome. Elie Kagan, il mitico fotografo del massacro degli algerini a Parigi nel 1961 è presente con la sua macchina. Coglie dei volti sorridenti, fra cui si distinguono tra gli altri Claude Mauriac, Gilles Deleuze e Jean-Paul Sartre (si può vedere su questo Michel Foucault. Une journée particulière, Éditions Ædelsa, 2004, pp. 95, 15 €). Alcuni fra i principali intellettuali francesi scelgono la partecipazione diretta contro l’intollerabile situazione nelle prigioni. Attraverso gli scritti e l’attività nel GIP, Foucault rifiuta il ruolo dell’intellettuale inteso come “avanguardia” (Si veda il volume a cura di Philippe Artières, Laurent Quéro e Michelle Zancarini-Fournel, Groupe d’Information sur les Prisons. Archives d’une lutte, Éditions IMEC, 2003, pp. 352, 19 €. In italiano si può consultare ora Salvo Vaccaro, Biopolitica e disciplina. Michel Foucault e l’esperienza del GIP, Mimesis, 2005, pp. 222, 17 €, che contiene la traduzione di alcuni documenti del gruppo). Il lavoro pratico non è inteso dall’“intellettuale” Foucault come un arricchimento di quello teorico, come un complemento del sapere sociologico. Come si legge sul J’accuse, il giornale diretto da Sartre, lanciando il proprio lavoro d’inchiesta il GIP non intende “accumulare conoscenze, ma accrescere la propria intolleranza e farne un’intolleranza attiva”.