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Figure dell'immanenza

Ultima modifica: sabato 4 febbraio 2006

Alla scoperta della filosofia cinese. Delle sue grandi risorse e dei punti critici. François Jullien, Figure dell’immanenza. Una lettura filosofica del I Ching (Laterza) e L’ombra del Male. Il negativo e la ricerca di senso nella filosofia europeo e nel pensiero cinese (Angelo Colla editore)

Filosofo e sinologo, François Jullien persegue, ormai da vent’anni, una strada profondamente originale. Risalendo alle origini del pensiero cinese, alle sue singolari e misteriose origini filosofiche, chiarisce le sottigliezze generalmente travisate di quello occidentale e ne traccia allo stesso tempo le forti discontinuità. Autore di una quindicina di opere tradotte anche in italia, le ultime sono Figure dell’immanenza. Una lettura filosofica del I Ching (Laterza, pp. 295, €18) e L’ombra del Male. Il negativo e la ricerca di senso nella filosofia europeo e nel pensiero cinese (Angelo Colla editore, pp. 148, €19), Jullien segue un metodo comparativo che al principio può sembrare sorprendente.

Quando ad esempio contrappone a Aristotele, che considera la conoscenza il bene supremo della vita di un uomo, il taoista Zhuangzi che pensa al contrario che sia meglio rinunciare a conoscere. Zhuangzi “afferma che l’attività della conoscenza è estenuante – ci racconta Jullien – proprio perché è senza fine”. In altre parole, si può dire che l’esercizio del pensiero è rischioso per chi si avventura lungo il suo percorso? “Sì perché rischia di nuocere alla vita – risponde Jullien - Per questo il pensiero cinese non ha fatto propria questa fissazione occidentale per la conoscenza e per la verità. Com’ è noto, la corrente taoista pensa la vita come un capitale da proteggere. Essa insegna a conservare la vita e a trovare il modo di portarla alla sua massima espressione”.

Per chi è abituato a pensare la filosofia come ad una pratica improntata alla razionalità, con degli avversari ben precisi, un discorso tutto compreso nella rigorosità dei propri rimandi interni, il primo impatto con questa filosofia non può che essere sospettoso, per non dire improntato ad un giudizio liquidatorio. Ma Jullien avverte: non liquidiamola con sufficienza. Non si tratta di trarre dal pensiero cinese degli insegnamenti di vita pratica, quasi quasi a consolidare la via trionfante alla new age e la riscoperta di un esotismo culturale che dice molto dei bisogni esistenziali di chi lo cerca ma molto poco sul pensiero a cui si rivolge. “Rimango sorpreso dalla letteratura del cosiddetto “sviluppo personale” che trasforma in pseudo-mistica ciò che, nel pensiero cinese, è al contrario logico e coerente – aggiunge Jullien - La Cina non può essere la valvola di sfogo dell’Occidente”.

Dalle palestre, come dai gruppi ristretti di meditazione, giunge il consiglio, forse anche l’ingiunzione, a essere “zen”, siate “zen” cioè impassibili e pazienti nei confronti dei conflitti del mondo, sempre alla ricerca di un’armonia interiore che, chissà, dov’è finita. Ma il pensiero cinese, risponde Jullien, indica la strada della liberazione da ogni tipo di ingiunzione, di ogni dover-essere, foss’anche quello che obbliga a liberarsi dalla schiavitù. Un’immagine del pensiero costruita a immagine e somiglianza dell’Occidente, straordinaria macchina di costruzione di miti esotici e coloniali.

La Cina, infatti, fa parte integrante di quell’Oriente il cui pensiero, diceva Hegel, era infantile, incapace cioè di astrazione e affascinato solo dalla dimensione sensibile dell’esistenza. Grandiosa invenzione, quella del filosofo tedesco. Quella di un Oriente passivo, voluttuosamente abbandonato a un ozio edonista, molto vicino all’immaginario decadente di Flaubert o di Oscar Wilde con la sua Salomé. Da cosa è dovuta allora questa originaria diffidenza, questo fastidio, professor Jullien? “Dal fatto che l’esercizio del pensiero in Occidente è vincolato al raggiungimento della verità, al di fuori della quale non esiste attività speculativa”. In effetti, in Occidente, l’esperienza percettiva, quella speculativa, per non parlare della politica, sono tutte ordinate al raggiungimento della verità. E in Cina? “La Cina – risponde Jullien - non pensa la verità perché la verità è sempre il risultato di una opposizione. Questo significa che è un pensiero che rinuncia alla drammaticità dell’opposizione e si tiene strategicamente al di qua quando pensa alla questione dell’essere e a quella della verità”.

Quando l’abbiamo incontrato a Modena, nello scorso settembre, a François Jullien abbiamo ribadito il problema. Professore, riconoscerà insomma che è difficile continuare a pensare senza le grandi categorie del pensiero occidentale. Come si può infatti rinunciare alla facoltà della scelta, cosa significa in altre parole un pensiero che evita la verità? “Con questa domanda – mi ha risposto Jullien – anche lei tradisce una certa sudditanza al principio di non contraddizione”. Dice? In effetti… “Tenga conto che in Cina il pensiero è sempre una forma di saggezza – aggiunge Jullien – una saggezza che risiede nella scelta di non scegliere, tenersi in bilico tra le esperienze possibili e evitare di giungere alla scelta definitiva, drammatica, dove è necessario scegliere il vero e abbandonare il falso”.

Figure dell’immanenza, questo commento al testo sacro del I Ching, tradotto in Italia solo quest’anno ma uscito in Francia nel 1993, torna utile a chiarire i passaggi più insidiosi di questo pensiero. Jullien lo ha pensato come un’analisi del commento di Wang Fuhzi, uno dei grandi pensatori cinesi del XVII secolo, ad un libro noto anche come il “libro delle mutazioni” o delle “trasformazioni”, composto di un corpus centrale di natura sapienziale e da quattro commenti fatti da glossatori, tra cui c’è quello attribuito a Confucio (il cosiddetto “Gran commento”). Ciò che rende ai nostri occhi paradossale questo libro, scrive Jullien, è il rifiuto del concetto di trascendenza. Le conseguenze? Quella non da poco che non esiste un Dio, almeno nella forma personale e antropomorfica che noi abbiamo appreso dalla lettura della Bibbia. Certo, la “Via” indicata dal I Ching continua a indicare la dimensione dello “spirito”, che rimane “insondabile”. Ma, precisa Jullien, questo spirito coincide sintomaticamente con la realtà, o meglio con il processo che costituisce la realtà in cui viviamo. Ecco spiegata l’immanenza del titolo. Il libro coincide cioè “con il grande processo del mondo”, e questo significa che il suo contenuto non è garantito “da una verità interna, ma solo dalla capacità di adeguazione a questo processo”.

Se Esiodo apprende l’esistenza degli dèi dal canto della musa, se l’ “aedo” di Omero canta l’epopea originaria degli eroi che hanno fondato la civiltà, e la Bibbia in quanto messaggio della Rivelazione divina da cui scaturisce il mondo come lo conosciamo, in Cina non c’è una Parola divina, né un’epopea. In questo lato di mondo non esiste la trascendenza. E delle conseguenze ci sono, in effetti. La prima, sottolinea Jullien, è l’ideologia dominante del pensiero cinese, quella dei letterati che sono rimasti prigionieri dell’ideologia della Grande Armonia naturale, regolatrice, che ha impedito di produrre le condizioni politiche della libertà. “Il pensiero cinese non ha mai pensato il politico – conclude Jullien - Il politico è esattamente il luogo del confronto e dello scontro, è un luogo dove non c’è la possibilità di comporre le parti, ma quella di romperle. La cultura cinese lascia nell’ombra il politico, non ha sviluppato una teoria dell’emancipazione. La politica, come la filosofia, in occidente si costruiscono invece in base a una scelta che veicola necessariamente un’esclusione, un conflitto”.(R.C.)