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![]() Il mistero BaruchUltima modifica: sabato 4 febbraio 2006 Steven Nadler, L’eresia di Spinoza. L’immortalità e lo spirito ebraico, Einaudi. Chi era Baruch Spinoza? Un viaggio emozionante nel mondo segreto di un uomo mite ma con molti nemici Ci sono solo arbusti, erba, muschio e vialetti fangosi fra alberi ad alto fusto. Questo è il cimitero, vicino alla Nieuwe Kerk di Den Haag, la città sede del governo olandese e del tribunale penale internazionale affacciata sul mare del nord, dove oggi si trova la tomba di Baruch Spinoza. Qualche passo verso la parte posteriore, giusto dietro la chiesa protestante esposta a sud e a est, con le alte vetrate in pieno stile barocco, ed eccola: una pietra piatta a livello del suolo incastrata con una lapide verticale. Rispetto ad altre sepolture, quelle ad esempio di Karl Marx a Highgate a Londra o di Jim Morrison al Père Lachaise di Parigi, mete di un itinerario insospettabile del turismo culturale al tempo stesso un po’ macabro e un po’ pop, quella di Spinoza non sembra essere oggetto di un culto particolare. La tomba è disadorna, rosicchiata dal passaggio del tempo, si legge il nome del filosofo e poi l'iscrizione che recita: Caute! che in latino significa "Sta' attento!". Un consiglio perentorio da parte di un uomo che per tutta la vita ha seguito questa regola alla perfezione, pubblicando poco e soprattutto in forma anonima, rifiutando una cattedra di filosofia a Heidelberg, continuando a molare lenti nella casa di proprietà del pittore Van der Spijk, padre di sette figli e marito di una sarta. Oggi Paviljoensgracht, numero 72-74, è un viale alberato, a qualche minuto a piedi dalla chiesa Nieuwe Kerk, ma al tempo di Spinoza era un canale e casa Van der Spijk si affacciava sulle acque dell’Amstel. Nei colloqui con gli amici di un circolo ristretto, Spinoza rivendicava la libertà di pensiero: ogni uomo dovrebbe pensare ciò che vuole e dire ciò che pensa, certo, ma non così precipitosamente, non così in fretta. Ammonire non significa prevenire tutti i rischi. Anche da morto Spinoza non lasciò in pace i suoi invisibili nemici. Il Caute! della lapide recita da solo la sua lezione perché il suo autore l’ha lasciato incustodito. Il corpo di Spinoza fu quasi subito trafugato dalla chiesa protestante accanto alla sua attuale sepoltura, segno forse di un’estrema offesa ad un uomo tra i più cauti e democratici. Bada a quel che dici (e scrivi), altrimenti nemmeno le tue ossa si salveranno. In politica, e nel pensiero, ci vuole prudenza, almeno quanta ce ne vuole ad esprimere certe idee. Quel Caute! tornava costantemente nella sua vita, concludeva ad esempio ogni lettera che compone oggi il suo epistolario ed era impresso sotto il disegno di una rosa, era il suo motto ma anche, più in generale, regola di vita etica condivisa da un’intera generazione di pensatori. Che amavano tutti comunicare via epigrafe con i posteri. Chi si ricorda infatti di quella che Cartesio appose alla propria sepoltura nel 1650, ventisette anni prima della morte di Spinoza? “Bene visse chi ben dispose” che richiama a sua volta un verso del poema di Ovidio Tristia “Bene qui letulit, bene vixit”, ispirato anch’esso alla regola sempre attuale di Epicuro: “Vivi nascosto”. Un uomo mite con molti nemici, dunque. Oggi c’è un libro di Steven Nadler L’eresia di Spinoza. L’immortalità e lo spirito ebraico (Einaudi, pp. 257, €23) che lo ricostruisce ma alla fine quel mistero non riesce a chiarire. Per chi non difetta di curiosità e si trova ad Amsterdam può mettersi sulle tracce di questo “splendido mistero” che è sia politico sia teorico. In bicicletta si può raggiungere facilmente il cimitero ebraico di Ouderkerk, un borgo dove sorgono intere schiere di case estive sulla riva dell’Amstel, a pochi chilometri a sud di Amsterdam. Qui si può scoprire che la famiglia, ma non Spinoza, è stata seppellita insieme ai maggiorenti della comunità. Perché? Baruch Spinoza fu “scomunicato ed espulso dal popolo di Israele” a ventiquattro anni nel 1656 da un cherem pronunciato nella sinagoga dell’Houtgracht a Amsterdam, il più violento mai pronunciato in una comunità ebraica europea nel XVII secolo. Un bando che è proseguito anche dopo la morte. Nel paradiso olandese, a metà del Seicento, la vita poteva meritare di essere vissuta a condizione però di serbare per sé la giusta dose di libertà di pensiero ed evitare il veleno della persecuzione. Lo sapeva Cartesio che qui passò una parte della sua vita per evitare di scontrarsi con la Chiesa cattolica e la monarchia della madrepatria francese. Ma in silenzio, occultando il proprio pensiero. Quanto a Spinoza il silenzio divenne una scelta di vita, anzi un’apologia della dissimulazione per chi aveva superato la dottrina dell’immortalità dell’anima, dogma fondamentale rivendicato dalla comunità ebraica di Amsterdam, ma negava anche l’esistenza di un Dio ebraico e cristiano, nella versione cattolica e in quella protestante. Era ovunque, il Dio di Spinoza, ma non esisteva per coloro che lo confondevano con una persona a cui rivolgere la parola, confidarsi nel momento del dolore, elevare una preghiera per cambiare il risultato di una partita a dadi. Era nella natura come nel minuto esatto in cui questa parola viene letta, un minuto che è senza principio e senza fine. Qui e adesso. Sta’ attento uomo a non dire tutta la verità al potere e nemmeno ai sacerdoti dei culti divini a cui per nascita, o per cittadinanza, dovresti appartenere. Bada a quello che dici (e pensi), uomo, in un tempo in cui l’ordine sociale è anche fondato sull’osservanza di alcuni saldi principi teologici e la tua comunità ebraica, per non incorrere nell’ira delle autorità olandesi ospiti, tira le redini sui dogmi, soprattutto quello dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima. Ma Spinoza, ecco un altro risvolto del suo splendido mistero, non seppe mantenere il suo riserbo. Nadler riporta un aneddoto, la cui veridicità è testimoniata dai biografi di Spinoza, in cui si racconta che il giovane Baruch si lasciò andare con due altrettanto giovani amici a delle poco ortodosse considerazioni sull’esistenza di Dio e sull’immortalità dell’anima. Fu allora che i censori si attivarono e giudicarono solennemente il giovane Baruch. Che da allora cambiò il suo nome in latino, Benedictus. E il latino divenne la lingua per comunicare con il mondo di allora. Quello che ancora non torna in questo mistero, ribadisce Nadler, è la violenza del bando e i brevi accenni che Spinoza stesso fece della vicenda. Ciò che inquieta Nadler è la dissimulazione di Spinoza, il suo desiderio di sfuggire alla repressione dei teologi ebraici. In una comunità di conversos, cioè di ebrei sradicati dalle loro comunità portoghesi che per sopravvivere si erano convertiti al cristianesimo e, emigrati in Olanda da pochi decenni, si erano riconvertiti all’ebraismo, era una necessità politica reale. I rabbini Morteira e Aboab, pur in contrasto, avevano fissato delle leggi ferree per mantenere l’ordine, la dirittura morale e la pace con il proprio Dio. Pensavano ai loro confratelli ancora in Portogallo e tenevano a garantire a tutti la speranza di una vita oltre la morte. Numerosi furono le voci dissidenti come quella di Uriel Da Costa arrivato ad Amsterdam nel 1612, oppure quella di Juan de Prado e ancora Daniel Ribera. Incarcerati, esiliati, umiliati in pubblico per avere dubitato, non di Dio ma dell’immortalità di una vita ultraterrena. Spinoza non fu piegato dal bando, come gli altri. Non chiese di essere riammesso. Non preferì il comando dei sacerdoti alla sua solitudine. La stessa strategia di sottrazione al potere Spinoza la seguì con i politici istigati dai teologi calvinisti dell’Aia, che avevano già condannato il Trattato teologico-politico nel 1670 ed erano già pronti a scatenarsi contro l’Etica pronta nel 1675, e mai pubblicata. L’anonimato era l’ultima risorsa della dissimulazione che, non potendo essere perfetta, il suo ideale è infatti la mimetizzazione perfetta del pensatore, ricorre a quest’ultima maschera per rivendicare la propria libertà. Spinoza uscì dal recinto autoritario della sua comunità con un altro nome, cambiò città e si misurò con la più ampia, e complessa, politica olandese. Uno dei limiti di uno Stato tollerante, si sa, è riconoscere che anche la tolleranza ha i suoi limiti. Non per questo è legittimo agire con frode ma, come scrisse Torquato Accetto nella Dissimulazione onesta, “pur si concede talor il mutar manto per vestir conforme alla stagion della fortuna, non con intenzion di fare, ma di non patir danno”. E il danno divenne sinonimo della morte quando, nel 1672, il Gran Pensionario d’Olanda Jan de Witt, l’uomo che aveva trasformato l’Olanda in una repubblica, venne ucciso proprio a Den Haag insieme al fratello a colpi di mazze e coltelli, sospettato di avere tradito il paese nella guerra in corso contro la Francia. Il linciaggio fu completato in pubblico dove una folla abnorme festeggiò la macelleria dei corpi. La barbarie del nazionalismo riportò in Olanda la monarchia e con essa una più generale restrizione alla tolleranza dei pensieri critici. Sta’ attento uomo perché quel che dici da ora potrebbe essere usato contro di te. E Spinoza scriveva, in silenzio, idee inaudite. Aveva ribaltato i dogmi della piccola comunità ebraica sulle rive dell’Amstel: immortale non è l’anima, che non esiste, immortale è la natura in cui Dio e gli uomini condividono la medesima potenza, che è politica ma anche intellettuale. Un materialismo radicale, ma non ateo, che in politica dava vita ad una teoria della democrazia che non rinunciava all’uguaglianza tra governati e governanti e affermava la collegialità della decisione politica nella moltitudine. Con gli occhi ancora rivolti alla strage dei De Witt, Spinoza immaginava una moltitudine capace di obbedire solo a se stessa e non ai comandi di un sovrano, di prendersi la repubblica e governarla democraticamente, facendo le leggi e, nel caso, emendandole. Mancavano le parole, gliele prestò qualcuno qualche secolo dopo, era “il principio del comunismo” (Alexandre Matheron). Ma di quella democrazia radicale, “assoluta” così la chiamò Spinoza, allora era meglio tacere. Per continuare a essere libero e non morire. (R.C.) |
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