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Guerre sante in nome della libertà

Ultima modifica: domenica 22 gennaio 2006

Paul Berman, Terrore e liberalismo. Perché la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista (Einaudi,2004). Il dibattito sulla guerra per la democrazia in Medioriente non tocca solo la destra, ma scuote profondamente la sinistra americana, sino al punto che i neoliberali arrivano ad usarne gli stessi argomenti interventisti neoconservatori

I neoconservatori li conoscevamo. Ecco a voi i neoliberali. Entrambi credono che quella in Iraq sia «una guerra per la democrazia» perché, citando Woodrow Wilson, vogliono «rendere il mondo più sicuro per la democrazia». Si sentono liberali, sia nel senso filosofico, sia in quello specifico americano e di sinistra. E assomigliano come una goccia d'acqua ai cugini oggi politicamente più fortunati.

«L'America non potrà vincere la guerra contro il terrorismo - scrivono Richard Asmus e Kenneth Pollack, già consiglieri dell'amministrazione Clinton - se non attribuendo un ruolo centrale ai valori e ai principi del mondo occidentale». Ciò giustifica l'idea che quella attuale sia una guerra democratica contro le idee totalitarie che i «terroristi» vogliono imporre in Iraq. Michael Tomasky, editorialista del New York Magazine, sostiene che questo non significa rincorrere la destra sul suo stesso terreno, ma «adattarsi al mondo così com'è». La parentela evidente, anche se sdegnosamente rifiutata, degli argomenti per metà realistici e per l'altra metà idealistici dei neoliberali con quelli dei neoconservatori la si può leggere nel manifesto «Per cosa combattiamo» dell'Istituto per i Valori Americani, sottoscritto nel 2002 da sessanta intellettuali, tra cui Samuel Huntigton, Francis Fukuyama e Michael Walzer. Qui i «valori americani» non appartengono solo agli Stati uniti, ma rappresentano l'eredità condivisa dell'umanità e quindi la speranza per una comunità mondiale basata sulla convivenza pacifica. Una legge naturale rivendicata anche da sinistra, ha commentato maliziosamente il neoconservatore Robert Kagan, quando si è trattato di bombardare la Jugoslavia, il Sudan o l'Iraq durante l'amministrazione Clinton.

Il dibattito sulla guerra per la democrazia in Medioriente non tocca quindi soltanto la destra, ma scuote profondamente la sinistra americana, sino al punto che i neoliberali arrivano ad usarne gli stessi argomenti interventisti. Nel libro di Paul Berman, Terrore e liberalismo. Perché la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista (Einaudi, pp. 252, € 13,50), la guerra al terrorismo in nome dei valori democratici diventa una guerra contro il fascismo, rappresentato in Medioriente dal partito Baath in Iraq e in Siria e dal regime khomeinista iraniano. L'equazione fondamentalista islamico=fascista allude all'idea di un soggetto «nemico della civiltà» da rinchiudere a Guantanamo o da uccidere a Falluja e si rispecchia perfettamente nella dottrina della National Security di Bush (sarebbe comunque interessante sapere l'opinione di Berman sulle torture praticate da soldati americani nella prigioe irachena di Abu Ghraib, visto che hanno provocato reazioni negative nella destra neconservatotrice, ma sopratutto nell'opinione pubblica liberal che pure aveva appoggiato la reazione militare americana dopo l'11 settembre).

Il padre nobile del liberalismo americano, John Rawls, ha scritto pagine alquanto sorprendenti, ma utili per capire la natura dell'equazione. Nel volume Il diritto dei popoli (Edizioni di Comunità 2001), egli ha compiuto una distinzione, a dir poco problematica, tra «popoli liberali», occidentali, e «popoli non liberali», o «indecenti», in particolar modo mediorientali, che non riconoscono i diritti fondamentali dell'individuo. Ciò che rivela, ad un tempo, la natura cosmopolita e neocoloniale della società mondiale liberale descritta da Ralws, e ripresa nelle sue linee fondamentali da Berman, è l'idea che i popoli liberali debbano «tollerare» i popoli «non liberali», a condizione che rispettino i trattati internazionali, che non scatenino una guerra offensiva, onorino i diritti umani. Qualora appoggino reti terroristiche, gli stati occidentali hanno il «diritto di intervenire» ed abbattere gli «Stati fuorilegge», sospendendo l'ordine internazionale. La loro non sarebbe una guerra di aggressione, ma una guerra giusta per raggiungere la pace duratura tra i popoli. Come la «guerra antifascista» teorizzata da Berman che permette di annientare il nemico della civiltà proprio perché è «indecente», in altre parole al di fuori dei confini dell'umanità sanciti dalla razionalità politica occidentale. E, non diversamente da Michael Walzer in Guerre giuste e ingiuste (Liguori 1990), invocando l'«emergenza suprema», Berman auspica l'adozione di qualunque mezzo di distruzione preventiva del terrorismo in quanto nemico assoluto.

La guerra contro il terrorismo è dunque una guerra «ideale» in nome della quale la sinistra liberale deve liberarsi del suo vetero-relativismo culturale. A parere di Berman, infatti, non è possibile accettare l'idea che gli arabi vivano volontariamente sotto dittature grottesche e non siano capaci di immaginare un altro tipo di regime politico. In questo senso il liberalismo americano si distanzia da quello europeo: la democrazia è un istinto naturale che, se non riconosciuto, deve essere prima imposto dai suoi legittimi rappresentanti occidentali al di là di ogni differenza culturale e, poi, compreso da parte di quei popoli che non l'hanno ancora riconosciuta come regime naturale. L'intera storia del Novecento, aggiunge Berman, è la storia della lotta contro i «nemici acerrimi» del liberalismo. Ma questo neoliberale sembra ignorare che il liberalismo ha impugnato la teologia secolare della guerra contro il «Male assoluto» per imporre l'idea di una democrazia armata a difesa dei suoi stessi valori improntati alla tolleranza e alle libertà.

L'ottica di Berman è quella di un'idea puramente strumentale del diritto internazionale che non può esistere se non in funzione di una guerra per la democrazia, come quella contro il nazismo e il comunismo. La guerra al fondamentalismo è una sua variazione estesa ai paesi arabi. Il fondamentalismo islamico sarebbe nato dalle letture un po' pasticciate che i fondatori del panarabismo, al-Husri, dei Fratelli Musulmani, Hasan al-Bann, insieme allo scrittore egiziano Sayyd Quob, fecero della filosofia di Marx, insieme a quelle etno-nazionalistiche di Fichte, che sarebbero alla base del «totalitarismo comunista e fascista». Anche il «socialismo» del Baath troverebbe ispirazione nel nazi-fascismo, il quale si coniugherebbe con la teocrazia islamica rivendicata da Khomeini e dai whaabiti sauditi di Osama Bin Laden. Per queste ragioni, a dire il vero piuttosto imperscrutabili, la ricorrente analogia tra Saddam Hussein e Hitler, uno scioglilingua funzionale alla rappresentazione del nuovo nemico assoluto della civiltà occidentale dopo Milosevic, usata disinvoltamente nelle conferenze stampa del presidente Bush, non sarebbe del tutto estranea alle armi retoriche usate dal liberalismo politico contro Stalin durante la «guerra fredda».

Giungiamo così ad una conclusione paradossale: la garanzia militare dell'universalismo dei diritti umani coincide con l'eversione del diritto internazionale e l'imposizione di uno stato di eccezione permanente globale. Una soluzione che ricorda quella del despota di Montesquieu il quale, desiderando mangiare una mela (sconfiggere il terrorismo) decise di abbattere l'intero albero (la giustizia internazionale). (R.C.)