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![]() L'ombra della giustizia internazionaleUltima modifica: venerdì 5 gennaio 2007 Antonio Cassese, I diritti umani oggi (Laterza). Perchè il processo all'ex dittatore iracheno Saddam Hussein è illegittimo. I limiti e le contraddizioni della giustizia internazionale nell'epoca delle guerre per la democrazia. Chi lotta per i diritti umani e chi ne aprofitta della loro debolezza giuridica e politica. L'analisi senza illusioni di un grande giurista Roberto Ciccarelli Richard Dicker, il direttore del dipartimento per la giustizia internazionale di Human Rights Watch all’Aja, lo aveva denunciato per tempo: “Giudicare i responsabili irachene delle stragi di Saddam Hussein seguendo le regole attuali è un’occasione persa per giudicare Saddam e i suoi accoliti in maniera credibile agli occhi del mondo”. Già pochi mesi dopo il 13 dicembre 2003 quando, a due soli giorni dall’arresto dell’ex raìs iracheno, l’amministrazione americana diretta da Paul Bremer decise l’istituzione del Tribunale speciale iracheno per i crimini contro l’umanità commessi dal regime, l’organizzazione americana – insieme a numerosi giuristi esperti di diritti internazionale – aveva criticato una procedura che ignorava i diritti degli accusati, non offriva alcuna garanzia contro le confessioni ottenute sotto tortura e, soprattutto, rischiava di concludersi con la condanna alla pena capitale. L’esito del processo che è stato celebrato a Bagdad, nella sede di quello che fu il partito Baath, era scontato: Saddam Hussein doveva essere condannato a morte. Il presidente dell’Iraq Jalal Talebani ha annunciato per tempo che non avrebbe firmato la sua condanna alla pena capitale. Talebani ha sostenuto di essersi comportato allo stesso modo in altri 12 casi di condanna a morte. I suoi due vicepresidenti hanno firmato i provvedimenti al suo posto. Lui ha preso sempre un giorno di vacanza. Le preoccupazioni degli osservatori internazionali hanno avuto purtroppo un risvolto di sangue. Negli ultimi mesi del processo, infatti, otto legali, tra accusa e difesa, sono stati uccisi, mentre sono oltre mille e cento quelli che hanno lavorato dietro le quinte del processo e hanno deciso di lasciare l’incarico per timore di ritorsioni. Una delle vittime è un fratello del giudice Rizgar Mohammed al Amin, l’unico di cui si conosce l’identità in un tribunale composto da altri quattro membri. “Siamo molto preoccupati – disse John Pace, responsabile dei diritti umani della missione Onu in Iraq – per l’assassinio di due avvocati della difesa di Saddam e per il ferimento di un altro”. Pace teme che le carenze del sistema giudiziario iracheno, insieme alle condizioni nelle quali il tribunale speciale è stato creato, non permettono di garantire un processo che risponde alle norme della giustizia internazionale. “La legittimità di questo tribunale è criticabile sotto molti aspetti” ha affermato. La natura del crimine contestato a Saddam esigeva l’istituzione di un tribunale internazionale. Il parere di Human Rights Watch è noto: Saddam, come tutti coloro che sono accusati di crimini contro l’umanità, avrebbe dovuto essere giudicato da un tribunale che ha competenza sul diritto umanitario. Il modello proposto è quello di una corte mista composta per metà da giudici iracheni e per metà da giudici internazionali come è avvenuto in Sierra Leone dove un Tribunale speciale ha giudicati i fatti legati alla terribile guerra civile iniziata il novembre 1996 e ha spinto all’esilio in Nigeria il presidente Charles Taylor per sfuggire alla condanna. Un tribunale iracheno per i crimini contro l’umanità del regime saddamita non avrebbe dovuto però seguire il modello della Sierra Leone. Perché le vittime del regime sono superiori, si parla di 290 mila persone. Un ruolo fondamentale avrebbe dovuto giocarlo l’Onu nella raccolta dei fondi per il finanziamento del tribunale, evitando così di lasciare questo compito ai contributi volontari di un piccolo numero di Stati, come è avvenuto nel paese africano. La difficoltà di garantire una risposta penale legittima alle gravi violazioni del diritto umanitario spiega il fallimento del processo all’ex tiranno di Bagdad. In un’intervista alla "Stampa" del 20 ottobre 2006, e in un intervento successivo su "La Repubblica", Antonio Cassese, l’ex primo presidente del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, oltre a sostenere la necessità di un tribunale misto, ha denunciato il rischio di trasformare quello contro Saddam in un processo ispirato alla “giustizia dei vincitori”. Proprio come il processo di Norimberga e quello di Tokio. “Oggi abbiamo strumenti internazionali indipendenti e imparziali in grado di accertare la verità – ha detto - Non quella dei vinti sui vincitori, ma la verità”. La forte denuncia di Cassese deriva dalla contestazione della legittimità della genesi del processo contro Saddam, ma anche della decisione di non affidarsi alle istituzioni internazionali che dovrebbero intervenire in questi casi. La creazione della Corte penale internazionale, che risale all’inizio del 2003, ha colmato una lacuna esistente: nessun organo collettivo internazionale era sino ad allora intervenuto contro gli Stati, o gli individui, accusati di gravi crimini contro l’umanità. In Iraq sembra purtroppo che nessuno abbia voluto utilizzare questa possibilità. Rispetto ad un tribunale nazionale, quello internazionale presenta una serie di vantaggi. Antonio Cassese ne elenca alcuni ne "I diritti umani oggi" (Laterza, pp.259, €14), rielaborazione di un suo volume quasi omonimo pubblicato alla fine degli anni Ottanta. Un tribunale internazionale non soffrirebbe ad esempio delle pesanti ripercussioni che la guerra civile ha avuto sull’andamento del processo contro Saddam. Il procedimento per i crimini contro l’umanità, infatti, non dovrebbe avere un legame territoriale o con lo Stato (anche quello recentemente abbattuto). I giudici internazionali dovrebbero essere inoltre indipendenti e imparziali perché non legati in nessun modo alle atrocità che giudicano. Nel caso del processo iracheno, persino la nazionalità curda del giudice al Amin ha costituito – sia pur non a livello personale, almeno per quanto ne siamo a conoscenza – un oggetto di contestazione della regolare dinamica processuale. I giudici internazionali giudicano in base al diritto internazionale, mentre quelli iracheni lo hanno fatto osservando le norme incerte e pericolose di un codice che prevede la pena capitale per questi crimini. Un tribunale internazionale, infine, non conosce limitazione di mandato quando deve indagare su crimini che coinvolgono più paesi. Quello iracheno, invece, ha giudicato Saddam solo per l’invasione di un paese arabo (il Kuwait) e non per quella dell’Iran. Il processo a Saddam non ha espresso un giudizio teso alla stigmatizzazione di un comportamento deviante e gravissimo, nella speranza che ciò produca nei posteri un effetto deterrente, ma un intento “afflittivo”. Forte è il sospetto che il tribunale che ha giudicato l'ex dittatore abbia proseguito la guerra contro il vecchio regime con il linguaggio del diritto. L’universalità del diritto internazionale, e dei diritti umani, è spesso legata ai rapporti di forza. Questa verità sconcertante, ma quanto mai realistica scrive Cassese, impedisce alla comunità internazionale di funzionare come un sistema che sanziona abusi e deviazioni. Che cosa rimane allora dei diritti umani dopo che l’egemonia ha esercitato tutto il suo potere, le violazioni del diritto – anche quelle a fin di “bene”, cioè di un’idea imperiale della democrazia – hanno consumato tutti i margini di sostenibilità contenuti in un codice penale? Oggi come ieri, la “comunità internazionale” rimane sospesa a questa domanda. Questo consesso dall'incerto profilo assomiglia sempre più al meraviglioso paese dell’Eldorado in cui non esistono corti di giustizia, né parlamento, né prigioni. E quindi nessun colpevole, se non quelli che vengono giudicati tali dai vincitori e dai potenti. Mentre i veri responsabili subiscono processi illegittimi. |
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