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![]() L'indagine dell'ispettore BlixUltima modifica: domenica 22 gennaio 2006 Hans Blix, Disarmare l'Iraq. La verità su tutte le menzogne (Einaudi, 2004). Bombe di carta per «Disarmare l'Iraq». quello di Hans Blix è un diario costruito come una spy story che ricostruisce «La verità di tutte le menzogne». Tutti i protagonisti e antefatti della guerra infinita di Bush, l'intrigo internazionale del nuovo secolo. L'uso politico della menzogna per governare la rivoluzione neoconservatrice Ogni sera, tra il 2000 e il 2003, alla fine delle sue giornate passate in un ufficio di pochi metri quadri al 31mo piano del palazzo delle Nazioni Unite a New York, quartiere generale della Commissione per il disarmo dell'Iraq (Unmovic), Hans Blix tornava a casa all'angolo tra la 61ma strada e la terza Avenue. Sulla scrivania il manoscritto sul quale lo svedese settantaseienne, direttore dell'agenzia dell'energia atomica (Iaea) a Vienna, andava stendendo le prime righe del suo libro Disarmare l'Iraq. La verità su tutte le menzogne (Einaudi, pp. 265, € 14,80). Le precauzioni non erano mai troppe. Blix non scriveva mai sul computer, non usava e-mail, né si affidava alla posta ordinaria. A ogni viaggio di ritorno in Svezia, consegnava parti del libro al figlio Marten il quale ha pazientemente svolto il ruolo di curatore editoriale. Motivo di tanta segretezza: il timore di essere spiato e diffamato, confermato il 27 febbraio scorso dal vecchio capo degli ispettori, l'australiano Richard Butler, secondo il quale i servizi segreti di Stati Uniti, Inghilterra, Russia e Francia hanno intercettato le informazioni di Blix, oltre ad avere interferito con l'attività del segretario generale Kofi Annan. La storia dell'intrigo internazionale che ha portato alla guerra contro l'Iraq, e alla sua occupazione militare, ha dunque una sceneggiatura ben strutturata. Il campo di battaglia: l'Iraq durante le ispezioni Onu alla ricerca delle armi nucleari, biologiche e chimiche, un «bazar» dove si commercia ogni tipo di informazione con le quinte colonne di mezzo mondo. Un'azione limitata nel tempo, versione rivista dell'unità di luogo, tempo e azione: il frenetico conto alla rovescia iniziato il 26 agosto 2002 con la dichiarazione del vice presidente Cheney - «Il ritorno degli ispettori in Iraq non darà alcuna prova della condiscendenza di Saddam alla risoluzione Onu» - e scaduto il 17 marzo 2003 con l'ultimatum del presidente Bush a Saddam: lasciare l'Iraq entro 48 ore. Il coro: il movimento pacifista, quello che il New York Times ha definito la «seconda potenza mondiale». Scopo del dramma: la fine della legalità internazionale. Un eroe tragico, ma anche ironico: Hans Blix e il tramonto dello «spirito critico», quella facoltà della ragione (europea) che un tempo imponeva l'analisi dei fatti prima del giudizio, mentre oggi i fatti si costruiscono in base al giudizio del Pentagono e dell'intelligence di Sua Maestà, la Regina Elisabetta (e di Tony Blair). Il punto di osservazione di Blix sull'intrigo è senza dubbio funzionale al dramma: la sua vocazione weberiana lo spinge a credere razionalmente in quello che gli è stato chiesto di fare. L'ispettore, scrive Blix, non è un poliziotto che denuncia un crimine e commina sanzioni, ma è come un esattore, si limita a registrare il possesso di qualcosa e ne fa oggetto di un rapporto al Consiglio generale dell'Onu. In quei mesi frenetici, a dispetto della vocazione che ne garantiva l'indipendenza, e della scelta di escludere dalla sua squadra gli agenti della Cia, Blix venne considerato dagli iracheni come una spia e dagli anglo-americani come un fastidioso ostacolo da rimuovere insieme all'intero Consiglio generale contrario all'invasione dell'Iraq. La nuova risoluzione 1441 era difficile da accettare per gli iracheni. «Quando ricevetti la bozza i miei pochi capelli si drizzarono. Sembrava più un documento del Dipartimento della Difesa americano», scrive Blix. L'Iraq avrebbe ceduto alla richiesta di «ispezioni coercitive»? «Gli iracheni dovevano avere la pazienza sulla sedia del dentista. Aprire felicemente la bocca e convincersi che non fa male». Le conclusioni della Unmovic, presentate il 7 marzo 2003, furono simili a quelle delle ispezioni del 1998: le armi non esistevano più sin dal 1991, quando il regime decise la loro distruzione, compresa quella dei documenti che ne avrebbero dimostrato l'esistenza. Furono confermate le rivelazioni del genero di Saddam Hussein, il generale Hussein Kamel, poi ucciso per tradimento, fatte nel 1995: l'Iraq aveva eliminato il suo programma nucleare, anche se rimanevano ancora dei dubbi su quelli chimici e biologici. Tutto inutile. La guerra era stata già decisa. Nel settembre 2003, con il discorso di Bush all'Assemblea generale, la richiesta americana di una nuova risoluzione era ancora l'alibi multilaterale per giustificare l'intervento armato in nome dell'Onu. A fine gennaio, niente più alibi. Gli anglo-americani avevano sancito l'inutilità delle ispezioni e con esse quella dell'Onu. Come in ogni tragedia, la terribile rivelazione della verità è compensata dal riconoscimento del valore dell'eroe perdente. A più di un anno di distanza dalla fine della guerra, infatti, Blix sostiene che le ispezioni hanno raggiunto paradossalmente il loro scopo: «L'assenza delle armi proibite è molto probabilmente il risultato dell'imposizione del regime delle ispezioni, sostenuto dalla pressione anglo-americana. L'Onu e il mondo erano riusciti a disarmare l'Iraq senza saperlo». Una spy-story dall'intreccio complicato, ma con un finale ormai noto. Gli americani e gli inglesi avevano delle fonti segrete sulle armi irachene e sembravano preferirle alle indagini condotte sul campo dagli ispettori Onu: «Dissi in un'intervista» scrive Blix «che alcune di queste agenzie sembravano essere come dei librai che sedevano sui loro libri e non volevano prestarli». Oggi sappiamo che erano informazioni false, provenienti da una tesi di dottorato malamente copiata dai servizi segreti inglesi: «Non sto dicendo che Blair e Bush parlavano in cattiva fede» conclude Blix «ma penso che sarebbe stato necessario ricorrere a un pensiero critico per evitare affermazioni che hanno ingannato il pubblico». Il tramonto del pensiero critico nella gestione dei conflitti internazionali, e della vocazione dei suoi fedeli servitori con valigetta diplomatica, è uno dei risultati della guerra americana contro il terrorismo e gli «Stati canaglia». In questo dramma, l'eroe è anche la vittima principale della macchinazione ordita ai danni delle Nazioni Unite. La sua parzialità ci aiuta tuttavia a scoprire particolari significativi della verità. Si prenda ad esempio il discorso del segretario di stato Colin Powell al Consiglio di sicurezza del 5 febbraio 2003, quello in cui sosteneva che gli iracheni avevano costruito su alcuni camion laboratori di antrace, un vero capolavoro da avanspettacolo informatico: «Fu pronunciato» commenta Blix «con bravura da un uomo che aveva avuto nella sua carriera numerose occasioni di usare PowerPoint durante i briefing davanti ad un pubblico di militari». Esclusi dal grande gioco della politica dei falsi dossier e delle colossali menzogne orchestrate dalle barbe finte tra Whashington, Londra e Baghdad, oggi è ormai difficile credere allo spettacolo recitato dai media sui nostri piccoli palcoscenici nazionali. La verità è la prima vittima di questa guerra, anche se per l'ingegnosità dei comprimari il dramma arriva a superare persino questi limiti. Paul Wolfowitz, in una famosa intervista pubblicata su Vanity Fair, ha sostenuto che è sufficiente sostituirla con un'altra per conquistare il consenso dei paesi renitenti alla guerra mondiale contro il «fondamentalismo islamico». Gli auspici di questo forsennato corifeo della rivoluzione neoconservatrice dell'ordine mondiale sono stati per una volta traditi. Il dramma scritto insieme al «superfalco esotico» Richard Pearle (la definizione è di Hans Blix) ha ancora dei punti oscuri, ma promette di durare a lungo, almeno per l'eternità. I suoi tempi non sono quelli degli uomini, e nemmeno dei loro dirigenti, ma delle generazioni che verranno. Sempre che nel frattempo non venga qualcuno che voglia riscriverne il finale. (R.C.) |
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