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![]() Consegne straordinarie ai margini dell'ImperoUltima modifica: domenica 22 gennaio 2006 Guido Olimpio, Operazione Hotel California (Feltrinelli). La storia del rapimento di Abu Omar, l'Imam della moschea di via Quaranta a Milano. Nelle banlieues ai confini dell'Impero, dal Kosovo all’Iraq, divampa un conflitto che solo difficilmente conoscerà un termine entro la prossima generazione. Al cuore del sogno imperiale della pace cosmopolitica è ormai sorto il mostro della ragione giuridica A rileggere il saggio di Mario Tronti che apre il volume Guerra e democrazia (Manifestolibri) si legge un’affermazione sulla quale vale la pena tornare a riflettere. “Al contrario di quanto si sente in giro – scrive Tronti – soprattutto nell’opinione comune progressista, io nego che la fase attuale veda una centralità della guerra”. Per Tronti la guerra è oggi ben presente, ma solo ai confini dell’impero, mentre all’interno l’impero “sta vivendo la sua nuova pace”. Un’affermazione che ha senz’altro una sua ragione se, pensando all’Iraq, consideriamo la guerra come un conflitto frontale combattuto dagli eserciti, o da un esercito contro non meglio identificati “ribelli” o “terroristi”. Ma il problema è che nell’Impero, se esiste una pace, allora si tratta di una pace alquanto turbolenta. Che pace è infatti quella che viene difesa con gli strumenti eccezionali adottati dalla Cia per rapire i sospetti “terroristi” in tutta Europa? Parliamo del sistema di detenzione globale che, secondo il Washington Post, la Cia ha creato a partire dal 2001 per rapire sospetti “terroristi” in tutto il mondo e deportarli in paesi come l’Egitto o il Marocco, o in prigioni come Guantanamo, allo scopo di estorcergli con la tortura informazioni utili per combattere le invisibili reti terroristiche che avvolgono il mondo “civilizzato”. E’ una pace governata con eccezionali poteri di polizia riconosciuti ad un paese alleato, gli Stati Uniti, da numerosi paesi europei, tra i quali l’Italia, l’Inghilterra, la Polonia e la Romania, ma anche la Germania. Su questo sistema anche il Consiglio europeo ha aperto un’indagine affidata a Dick Marty, l’anziano giudice liberale svizzero che dovrà chiarire se questi paesi hanno offerto alla Cia i loro aeroporti per gli ottocento voli degli Hercules N8183J che hanno fatto sparire chissà dove i sospetti terroristi rapiti. A rendere ancora più problematica questa idea di pace sono i sospetti del commissario europeo per i diritti umani, lo spagnolo Alvaro Gil-Robles, secondo il quale la base americana di Bondsteel in Kosovo è uno degli snodi fondamentali del sistema di detenzione globale. Un altro snodo di questa rete globale è la base americana di Aviano dove, scrive il giornalista del Corriere della Sera Guido Olimpio in Operazione Hotel California (Feltrinelli, pp.200 €13) 22 agenti della Cia portarono Abu Omar, l’Imam della moschea di via Quaranta a Milano, dopo averlo rapito il 7 febbraio 2003. Il libro descrive nei dettagli l’operazione, e raccoglie una serie di intercettazioni nelle quali si comprende anche la natura dei rapporti che Abu Omar intratteneva con alcuni gruppi in Italia o all’estero. Prendiamo il seguito della vicenda Omar che non si trova nel libro, pubblicato qualche mese prima che la magistratura milanese disponesse 22 mandati di arresto europei contro i rapitori della Cia. A questa richiesta se ne è aggiunta un’altra. Quella di una rogatoria internazionale per assumere prove contro i 22 agenti che con ogni probabilità sono tornati in patria dopo l’azione del 2003. Qualunque sarà la decisione del ministro della Giustizia Castelli sulla richiesta della magistratura milanese – e qualcuno sospetta che stia prendendo tempo per evitare di inviare i documenti al governo americano - è ormai evidente che l’ambiguità di un reato, quello di “terrorismo internazionale”, sta producendo delle contraddizioni a livello di sistema. Quella più evidente è che per parlare di reato in questo caso è sufficiente accertarsi dell’intenzionalità del suo autore (mediante intercettazioni ad esempio) prima che l’azione abbia avuto luogo. Allora, un estremista che manifesta al telefono le sue ipotetiche intenzioni terroristiche ad un suo conoscente, vantando magari dei contatti con gruppi fondamentalisti all’estero, compie un reato sulla base di una pretesa affiliazione a gruppi che non operano in Italia ma all’estero, e non per avere compiuto un atto specifico. In questi casi, si dice che l’arresto preventivo sia necessario per ragioni di “sicurezza nazionale” e non dipende dall’atto in sé. L’arbitrio di questa legislazione è stata clamorosamente svelato da alcuni avvenimenti recenti. Quello più importante è stato il caso del marocchino Mohammed Daki, scarcerato dalla procura di Milano e espulso dal Ministero degli Interni perché rappresentava una minaccia per la “sicurezza nazionale”. Le accuse contro Daki, almeno quelle legate all’attività terroristica, sono cadute anche perché gli inquirenti avevano preso un abbaglio sul suo gruppo di riferimento. Della sconosciuta galassia dei gruppi fondamentalisti che operano in Europa, e in Iraq, molto spesso infatti non si conosce la reale esistenza e nemmeno l’esatta denominazione. In questo caso la responsabilità penale è secondaria rispetto al risultato politico di una detenzione preventiva. L’esigenza di evitare gli attacchi terroristici sta dunque spingendo le democrazie occidentali a modificare gli ordinamenti giuridici e penali dello stato di diritto. Il risultato è che il reato di terrorismo dipende oggi più che mai dalla discrezionalità del potere esecutivo. Normale, direbbe qualcuno, se si tratta di prevenire una strage. Per nulla, se per prevenire bisogna attribuire poteri eccezionali al governo. E autorizzare, o meglio lasciare che accadano sul proprio territorio, operazioni illegali come quella dell’Hotel California. In una recente audizione al Copaco il governo italiano ha escluso ogni responsabilità sul rapimento di Abu Omar. Ma se così fosse sarebbe forse più tranquillizzante sapere che sul nostro territorio servizi segreti stranieri sono liberi di rapire persone senza che le autorità competenti ne sappiano nulla? La guerra, alla luce di questi fatti, non è solo quella che si combatte nelle banlieues dell’Impero, dal Kosovo all’Iraq, ma anche quella che impone l’adozione delle nuove norme anti-terrorismo, che consente a servizi segreti stranieri di rapire sul territorio nazionale sospetti “terroristi”, che lascia sempre più spazio alla discrezionalità dell’intelligence nelle operazioni di polizia “preventiva”. Siamo in pace, è vero, ma attraverso questi mezzi di polizia la pace imperiale minaccia di stravolgere il sistema delle garanzie processuali, oltre che la stessa sovranità degli Stati come dimostra anche il libro di Olimpio sul caso Abu Omar. In questo scenario la guerra non conosce più confini: se infatti ai confini dell’Impero la guerra viene come al solito guerreggiata, al suo interno essa viene reintrodotta sotto la forma della guerra irregolare e asimmetrica dell’intelligence contro la minaccia indeterminata del terrorismo. Il conflitto è lo stesso, anche se nelle banlieues esso viene inteso come una “guerra” e nelle nostre metropoli come una “pace”. Non sarà forse allora che lo stato di diritto, pur essendo costituzionalmente pacifista, è da qualche anno – forse dalla prima guerra nel Golfo - alla ricerca di nuovi strumenti politici e giuridici per includere la guerra dentro il proprio sistema democratico? Sotto forma di “stato di conflitto armato” (negli Stati Uniti), di “operazioni umanitarie” o di “missioni di pace” (come sostiene il governo Berlusconi) e infine di “guerra al terrorismo”, la guerra ha ormai un’importanza di primo piano nella vita delle democrazie. Non perché abbia, come invece sostengono le opinioni pubbliche progressiste e conservatrici, qualche possibilità di modificare e rendere più democratico l’ordine internazionale – che è anarchico per natura e rimane sensibile solo ai rapporti di forza, ma perché sta provando a modificare la costituzione politica delle democrazie uscite dal secondo conflitto mondiale nelle quali la guerra rimaneva uno stato indicibile – e fortemente avversato - della politica (si pensi all’articolo 11 della costituzione italiana). Quel deserto che oggi chiamano pace è uno stato di guerra permanente. Vigilare non basta. Occorre anche dare il giusto peso alle parole, e alle pratiche, che il potere ama usare per giustificare l’ingiustificabile.(R.C.) |
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