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![]() Costellazioni cangianti per un vecchio continenteUltima modifica: giovedì 2 novembre 2006 Giuseppe Bronzini
«L'Europa è un'avventura» di Zygmunt Bauman. Un saggio sulla crisi del progetto europeista. Ma anche la proposta di un New Deal globale che abbia come protagonista lo spazio pubblico europeo Il volume del grande teorico polacco, da tempo stabilmente inserito nelle istituzioni universitarie inglesi, ha un titolo L'europa è un'avventura (Laterza, pp. 149, euro 15. Il titolo italiano è molto meno efficace di quello dell'edizione inglese: Europe: un unfinished aventure) che dovrebbe far reagire un'opinione pubblica continentale che non ha ancora assorbito lo choc del rigetto referendario franco-olandese del «Trattato costituzionale» e che si è ormai abituata alla sempre più logora retorica istituzionale sul lento, ma costante, progredire dell'Unione europea verso una più intensa integrazione grazie al cosidetto metodo Monnet dei «piccoli passi». Esce in Italia a pochi mesi dall'inizio della presidenza tedesca che, plausibilmente, dovrebbe rilanciare il dibattito istituzionale, in vista della quale si moltiplicano le prese di posizione, da quella del futuro candidato alle presidenziali del 2007 della destra francese, Sarkozy , per un nuovo «mini-Trattato» al recente editoriale del Financial Times per il quale la paventata catastrofe dell'Unione, senza l'approvazione di una Costituzione, sarebbe stata in pieno smentita dalla buona solidità pragramatica dimostrata nell'ultimo periodo dalle istituzioni dell'Ue, sicchè, oggi, si dovrebbe proseguire sulla strada dell'allargamento e delle politiche «concrete», rinnegando i sogni «federali». Il tribunale della ragione
Il contributo di Baumann è senz'altro polemico con le ipotesi «minimaliste»; nell'attuale agenda europea la priorità non è assecondare le dinamiche che provengono dai mercati e dalle amministrazioni statali e\o comunitarie, ma rilanciare le linee evolutive più profonde dello «spirito europeo», di quella particolare cultura che «se misurata in base ai suoi orizzonti e alle sue ambizioni (ma non sempre anche in base ai suoi atti) era e rimane un modo di vita allergico alle frontiere, anzi ad ogni fissità e finitezza». Ed ancora «sopporta a stento i limiti, è come se tracciasse dei confini unicamente allo scopo di orientare il suo impulso indomabile alla trasgressione». Per Baumann la cultura nella sua versione europea è «un processo continuo di rifacimento del mondo, sempre imperfetto ma ostinatamente in lotta per raggiungere la perfezione» che ha strutturato una consuetudine di sottoporre ogni consuetudine al «Tribunale della ragione». In queste pagine lo studioso di Varsavia sembra seguire ipotesi ricostruttive che lo allontanano da quelle riflessioni contemporanee sulla razionalità occidentale per le quali ogni accenno a valori «in positivo» rischia di ricadere in forme di etncentrismo più o meno mascherato. Questo concetto - per l'autore - vale a ricordare il trattamento autoritario che il vecchio continente ha riservato ad altre forme di vita umana, le atrocità commesse in nome della sua missione civilizzatrice, gli orrori del colonialismo, ma «quell'accusa non vale per una sobria valutazione della funzione di lievito e principio motore che l'Europa ha avuto nel processo di unificazione dell'umanità in tutto il pianeta, lungo tortuoso e ancora lontano dall'essere completato». Insomma una spinta continua alla critica e all'autocritica come metodo permanente ed alla riflessività ricorsiva delle scelte sociali (intolleranti quindi in radice di ogni identità escludente) che può ancora essere definito come il nucleo dell'avventura europea da salvaguardare nel gorgo della globalizzazione e da offrire come contributo insostituibile sulla sfera internazionale. Per questo Baumann non sembra nutrire dubbi sulla necessità di quel «salto» istituzionale che l'Unione europea sta cercando negli ultimi anni di compiere; sul punto le sue posizioni richiamano costantemente quelle habermasiane, non solo dell'Habermas della La costellazione post-nazionale e degli scritti sulla costituzione europea, nei quali l'archiviazione del nesso tra demos e ethnos e la costruzione di un modello di cittadinanza post-nazionale oltre i legami pre-politici tra «popoli» culturalmente omogenei, rappresentano la vera posta in gioco della costruzione europea, ma anche al più controverso Habermas dell'Occidente diviso che cerca di tracciare un solco profondo tra il «modello» istituzionale del vecchio continente, disponibile al dialogo e al negoziato internazionale e l'uso sistematico e programmatico della forza militare praticato a Washington. Nel volume di Baumann, in modo molto originale, Habermas viene però combinato con le tesi di Etienne Balibar sull'Europa come «mediatore evanescente»: se una più solida cornice istituzionale deve accompagnare il dispiegamento della natura più profonda del progetto europeo, allora questa cornice non può che essere continuamente rimessa in discussione, serve a comunicare ed entrare in relazione con gli «altri», a svuotare i confini più che a renderli impenetrabili, a preparare una fusione cosmopolitica piuttosto che a ritardarla. Questa parte della riflessione di Baumann riguarda, tuttavia, le speranze e le «virtualità» del sistema europeo, anche se potremmo parlare di «utopia concreta» perché ha già alle spalle la densità storica di una certa limitazione delle sovranità statale e l'esperienza in sé grandiosa di una espansione da sei stati a ventisette. Il paese ideale
Questa Europa «ideale», però, si infrange nelle miserie delle politiche europee, nella sua realtà concreta e quotidiana che rovescia la sua ratio essendi, nell'incapacità di fronteggiare adeguamente esclusione sociale e fenomeni di immigrazione di massa. L'Europa che consente «vite di scarto», che si arrocca come una fortezza impenetrabile, che alimenta per assenza di una linea comune e condivisa una strategia «di concorrenza di posizione» tra stati inefficace e sulla lunga distruttiva per tutti, che schiaccia il politico sulle dinamiche di mercato revocando quei territori di protezione ed autonomia sociale che abbiamo conosciuti come welfare state, che ricorre al dosaggio sapiente dell'angoscia pubblica attraverso irragionevoli campagne antiterrorismo, è l'esatto contrario della sue promesse normative. Eppure ad evitare queste scelte funeste, che cercano paradossalmente di trovare soluzioni nazionali per problemi globali come quelli legati ai flussi migratori proprio nel momento in cui si è più vicini alla creazione di una autentica realtà istituzionale post-statuale, basterebbe al vecchio continente una elaborazione più seria del suo immediato passato, dalle rovine delle guerre nazionalistiche del Novecento al solo recentissimo abbandono dell'oscura esperienza coloniale, allo stesso ridimensionamento della sua superiorità economica messa in dubbio dall'emergere di nuovi protagonisti. I confini blindati
Il volume si conclude con un appello perché l'Europa ritrovi la «logica e delle aspirazioni globali» contro quella dell'arroccamento locale sviluppando con più coraggio gli ancora timidi (ma preziosi perché innovativi rispetto alla tradizione) esperimenti istituzionali di democrazia sovranazionale: la realizzabilità di questo rilancio è attestata anche da esperienze politiche «esemplari» dal corteo del 15 febbraio 2003 contro la guerra all'Iraq, salutato da Jürgen Habermas e Jacques Derrida come l'atto di nascita di una coscienza europea condivisa, alla lucida e riflessiva reazione degli spagnoli all'attacco terroristico di marca islamica. In conclusione mi pare che - sia pure nei limiti di un saggio non organico - il volume di Baumann sia un chiaro atto di accusa nei confronti dei governi e della classe dirigenti politiche europee: l'Unione europea non è stata la ragione per la quale si sono ridimensionati i sistemi di protezione sociale, ma il luogo istituzionale ove i governi, valorizzando al massimo le loro residue prerogative e competenze, hanno impedito la costruzione di un efficace e rinnovato modello sociale su scala continentale. L'Unione non nasce come una fortezza assediata, ma è il contesto nel quale i paesi hanno concertato le nuove cortine di ferro apposte alle loro frontiere. La cornice europea era la sola che avrebbe potuto condurre a scelte di segno opposto e, secondo Baumann, la sua «missione» è stata in realtà calpestata dalla logica della separazione,della divisione e dello sbarramento promossa dagli stati. Dove però trovare la forza per reagire, per imporre quella trasformazione radicale dell'Unione senza la quale questa esperienza unica nella storia si spegnerà? Dal volume ricaviamo solo suggestioni: la voce di protesta dei movimenti contro l'esclusione sociale o le guerre volute dall'amministrazione Bush e una ritrovata passione degli intellettuali a vocazione cosmopolitica. Prima delle giornate di protesta di Genova (2001) in molti avevano suggerito una nuova alleanza tra «democratici» e «ribelli» per imporre una diversa dinamica ai processi di globalizzazione; che questa alleanza - che ricorda le suggestioni di Baumann - non sia la strada per rilanciare anche l'«avventura» europea? (da "Il Manifesto", 26 ottobre 2006) |
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