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![]() La frattura colonialeUltima modifica: giovedì 2 novembre 2006 Alessandro Coppola
La Fracture coloniale. La société française au prisme de l'héritage colonial, a cura Pascal Blanchard, Nicolas Bancel, Sandrine Lamaire, Edizioni La Découverte. Da un´eredità coloniale mai assunta ed ostaggio di una sorta di competizione fra le memorie ai sentimenti di insicurezza di fronte ad Il Maggio’68 della banlieue, titolava un fondo di Le Monde qualche mese fa, ben prima che gli studenti della Sorbona dessero vita alle loro intense simulazioni rivoluzionarie del mese di marzo. Certamente, possiamo indovinare quanto le immagini delle barricate, degli incendi e degli scontri fra i giovani di banlieue e le forze dell’ordine possano aver rievocato - nella mente dell’ormai ingrigita generazione post ’68 – le forme e le rappresentazione del più novecentesco degli accessi rivoluzionari. L’attualità si ostina dunque a non riconoscere ciò che ormai è divenuto storia. Il cambiamento sociale e le sue origini non possono più essere considerate semplicemente parte della cronaca. Non si tratta di un fenomeno recente ed improvviso sul quale non si è avuta la possibilità di riflettere. Anni, decenni, sono passati, ma le rappresentazioni che noi abbiamo delle nostre società sono ancora così clamorosamente forgiate dall’idea che tutto questo rappresenti un’eccezione alla norma o una temporanea deviazione da essa da farci perfino dimenticare che negli ultimi decenni, in Francia, ci sono state decine di rivolte nelle banlieues. Queste sono dunque i luoghi del presente e del futuro ma sono anche gli epicentri di una memoria mai assunta che costringe tanti giovani beurs in una doppia condizione di prigionia: sociale – a causa del loro persistente stato di esclusione – ed identitaria – in virtù di quella frattura coloniale oggetto di una raccolta di saggi da poco pubblicata in Francia: La Fracture coloniale. La société française au prisme de l'héritage colonial, a cura Pascal Blanchard, Nicolas Bancel, Sandrine Lamaire, Edizioni La Découverte. Da un’eredità coloniale mai assunta ed ostaggio di una sorta di competizione fra le memorie ai sentimenti di insicurezza di fronte ad un’immigrazione post-coloniale sempre vissuta come fatto eccezionale, dall’islamofobia crescente all’incomunicabilità fra ideologia repubblicana e supposte chiusure comunitarie, a disegnarsi è una vasto campo di tensioni che definiscono i contorni di una vera e propria frattura che il discorso ufficiale della République laica ed egualitaria si ostina a non riconoscere. Più in profondità, al cuore del funzionamento della società francese, è la fracture sociale a richiamare la rimozione collettiva della fracture coloniale, nascondendo una combinazione che se svelata si rivelerebbe letale per la République. Alla gravità della sua incapacità di rispettare il proprio contratto con tutti i cittadini - evidente nella crescita dell’esclusione e del disagio sociale - si aggiungerebbe la colpa ancora più grave di una sua non indifferenza alle diversità etnica e del colore della pelle dei suoi componenti. Il disvelamento di questa combinazione renderebbe ancora più evidente l’abisso che si è aperto negli ultimi decenni fra la società reale e le rappresentazioni che le élites al potere si ostinano a sostenere e comunicare, evidenziandone le responsabilità e l’incapacità a sintonizzarsi con i mutamenti e conflitti profondi che interessano la società francese. Quindi fracture coloniale e fracture sociale ci parlano di un gioco complesso di condizioni e di rappresentazioni non definibile univocamente né tantomeno esorcizzabile attraverso gli strumenti dell’ideologia e della semplificazione. La fracture coloniale – come ben testimoniato dalla ricchezza tematica dei saggi che compongono il volume - investe dimensioni molto diverse che trovano una loro unità nella comune profondità storica come nel loro assumere quale spazio di verifica il cambiamento sociale ed economico progressivamente determinatosi con le trasformazioni strutturali degli anni settanta. Il riflesso negativo di questa unità e pertinenza si ritroverebbe in una sorta di foucaultiana unità di discorso che veicolerebbe archetipi del discorso coloniale nella realtà dei conflitti urbani della Francia contemporanea, svelandone implicitamente la propria memoria. Quello che manca, viceversa, è una ricostruzione cosciente della profondità della fracture coloniale, che la trasformi in parola pronunciabile e discorso pubblico, ribaltando quelle rappresentazioni che seppure in diversa forma e misura fanno del giovane beur il responsabile della propria mancata integrazione in una società che, viceversa, si presenterebbe come disponibile a farne un cittadino a parte intera e senza più complessi. L’avvento di un tale discorso pubblico, cui il volume evidentemente contribuisce, rappresenterebbe di per sé uno stimolo al riassorbimento della fracture sociale: la periferizzazione e l’occultamento combinato della storia coloniale e di quella dell’immigrazione rappresenta infatti un potente fattore di marginalizzazione delle popolazioni di origine coloniale, macroscopicamente visibile nella questione urbana di cui sinteticamente richiameremo i contorni. Seppur semplificanti, i numeri delle statistiche ufficiali sui quali si fondano i dispositivi di zonizzazione delle politiche pubbliche richiamano bene le ferite che fracture sociale e fracture coloniale hanno lasciato sul corpo della società francese. Nel 2005 si contano 752 Zus – le cosiddette Zone urbane sensibili nelle quali si combinano diversi fattori di rischio e disagio sociale - rispetto alle 184 individuate nel 1984 dall’allora governo socialista, a descrizione di un degrado che al di là di inflessioni solo superficiali e temporanee si presenterebbe come progressivo ed inarrestabile. La disoccupazione al 20,7% nelle Zus è il doppio di quella media nazionale spinta dal record della disoccupazione giovanile che tocca la soglia del 40%, mentre il reddito medio annuo nazionale di 29,527 euro scende a 19.000 euro. La vicenda dei quartieri che oggi rientrano nella cosiddetta geografia prioritaria delle Zus è la storia della trasformazione di spazi ed architetture moderniste nati nella prospettiva di una società infinitamente acquisitiva - nella quale consumi, redditi e beni sociali erano destinati ad aumentare senza soluzione di continuità – in territori della relegazione e della marginalizzazione. Il punto di svolta è all’inizio degli anni settanta quando - nel quadro della trasformazione della struttura produttiva e sociale del paese avviatasi con la crisi del biennio 1973/74 - si avvia un processo di profonda evoluzione della presenza migratoria, caratterizzato dal passaggio da un’immigrazione prevalentemente maschile, temporanea e legata a motivi di lavoro ad un suo radicamento definitivo anche per effetto del ricongiungimento familiare. La disoccupazione di massa colpisce pesantemente il lavoro immigrato che – prima della crisi – assicurava il funzionamento di settori fondamentali per il precedente paradigma produttivo quali le industrie manifatturiera, edilizia ed estrattiva. Con la crisi, l’involuzione sociale si inscrive nello spazio locale con la concentrazione delle famiglie più povere nei quartieri di edilizia sociale che, accentuando una fuga di quelle più “qualificate” verso il nuovo suburbio unifamiliare che richiama da vicino il fenomeno del cosiddetto white flight nordamericano, determina una riorganizzazione dello spazio urbano che perde la propria unità: la stessa rete dei trasporti pubblici regionali – pensata per collegare nuovi quartieri e villes nouvelles alla capitale – diviene improvvisamente, più che un mezzo di comunicazione, la rappresentazione quotidiana di una città storica che si vive come assediata da una banlieue minacciosa popolata da un’umanità diversa ed ostile, ben rappresentata da quelle centinaia di migliaia di giovani beurs che proprio grazie alla Rer invadono soprattutto nei finesettimana le zone commerciali del centro di Parigi attraverso la “porta” della mega-stazione di Chatelet-Les Halles. Si tratta per l’appunto di un’umanità diversa dalla gioventù cittadina bianca che, in gran parte politicamente progressista, generalmente non vuole avere nulla a che fare con questi loro coetanei che chissà quante volte avranno definito come racaille, proprio come ha fatto il tanto odiato Nicolas Sarkozy. La segregazione spaziale illustra in modo trasparente la segregazione identitaria di queste popolazioni: l’inferiorità del cittadino d’origine coloniale risiede nella sua incapacità di accedere ai valori dell’universalismo repubblicano; secondo un paradosso evidente, che a sua volta conduce ad un ideologismo grossolano, questa impossibilità non testimonia il carattere falso di quell’universalismo – nel suo essere discorso della maggioranza bianca della società – bensì il suo contrario: l’incapacità di un dato particolare a civilizzarsi aderendo a quell’universale. Il dispositivo che sta alla base di un tale procedimento è più volte richiamato nel volume: di fatto, si afferma, in nome del principio d’eguaglianza, la tradizione francese dell’universalismo astratto afferma che nella sua essenza il progetto della modernità consiste a desustanzializzare il sociale per ricondurlo a puro numero: quello delle condizioni d’equivalenza e di commensurabilità fra individui indipendenti. Da qui, nasce il più generale disagio dell’identità francese, per come é veicolata dal discorso ufficiale, nel tempo delle mutazioni proprio della seconda modernità in cui gli spazi globali del consumo, delle culture e delle identità costringono a viversi come provvisori ed incerti. La soluzione a questa crisi interna ed esterna si troverebbe quindi nel passaggio dal vecchio universalismo astratto ad una democrazia cosmopolita che sappia pensare il divenire e l’avvenire rinunciando a viversi come immobile nel tempo: l’incapacità di pensare la post-colonia è quindi un aspetto fondamentale del disagio più generale di cui è vittima la Francia nel mondo riaperto degli ultimi decenni. Diversamente, l’universalismo attuale, fondato sulla coppia essenzializzazione-riduzione, continuerà a non rappresentare la forma più alta di inclusione di ogni forma e cultura dell’umano, bensì la statuizione di una superiorità culturale cui sono pervenuti i migliori ed a cui tutti debbono adeguarsi onde esorcizzare il proprio eventuale stato di minorità. In questo dispositivo è visibile il nesso fondamentale fra amnesia collettiva e modello d’integrazione: l’eternalizzazione della république – e quindi dei suoi strumenti di integrazione – passa per una rimozione dei fattori storici e delle culture che l’hanno costituita nel tempo e nello spazio. L’universalismo diviene quindi una semplice astrazione, l’alludere ad una qualcosa di puramente ideale e senza storia che, non rappresentandosi come il risultato di contingenze diverse, può per l’appunto rivendicare la propria universalità. Attraverso la rimozione del carattere plurale delle sue origini, la république esorcizza il pericolo di un suo divenire, vale a dire di una rinegoziabilità del patto fondamentale e dei valori che regolano la convivenza, presentandosi quindi come un contratto firmato molti decenni fa e non più modificabile ed i cui contraenti originari rappresentano sempre meno tutti i soggetti cui lo stesso contratto si applica. In questo senso si riattualizza lo statuto coloniale del sujét francaise: la non negoziabilità del contratto rende i nuovi cittadini passivamente soggetti ad una norma che non possono in alcun modo rimettere in discussione, configurandosi come più volte rilevato come una popolazione amministrata. In questo senso, il Presidente Chirac è stato molto sincero ricordando ai giovani rivoltosi di novembre che anche loro sono enfants de la république, alludendo involontariamente al loro essere non cittadini ma appunto figli di una repubblica paternalista. Viceversa, il riconoscimento delle culture e delle condizioni della Francia contemporanea, possibile attraverso una riassunzione della memoria che passi per una critica del mito nazionale francese, rappresenterebbe forse la strada maestra per uscire dalla crisi attuale, dando spazio a quei fattori dinamici che sono oggi oggetto della chiusura ideologica delle élites. Le culture dell’immigrazione – finalmente affrancate da quel gioco delle essenzializzazioni così ben descritte nel volume a partire dalle tre ossessioni ormai idealtipiche della violenza urbana, del velo islamico e del nemico interno – potrebbero investire lo spazio pubblico attivando quelle dimensioni fondamentali di una democrazia viva e densa che sono il confronto, la costruzione del consenso, l’investimento sui luoghi, la liberazione delle energie. Senza una tale discontinuità, il declino di un sistema politico asfittico sempre più assediato dal nervosismo sociale e da una cronica diffusione della sfiducia – visibili nei traumi recenti delle elezioni presidenziali del 2001 e del referendum sulla costituzione europea del 2005 - sarà destinato a precipitare nella pura emergenza. Da questo punto di vista, le occasioni perse dalla sinistra che più di altri dovrebbe essere interessata ad un allargamento della democrazia reale e ad una trasformazione del discorso pubblico, sono particolarmente evidenti proprio nelle realtà di banlieue. Sul terreno della politica locale ad essersi prodotto é soprattutto un immane spreco di ricchezza umana, intelligenza e generosità giovanile. Si tratta dell’inceppamento dell’ascensore sociale: un bacino piuttosto ampio di gioventù di banlieue più scolarizzata della media trova nell’impegno politico e sociale nella banlieue un’occasione di auto-valorizzazione e di arricchimento della società locale. Ma questa vasta platea di militanti, responsabili associativi, promotori di attività culturali si trova di fronte all’insuccesso del proprio statuto di militante quando le strutture che hanno ancora il monopolio della democrazia rappresentativa ne rifiutano il riconoscimento e la promozione, dando loro l’impressione di “darsi per nulla” o, peggio ancora, di essere semplicemente utilizzati come strumento di contenimento della massa più vasta ed indisciplinata della gioventù beur. Il paradosso è particolarmente triste: settori politicamente attivi del mondo giovanile sono programmaticamente ignorati – prevalentemente nella forma della chiusura delle burocrazie politiche ed elettive locali alla loro presenza – privilegiando i tranquilli meccanismi di riproduzione della classe politica attorno a sempre più asfittici percorsi di selezione di politici di professione nell’ambito delle cosiddette classi medie. A caratterizzare il discorso della politica locale della sinistra è sempre la sindrome del momento non opportuno. Vale a dire che non sarebbe mai il momento di promuovere giovani beurs nelle fila della sinistra ufficiale: in altre parole al posto di affrontare in campo aperto il razzismo – latente nel migliore dei casi – dell’elettorato è meglio ammansirlo confortandolo nei propri umori. Questa incapacità di puntare sulle persone, liberandone il capitale culturale ed esistenziale, è visibile anche nell’involuzione della cosiddetta politique de la ville che, nata all’inizio degli anni ottanta a seguito delle prime rivolte di banlieue, ha visto il proprio focus muoversi dallo sviluppo sociale dei quartieri ad un approccio tutto esterno volto alla normalizzazione delle concentrazioni di degrado e disagio. Ad emergere è l’idea di una discriminazione positiva territoriale che ancora una volta non osa nominare alcuni fra i moventi principali dell’esplosione del degrado: discriminazione razziale, repressione culturale e fracture coloniale. La politique de la ville parla quindi del territorio molto più di quanto parli delle persone, designando queste ultime per mezzo del loro statuto di abitanti di una determinata porzione dello spazio nazionale. Si tratta quindi, non tanto di intervenire per rimuovere gli ostacoli che impediscono la mobilità e la realizzazione della persona (sociale, professionale, esistenziale, culturale) ma di intervenire rimovendo quei fattori – concentrazione della povertà, disagio fisico, delinquenza, carenza dei servizi – che impediscono la normalità sociale. Il cosiddetto quartiere sensibile è la sede del problema da risolvere: e li che occorre intervenire; il problema del suo rapporto con il funzionamento dell’intera realtà urbana – ovvero in senso generale delle responsabilità del funzionamento complessivo della società nella determinazione di quella condizione di disagio – in realtà non viene tematizzato. Abbandonato lo sviluppo sociale dei quartieri, l’intervento normalizzatore dello stato nell’ambito di una sorta di diritto speciale su base territoriale sostituisce ad una via ascendente alla fuoriuscita dal degrado una discendente che, al posto di valorizzare il ruolo degli abitanti come primi protagonisti di un processo di riqualificazione/affrancamento che metta quindi anche in gioco le risorse culturali disponibili, promuove la creazione di una congerie di funzioni intermediarie responsabili del collegamento fra le istituzioni e gli utenti della politique de la ville. Concludendo, per chi scrive una sola cosa è certa: la possibilità che il tormento francese degli ultimi anni si muti in positiva trasformazione dipende in gran parte da quanto singoli cittadini, reti sociali, movimenti ed espressioni culturali e religiose saranno capaci di costruire proposte, progetti ed appartenenze lungo e tra le linee di faglia della fracture coloniale e della fracture sociale. Si tratta di una possibilità tutta da costruire che dipenderà prevalentemente da come il disagio generazionale di massa - espressosi in forme e per ragioni diverse in autunno nelle banlieues ed in primavera nelle università – saprà trasformarsi da volontà di ribellione a costruzione di un progetto di una nuova République non delle vuote parole ma delle persone in carne ed ossa. Una Repubblica che finalmente riconosca la memoria per dare spazio alla vita. |
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